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Europa e radici culturali
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Riscoprire le radici europee per costruire un’Europa più vicina a noi*
      Scritto da Giovanni Martino
01/06/06
raffaello_incoronazione_carlomagno_affresco_scorcio.jpg
Raffaello, Incoronazione di Carlo Magno.
(La nascita del Sacro Romano Impero è l'alba della nuova Europa)

*rielaborazione e aggiornamento dell'articolo Europa: rischi ed opportunità, pubblicato sul mensile Charta minuta dell'ottobre 2000


“Europa! Europa!”  “Dobbiamo entrare in Europa.”  “Si fa così in tutta Europa.” Ormai si sentono in dovere di “essere europei” anche coloro che non sanno bene cosa significhi. L’unità europea è invocata come rimedio d’ogni male, garanzia di concordia e progresso. Sarebbe utile capire che cosa c’è dietro l’ondata emozionale, se l’Europa unita è una moda o una consapevolezza.

I popoli più entusiasti del sogno europeo, come gli Italiani, spesso sono anche i meno informati sulle conseguenze concrete che un cammino di questo tipo comporta: siamo disposti a rinunciare alla pizza cotta nel forno a legna o al formaggio Emmental? Più in generale: siamo consapevoli delle grandi opportunità che offre la liberalizzazione del mercato del lavoro, ma anche del grande impegno che ciò richiede? Siamo pronti a rinunciare ad ulteriori porzioni di sovranità dello Stato italiano, come avverrà con una più ampia integrazione politica dell’attuale Unione?

Intendiamoci: mettere a fuoco i problemi dev’essere la premessa per cercare di risolverli, non per una rinuncia precipitosa.

Unire compiutamente l’Europa rimane una realtà auspicabile ed ormai quasi inevitabile. I vantaggi politici ed economici che ne verranno sono enormi e, se gestiti con attenzione, superano grandemente gli svantaggi; anzi, nell’attuale fase di “globalizzazione” costituiscono una vera e propria necessità. Inoltre, al di là d’ogni calcolo d’interesse, la via segnata per i popoli è quella di una sempre maggiore cooperazione, che sappia esaltare ciò che unisce, senza pretendere di eliminare le particolarità. Ma se vogliamo costruire un edificio solido, l’entusiasmo non basta.

Il nodo da sciogliere è: quale Europa vogliamo?

Le regole che dobbiamo stabilire non riguardano solo le forme istituzionali, ma anche e soprattutto i rapporti politici e sociali. E' stato anche questo il contenuto della nuova Costituzione europea. C’è chi pretenderebbe di eludere un dibattito sulle idee e, quindi, sui valori che fondano le regole, giudicandolo astratto, superfluo, un’inutile intralcio sulla via dell’unificazione. Ebbene: è una questione astratta capire se è giusto “staccare la spina” che tiene in vita un malato? Oppure chiedersi se un bambino è un semplice oggetto nel gioco di provette e adozioni, piuttosto che una persona col diritto ad una crescita sana? O ancora riflettere sulle conseguenze economiche e sociali che verrebbero dall’indebolimento di una struttura fondamentale come la famiglia? Voler eludere questi problemi, che costituiscono ‘la carne e il sangue’ della nostra quotidianità, è un’ipocrisia di alcuni che maschera la volontà di imporre subdolamente un certo modello di comunità. A seconda dei valori che le nuove regole esprimeranno, potremo avere una comunità che rappresenta davvero un ulteriore progresso sociale; o, al contrario, una realtà instabile, che mina molte conquiste della civiltà occidentale e che alimenta nuovi conflitti.

Forse uno sguardo al passato ci può aiutare. Il nostro continente ha già conosciuto, in forme diverse, una dimensione unitaria: con l’Impero Romano, con il Sacro Romano Impero cristiano, con la dominazione napoleonica. Qual è stato il collante di queste costruzioni? Certo non un’astratta volontà di cooperazione, una perfetta architettura istituzionale, una provvisoria coincidenza di interessi economici. Ciò che rende possibile un edificio comune è il sentirsi parte di una comune identità. Il collante è sempre culturale, seppure sorretto da una forza economico-militare. Ciò non significa avere culture identiche e sovrapponibili: la ricchezza e la varietà vanno salvaguardate. Ma significa almeno riconoscerne la matrice comune, la compatibilità quanto ai valori fondamentali, i quali danno la forza di superare divergenze ed egoismi.

Su quali idee-guida possiamo costruire l’Europa di oggi? Certo non si possono riprendere nostalgicamente le medesime forme del passato – il ius romano, la potestas in temporalibus cristiana, gli “immortali princìpî” della Rivoluzione francese -, forme che non hanno impedito infine a quelle costruzioni di cadere. Ma neanche si può fare a meno di interrogarsi se tali esperienze abbiano un nocciolo ancora vitale; perché i valori dei popoli  che guidano la crescita e i cambiamenti non si costruiscono a tavolino, bensì sono espressione di una storia. I valori della tradizione europea, in particolare, hanno fatto dell’Occidente il motore trainante della civiltà mondiale.

insegnaromana_aquila.jpgSe vogliamo guardare agli elementi vitali dell’eredità classica, ad esempio, conserva ancor oggi un ruolo fondamentale la cultura logico-filosofica, elaborata dallo spirito greco, intesa quale metodo universale per conoscere e interpretare la verità dell’uomo; in essa troviamo un efficace antidoto alle moderne derive relativiste (per le quali non esiste nessuna verità). È fondamentale anche la cultura giuridica romana, che nella sua accezione più profonda può garantire i diritti della persona (anche dei più deboli, anche di chi non ha voce), affinare i costumi e la convivenza civile, guardare al ius condendum (il diritto “che deve essere costruito”, l’ideale di giustizia) oltre che al ius conditum (il diritto vigente).

abbazia.jpg  Questi elementi dello spirito classico sono stati poi assorbiti dal cristianesimo, che ha modellato la cultura europea, così come si presenta ancor oggi, sulla base di un organico sistema di valori. La civiltà cristiana abbraccia anche l’Europa nordica ed orientale, che non facevano parte dell'Impero Romano (molti di quei Paesi fanno oggi ingresso nell’Unione Europea), in un legame che è iniziato con le vicende e la forza del Sacro Romano Impero. Una storia fatta di una lingua colta comune (il latino), e di una rete fittissima di abbazie, università, viaggi, commerci: fondamento di una civiltà che è sopravvissuta a quelle vicende storiche, giungendo fino ai giorni nostri. Anche il pensiero “laico” (ateo) ha fatto proprî, secolarizzandoli, princìpî sorti dalla matrice cristiana: libertà, uguaglianza, razionalità. Tali principî o valori, a ben vedere, trovano il loro fondamento e il loro equilibrio nel primato della persona umana, immagine e somiglianza di Dio, portatrice di diritti naturali inalienabili. In tale prospettiva, la libertà è creativa e responsabile, e si sviluppa nella sussidiarietà (rispetto delle realtà locali e dei corpi sociali intermedî: innanzi tutto la famiglia, insostituibile luogo di equilibrio sociale ed economico, di crescita responsabile dei cittadini; quindi l’associazionismo, l’impresa, le comunità religiose, ecc.).

L’uguaglianza assume il significato di pari dignità, riconoscimento dei meriti, ampiezza di opportunità, garanzia per l’emarginato, completandosi nella solidarietà. La razionalità è ancorata al principio di realtà, alla consapevolezza dei proprî limiti, ad una comprensione dell’uomo in tutte le sue dimensioni: materiale, morale, spirituale.

Finanche l’idea di sviluppo, che ha portato l’Occidente europeo (e la sua costola, gli Stati Uniti d’America) ad essere elemento trainante della civiltà mondiale, è figlia dell’idea di libertà creativa, nonché della visione giudaico-cristiana della storia: lineare, progressiva, non circolare.

Lo sviluppo che caratterizza l'Occidente ha due dimensioni: una economica (il capitalismo come sistema fondato sull'iniziativa individuale nasce nel Medioevo, nell'Italia dei Comuni e nelle Fiandre, ed è teorizzato dai Gesuiti) e una tecnico-scientifica (che si impone dal Seicento, con Cartesio e Galileo). Queste dimensioni materiali producono i loro maggiori benefici quando si integrano con quelle umanistiche e spirituali, non avendo in sé la capacità di costruire un sistema politico e sociale equilibrato.

Anche quando l’Occidente si macchia di errori (ed orrori, purtroppo), lo fa non perché segue i suoi valori, ma perché li dimentica, oppure non li armonizza tra loro; eppure ha in sé la forza e la coscienza di autocriticarsi, di correggersi, di ripartire.

È evidente l’attualità di tali elementi. Soffermiamoci solo sulla sussidiarietà. Può sembrare una parola complicata, ma è il principio che è stato assunto come fondamento dei trattati sull’Unione Europea: significa che all’ente superiore spettano solo quelle funzioni che non è in grado di esercitare l’ente locale più vicino alla persona. Pertanto, consente di integrare la grande Patria europea con quella nazionale, regionale, del campanile; costituisce l’unica via per comporre la grande ricchezza culturale che il nostro continente, sia pure in un alveo comune, ha saputo maturare.

I valori ispirati dal cristianesimo si sono dimostrati l'unico quadro di riferimento capace di abbracciare razze e culture diverse; ed anche religioni diverse, quando la fede non è stata strumentalizzata per fini politici. Ciò grazie al fatto che quei valori, in quanto fondati sul diritto naturale, possono essere condivisi da chiunque, a prescindere dal credo religioso. Richiamarsi all’ispirazione cristiana, dunque, non significa imporre la fede o una visione di parte a chi non crede, non significa rifugiarsi in improponibili nostalgie integraliste; significa semplicemente ricercare il più solido terreno d’incontro, per evitare che le soluzioni siano dettate dalla legge del più forte (del più influente, del più ricco).
È quello che riaffermava Papa Giovanni Paolo II quando chiedeva di inserire nella nuova Costituzione europea un richiamo alle
comuni radici cristiane
.
E' l'esigenza rimarcata dal più autorevole filosofo non credente, Jürgen Habermas: "Prendere più chiaramente coscienza delle nostre radici giudaico-cristiane non solo non è di ostacolo all'intesa interculturale, ma è ciò che la rende possibile (...). A tutt'oggi non disponiamo di opzioni alternative. Continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne" (J. Habermas, Dialogo su Dio e il mondo, in Tempo di passaggi, ed. Feltrinelli 2004).
Ed è quello che chiedono i cittadini europei che sentono il bisogno di un'appartenenza comune: anche musulmani 'illuminati' come il prof. Khaled Fouad Allam.

Non bisogna dimenticare che anche l’idea di laicità è nata ed ha potuto svilupparsi – tra alterne vicende - solo nell’Europa cristiana. È il Vangelo che distingue per primo (ma non separa) Dio e Cesare. È Papa Gelasio I, già nel V secolo, che teorizza la distinzione tra potere spirituale - la Chiesa - e potere temporale (innanzi tutto per difendere l’autonomia della sfera spirituale, affinché non divenga instrumentum regni).

napoleone.jpgGuardiamo per un momento anche all’unificazione europea realizzata da Napoleone Bonaparte tra fine ’700 e inizio ’800: non è probabilmente un caso che sia stata la più effimera tra quelle che abbiamo citato. Essa si è fondata sia sul genio militare del condottiero còrso, sia sulla collaborazione ottenuta presso molte élites europee, che in lui vedevano il portatore del vento di cambiamento della Rivoluzione francese. Ma che cosa era restato degli “immortali principi” (libertà, uguaglianza, fratellanza), di chiara ispirazione cristiana, dopo che furono secolarizzati, separati da una visione completa della persona umana, stravolti all’interno di una violenta campagna antireligiosa e anticlericale? Già prima di Napoleone avevano prodotto il regime del Terrore in Francia (sino al genocidio del popolo vandeano); e poi razzìe nel resto d’Europa, invenzione della mobilitazione di massa e del concetto di guerra totale. Da qui il rifiuto delle popolazioni, le “insorgenze”. Insomma, i princìpî, quando vengono recise le radici, perdono la linfa vitale.

La Rivoluzione francese, dunque, non ha portato elementi innovativi al patrimonio culturale europeo: non l'idea di democrazia (che era preesistente, e anzi veniva contestata dai giacobini), né quella di autonomia del potere temporale da quello spirituale (anch'essa preesistente). Di nuovo c'era forse l'idea di "Rivoluzione" in sé, di taglio netto col passato, di recisione di ogni radice; ma è stato un 'contributo' violento e nichilista. I veri effetti la Rivoluzione francese li ha avuti non per ciò che era e voleva davvero, ma per ciò che ha significato per coloro che ne avvertivano gli echi da lontano: ha dato una scossa, ha fatto ritenere possibile un'accelerazione di riforme sociali e politiche che procedevano con troppa timidezza.

L'idea che sia possibile recidere le radici culturali (e in particolare cristiane), benché perdente, non si è però totalmente esaurita, e rivela oggi una nuova pericolosità. Alcuni vogliono sostituire i diritti umani fondamentali (posti a tutela della vita, dei malati, della famiglia, della procreazione, dei minori) con i cosiddetti “diritti civili” (aborto, eutanasia, manipolazioni genetiche, droga, equiparazione forzata delle più varie aggregazioni alla famiglia tradizionale, pornografia, adozioni senza controlli): il diritto si dovrebbe piegare al servizio del più forte o delle lobbies più influenti. Secondo quelle stesse persone la libertà di pensiero e di espressione dovrebbe essere imbrigliata dalla “correttezza politica”: chi afferma un’idea, una prospettiva di verità, viene bollato come intollerante. All’uomo libero di scegliere, di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, vorrebbero sostituire l’uomo liberato: dalla fede, dai legami familiari, dalle responsabilità morali e sociali, dal controllo sui proprî istinti, dalle scelte politiche ed economiche (delegate allo Stato dei tecnocrati), dal dolore; un uomo liberato, in definitiva, dalla fatica di vivere.

La posta in gioco della nuova Europa, quindi, è ben più alta che non la salvaguardia - pur preziosa - dei prodotti alimentari tipici. La nuova Costituzione europea, la nuova Carta dei valori, era stata in parte costruita per ‘sottrazione’, tacendo ciò che irrita minoranze più o meno influenti, e finendo quindi con l’imporre la loro visione. Era stato taciuto il richiamo alle radici cristiane, limitandosi a parlare di "eredità religiosa", sulla scorta di una sempre più diffusa - e paradossale - 'guerra' ai simboli cristiani
La nuova Costituzione, insomma, anziché contenere pochi e chiari principî in cui tutti potessero riconoscersi, somigliava più a quella dell'ex-Jugoslavia: un immenso e contorto articolato, scritto in linguaggio burocratico, attento a non dire nulla per non scontentare nessuno. Inevitabile la sua bocciatura nei Paesi (a cominciare da Francia e Olanda) che hanno potuto votarla direttamente, senza essere scavalcati (come in Italia...) dai parlamenti.

L'Europa ha paura della propria storia? Ma solo da lì può ripartire un cammino per restituirle quella storia e, insieme, la sua anima. Dagli errori del processo costituente bisogna ripartire per costruire un più armonioso disegno europeo. Negli ultimi anni, in cui sono prevalse le tendenze disgregatrici (si pensi alla guerra nei Balcani), l’unico processo di segno opposto è stato la difficile unificazione della Germania, ed il suo inserimento pieno nell’Europa dell’Euro; un processo voluto fortemente, imponendo anche molti sacrifici al suo Paese, da uno statista democratico-cristiano come Kohl.

Democratici-cristiani erano anche i padri dell’Europa moderna: Schuman, Adenauer, De Gasperi, i quali - isolati dalle destre e dalle sinistre - lanciarono un ambizioso progetto d’unione tra popoli che si erano appena combattuti in una guerra fratricida (la Seconda Guerra Mondiale). Questo progetto poteva sembrare folle utopia; ed invece si rivelò coraggiosa profezia, perché basato sulla tempra di grandi uomini, con idee chiare e valori forti.

Sta a noi, soprattutto ai giovani, mostrarci degni di un tal esempio, consegnare alle future generazioni un’eredità altrettanto preziosa, e non scialacquare ciò che abbiamo ricevuto.

 

Riferimenti bibliografici

Radici culturali e spirituali dell'Europa
di Giovanni Reale, Milano 2003, ed. Raffaello Cortina Editore
"Il" saggio fondamentale sull'argomento: breve, rigoroso, documentatissimo, scritto da uno dei maggiori filosofi italiani

Il cielo sceso in terra (titolo orig.: "L'Europe est-elle née au Moyen Age?")
di Jacques Le Goff, Parigi 2003, ed. it. Gius. Laterza & Figli
Il più importante storico medievalista mondiale spiega perché l'idea di Europa e il suo sistema di valori si delineano nel Medio Evo

Senza radici - Europa, relativismo, cristianesimo, islam
di Marcello Pera e Joseph Ratzinger, Milano 2004, ed. Mondadori
Perché l'Europa ha paura delle sue radici e della sua identità?
Il filosofo Presidente del Senato (non credente) e il Cardinale Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (poi divenuto Papa) a confronto

L'eclissi dell'Europa
di Sabino Acquaviva, Roma 2006, Editori Riuniti
Il celebre sociologo, autore (nel 1961) del fondamentale L'eclissi del sacro nella civiltà industriale, si sofferma oggi sulle cause della decadenza dell'Europa, decadenza che "non è soltanto nella sua crisi demografica e nell'affanno economico. E' nella perdita del significato simbolico, quasi religioso, della sua civiltà. Il nichilismo, la filosofia del nulla, diventa il simbolo dominante della cultura europea". L'Europa ha sperperato il suo "capitale sociale", "l'insieme di valori e norme non ufficiali, condivisi dai membri di un gruppo, che consente loro di aiutarsi a vicenda", a causa anche della perdita del sacro, sostituito dal predominio tecnico-economico.



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