PRIMA PAGINA
faq
Mappa del sito
Temi caldi
Temi caldi
Notizie
Attualità
Politica
Economia
In Europa
Nel Mondo
Contrappunti
Intorno a noi
Città e Quartieri
La Regione
Religione
Notizie e commenti
Cattolici e politica
Documenti ecclesiali
Link utili
Cultura
Libri
Cinema
Musica
Fumetti e Cartoni
Teatro
Arte ed eventi
Storia
Scienze e natura
Rubriche
Focus TV
Sport
Mangiar bene
Salute
Amore e Psiche
Soldi
Diritti
Viaggi e motori
Tecnologia
Buonumore
Login Utente
Username

Password

Ricordami
Dimenticata la password?
Indicizzazione
Convenzioni


Economia - Notizie e Commenti
La "crisi" richiede sacrifici. Che sta succedendo? Stampa E-mail
Dalla crisi della finanza privata, a quella economica e della finanza pubblica (Grecia, e poi...)
      Scritto da Giovanni Martino
31/05/10
Ultimo Aggiornamento: 25/03/13

Da quasi tre anni è esplosa a livello mondiale una gigantesca crisi finanziaria, di cui abbiamo già cercato di analizzare le cause immediate (la bolla immobiliare nel mercato USA) e quelle più profonde (l’invecchiamento della popolazione, la cultura del debito, l’assenza di regole, un grave calo di tensione etica).

Cercando di analizzare gli sbocchi di quella crisi, era facile prevedere che da crisi “finanziaria” (limitata al mercato dei capitali) sarebbe diventata crisi “economica”, avrebbe cioè investito la produzione, la distribuzione e il consumo di beni e servizi.
Infatti, la necessità di salvare le banche con soldi pubblici ha comportato un aumento di tasse (o una riduzione di investimenti pubblici), con gli effetti negativi sullo sviluppo che ciò comporta.
Effetti amplificati dal prevedibile contraccolpo nella politica del credito alle imprese da parte delle banche (scottate per la difficoltà a rientrare dei troppi crediti facili concessi): una politica restrittiva significa meno disponibilità di capitali per investimenti e – quindi - meno produzione, meno reddito, meno occupazione, meno consumi, ancora meno produzione...

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: non si è avuto un semplice rallentamento della crescita, ma una vera e propria recessione, cioè una perdita di ricchezza.

A questa crisi di ricchezza molti Stati hanno reagito con debolezza, senza riforme, aumentando la spesa.
Inoltre, la necessità di finanziare le voragini di bilancio apertesi nella finanza privata ha determinato una carenza di liquidità, che ha spinto gli investitori a richiedere tassi di interesse più alti per remunerare i titoli di Stato dei Paesi più indebitati.
Per cui si è passati dalla crisi della finanza privata (e da quella dell'economia) a quella delle finanze pubbliche (il cosiddetto "debito sovrano").


Gli effetti della crisi negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti, pur essendo stati l’epicentro della crisi, hanno un’economia più flessibile e dinamica, che in passato ha consentito flessioni più contenute e risalite più rapide: il PIL (Prodotto interno lordo, cioè la ricchezza nazionale) è sceso solo nel 2009 (-3,5%), mentre per il 2010 si è avuta una crescita del 2,8%. La previsione per il 2011, però, è deludente rispetto alle aspettative: +1,5%...

Un problema rilevante, poi, è che la debolezza degli ammortizzatori sociali fa sentire maggiormente i contraccolpi nelle fasce più deboli della popolazione.
In particolare, è stato drammatico l’incremento del tasso di disoccupazione, raddoppiato dal 5% al 10%. Una crescita dell’economia sostenuta, però, dovrebbe consentire di ridurlo. Quella crescita che sembra stentare...

L'altro grande problema, praticamente sconosciuto agli Stati Uniti in queste proporzioni, è quello del debito pubblico.

Tradizionalmente oscillante intorno al 50% del PIL, negli otto anni della presidenza Bush Junior era salito dal 54,3% al 71,2%. In soli tre anni di presidenza Obama è poi schizzato al 102,9%, con una previsione di crescita per l'immediato futuro al 120%!
Un debito che sarebbe ancora maggiore se a quello federale si sommasse quello di alcuni grandi Stati - California, Florida - e quelli di Fannie Mae e Freddie Mac (i giganti dei prestiti, ora nazionalizzati, che negli anni hanno garantito su mutui rischiosissimi erogati per aumentare il numero di proprietarî di case tra minoranze e immigrati).

Nel nostro articolo sulla cultura del debito analizzavamo a fondo la pericolosità del debito pubblico (oltre che di quello privato): accrescerlo significa scaricare sulle generazioni future i costi delle spese sostenute; significa dover emettere titoli obbligazionarî (come gli italiani BOT e CCT) per finanziare questo debito, e pagare fior d’interessi (uscite che pesano sulle finanze pubbliche venendo sottratte a investimenti e servizi); significa sostenere sforzi immensi quando è necessario seguire una politica di rientro dal debito, ad esempio perché gli investitori hanno meno fiducia e chiedono tassi d'interesse più alti.

Il 6 agosto 2011, poi, la notizia clamorosa: l'agenzia di rating (americana) Standard & Poor's "declassa" il debito statunitense, facendo perdere per la prima volta agli USA la "tripla A", che indica la massima affidabilità nel rimborsare i proprî debiti. Il debito è così alto che la fiducia nelle capacità del Paese di rimborsarlo diminuisce; e gli investituori chiederanno interessi più alti per acquistare obbligazioni...

Quali le cause del deficit annuale di spesa, che ha accresciuto lo stock complessivo le debito? Salvataggi delle banche (le quali però non sembrano aver imparato dai loro errori, e non hanno intrapreso un modus operandi virtuoso), espansione enorme dei programmi di assistenza sociale e sanitaria. Da qui i guai che fanno preoccupare i grandi creditori degli USA (Cina) e hanno procurato un drastico calo di consensi per Obama tra gli elettori americani.

Per di più, come visto, il deficit non ha stimolato la crescita economica, smentendo un dogma - ripetuto troppo superficialmente - della teoria keynesiana.


Gli effetti della crisi economica in Europa

I Paesi europei hanno economie più “ingessate”: l’impatto è stato più pesante e duraturo, la ripresa si profila più debole e incerta.
Secondo i dati diffusi dall’ISTAT il 26 maggio 2010, nel biennio 2008-09 la flessione del PIL della media dei Paesi dell’area euro è stata del 3,5%.
La ripresa è stata debole: per il 2010 dell'1,7%, per il 2011 è prevista una crescita dell’1,4%. In molti Paesi ci vorranno alcuni anni solo per tornare ai livelli pre-crisi.

Anche l’impatto sull’occupazione è stato duro: nei Paesi dell’Eurozona il tasso di disoccupazione è salito dal 7% al 10%. La combinazione di ripresa debole e mercato del lavoro poco dinamico non lasciano presagire un recupero facile…


Gli effetti della crisi economica in Italia

Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nelle sue “Considerazioni finali” del 31 maggio 2010, ha riassunto la situazione del nostro Paese: “Nel biennio 2008-09 il PIL è sceso in Italia di 6 punti e mezzo, quasi metà di tutta la crescita che si era avuta nei dieci anni precedenti. Il reddito reale delle famiglie si è ridotto del 3,4 per cento, i loro consumi del 2,5. Le esportazioni sono cadute del 22 per cento. L’incertezza dilagante e il deteriorarsi delle prospettive della domanda hanno indotto le imprese a ridurre gli investimenti, scesi del 16 per cento. L’incidenza della Cassa integrazione guadagni sulle ore lavorate nell’industria è salita al 12 per cento alla fine del 2009. L’occupazione è diminuita dell’1,4 per cento (il tasso è salito all’8,9%, ndr); il numero di ore lavorate del 3,7”.

In sostanza, una perdita di ricchezza più grave della media europea, anche perché si combina con la crescita molto più debole degli anni precedenti. Andiamo meglio, invece, per quello che riguarda la disoccupazione, inferiore di un punto alla media dell’Eurozona.

Come ha gestito la crisi il Governo Berlusconi?

Prima di rispondere, bisogna soffermarsi su un altro sviluppo della crisi finanziaria, emerso in tutta la sua drammaticità nelle ultime settimane: la crisi della finanza pubblica dei Paesi europei.


La crisi della finanza pubblica: la Grecia sull’orlo della bancarotta

Nel mese di marzo 2010 la Grecia è stata sottoposta ad un grande attacco “speculativo”.

Chi sono questi cattivissimi speculatori? Sono operatori finanziarî che cercano di guadagnare scommettendo sulla debolezza di un soggetto economico (pubblico o privato) e vendendo i titoli che questo ha emesso. Esiste certamente una carenza di regole che consente di amplificare oltremisura gli effetti delle manovre speculative.
Ma le speculazioni hanno, paradossalmente, un valore positivo: mettono il dito in piaghe purulente, agiscono dove c’è una debolezza effettiva.

Ebbene: la Grecia, negli ultimi anni, ha incrementato in maniera insostenibile la spesa sociale (baby-pensioni, indennità facili), senza avere la solidità economica e le entrate finanziarie necessarie, tollerando anzi un’enorme evasione fiscale.

La crisi economica ha poi influito sull’incremento del disavanzo pubblico, inducendo molti Paesi, come la Grecia, ad aumentare la spesa sociale per attenuarne gli effetti.

Il precedente Governo di destra, per di più, aveva avuto la bella pensata di truccare i dati di bilancio (!), per nascondere all’Unione Europea il deficit in paurosa crescita ed evitare così la procedura di infrazione.
(A dire il vero, pare che qualche funzionario di Bruxelles avesse sentito puzza di bruciato, ma sia stato spinto dalla Commissione a non sollevare polveroni. Probabilmente nessuno immaginava una frode di tali proporzioni, il momento di crisi non sembrava il più adatto a chiedere politiche di rigore, e c'era il desiderio di non interferire nelle imminenti elezioni greche. Senza contare che tutti i maggiori Paesi dell’area Euro avevano sforato in qualche misura i parametri del trattato di Maastricht, e in quel momento avevano interesse a che il rispetto dei parametri non fosse rigido).

Fatto sta che il nuovo Governo socialista di George Papandreou ha rifatto i conti, e a fine 2009 comunica che il deficit annuo non è – come precedentemente dichiarato – del 3,7% del PIL, ma del… 12,7%, valore poi rivisto al 14% !
Il limite di Maastricht è del 3%...

Peraltro, pare che il vizietto greco di truccare i conti non abbia colore politico. Il Governo conservatore di Karamanlis, salito al potere nel 2004, aveva trovato un disavanzo che non era al 2% (come dichiarato dal precedente Governo del socialista Simitis per poter entrare nell'euro), ma al 4,1%. Poi Karamanlis ha pensato di ripetere lo scherzetto facendo le cose in grande...

Il governo Papandreou, peraltro, ha tardato a prendere le drastiche misure necessarie.
Fino a quando gli “speculatori” hanno cominciato a vendere i titoli di Stato greci, considerati ormai a rischio: i tassi d’interesse sono schizzati alle stelle (per remunerare un investimento rischioso bisogna promettere un rendimento più alto), i soldi che il Governo greco deve spendere per pagare gli interessi sono aumentati in maniera esponenziale.
La crisi si è avvitata su se stessa, portando il Paese sull’orlo della bancarotta. Bancarotta significa niente stipendio ai milioni dipendenti pubblici, niente pagamenti alle industrie che lavorano per lo Stato (e quindi ai loro dipendenti), niente restituzione del capitale ai detentori dei titoli di Stato (piccoli risparmiatori o gruppi finanziarî che siano), crollo dei consumi e delle entrate dei lavoratori autonomi. Una catastrofe, la guerra civile.

I Paesi dell’area Euro, inizialmente, sono stati colpevolmente a guardare. Non adottando tempestivamente le sanzioni necessarie per evitare questa situazione; non impegnandosi per tempo, di fronte ai mercati finanziarî, a garantire il debito greco.
L’attesa ha fatto sì che i soldi necessarî ad evitare la catastrofe siano aumentati enormemente: i mercati hanno iniziato a manifestare sfiducia nella tenuta dell'euro, e a richiedere tassi d'interesse più alti per acquistare i titoli del debito (non solo della Grecia).
Ma non si poteva fare a meno di spendere i soldi per il sostegno alla Grecia (e ad Irlanda e Portgallo), non solo per ragioni di solidarietà: tra i principali detentori del debito pubblico greco c’erano le banche tedesche e francesi; e la bancarotta della Grecia rischiava - rischia - di affossare anche l’euro.

A dire il vero, la Germania – il Paese che ha opposto le maggiori resistenze agli aiuti - faceva un ragionamento non peregrino: “La Grecia pensa che i nostri contribuenti, con le loro tasse, possano pagare i suoi sciali, senza adottare i sacrifici necessarî. Prima i sacrifici, poi gli aiuti”.
Papandreou faceva orecchie da mercante, pensando: “Tanto i soldi me li devono dare, perché conviene anche a loro”. Si era addirittura inventato di chiedere un prestito alla Fondo Monetario Internazionale prima che all’Unione Europea…

Alla fine l’accordo si è trovato: la Germania – pardon, l’Europa - ottiene dal Governo greco misure che sembrano rigorose, e procedure più rigide per imporre ai Paesi dell’euro il rispetto dei parametri di Maastricht; la Grecia ottiene un prestito di 110 miliardi di euro a interessi vantaggiosi da parte dei Paesi dell’Unione europea (e viene anche costituito un fondo di ulteriori 750 per prevenire nuovi casi).

Ma una serie di domande resta in sospeso:
La Grecia avrà la forza di sostenere i sacrifici promessi? (Le violente proteste di piazza sembrano indicare il contrario).
L'euro è abbastanza solido per resistere a nuovi attacchi?


Le difficoltà dell'euro. Dopo la Grecia, gli altri “Pigs”?

La solidità dell’euro non è messa a rischio solo dalla Grecia.

La crisi finanziaria era esplosa, come detto, anche per l’affermarsi di una deleteria cultura del debito da parte dei soggetti privati (operatori finanziarî, imprese, consumatori), favorita da un’errata politica monetaria degli Stati (l'abbondanza di liquidità immessa in precedenza e i bassi tassi d'interesse avevano facilitato l'indebitamento).

La stessa cultura del debito, però, si rispecchiava nelle politiche finanziarie dei Governi, non solo europei: ci si indebita per “comprare” il consenso, scaricando gli oneri sulle generazioni future (ed anche in questo caso l'abbondanza di liquidità aveva facilitato politiche dissipatorie e nascosto le inefficienze produttive).

L'euro, peraltro, presenta alcune debolezze intrinseche.

Una moneta rispecchia la solidità di un'economica.
Ebbene, l'Europa ha sin qui affidato la solidità della sua economia solo all'efficienza degli scambi (che l'euro ha senz'altro favorito) e alla politica monetaria della Banca Centrale Europea (la BCE, che è stata capace di contenere l'inflazione e - sin qui - i tassi sul debito sovrano).
La politica di bilancio comune, però, è stata troppo debole, affidandosi solo a sanzioni a posteriori di scarsa entità e con troppe 'deroghe'. Sono poi mancate politiche fiscali e di sviluppo coordinate.
Ciò ha significato tollerare vaste aree di inefficienza e di indebitamento eccessivo, che hanno indebolito la moneta unica nel suo insieme.

Sul debito pubblico si è costruita una crescita “drogata” (anche per l’eccessivo ricorso ad investimenti esteri, la contemporanea presenza di un eccesso di debito privato, la debolezza del sistema produttivo) in alcuni Paesi europei in particolare (oltre alla Grecia), come Portogallo, Irlanda e Spagna. Gli analisti anglosassoni hanno sprezzantemente coniato – con le iniziali di questi Paesi e della Grecia – l’acronimo “Pigs”, “maiali”, Paesi a rischio bancarotta.

Il caso della Spagna è il più preoccupante, per le dimensioni del Paese e l’incapacità del Governo Zapatero di affrontare la crisi (Zapatero ha infine preso alcune misure impopolari, convocato elezioni anticipate per legittimare un nuovo Governo a fare le riforme più difficili, e comunicato che non si sarebbe ricandidato).

Perché si è arrivati a questo punto? Perché bisogna attendere di essere sull’orlo dell’abisso per assumere provvedimenti doverosi? I governanti si illudono che le cose si sistemino da sé?

Il fatto è che i provvedimenti da assumere per ridurre il debito e rilanciare la crescita sono spesso dolorosi (contenimento degli sprechi, individuazione delle spese sociali davvero necessarie e sostenibili, lotta all’evasione fiscale) o non danno un ritorno a breve termine (infrastrutture,  investimenti in ricerca ed efficienza del sistema-Paese).
Non si ha quindi la forza politica per assumere per tempo tali provvedimenti. Bisogna aspettare l’urgenza della “crisi” per imporli come “urgenti e inevitabili” (e con l’urgenza si impongono anche alcune ingiustizie).

Chi ha il potere di assumere le decisioni, inoltre, confida che potrà mantenere il proprio status anche in un quadro di sacrifici più gravi di quelli che sarebbero stati necessarî se le decisioni fossero state assunte per tempo.
Qualche volta il giochino funziona. Qualche altra, quando affonda il Titanic, affonda anche la prima classe...

Per affrontare la crisi dell'euro sono stati proposti anche interventi di carattere finanziario e monetario: emissione di eurobond (titoli del debito pubblico garantiti non da singoli Stati, ma da tutti i paesi dell'Eurozona, compresi quelli più solidi), incremento dei poteri della BCE per renderla "prestatore di ultima istanza" (cioè capace di acquistare i titoli del debito pubblico quando le aste vanno deserte, evitando un eccessivo rialzo dei tassi).

Si tratta però di provvedimenti che non possono eludere l'esigenza di un risanamento dei conti pubblici europei.

Gli eurobond, innanzitutto, consentirebbero sì di ridurre lo spread (differenziale) tra i tassi dei Paesi dell'Eurozona. Ma lo ridurrebbero nel senso di innalzare quello della Germania, non di abbassare quello dei Paesi meno virtuosi. I quali, anzi, potrebbero avere la tentazione di proseguire sulla strada della finanza allegra: "tanto ci garantiscono i Tedeschi". Serve una riduzione del debito complessivo, sia mediante un rigoroso rispetto dei vincoli di bilancio sia mediante le riforme capaci di stimolare la crescita.

Quanto ai poteri della BCE, potrebbe acquistare gli eurobonds, non certo i titoli - senza garanzia - dei singoli Stati membri. E se gli eurobonds non sono espressione di una finanza pubblica risanata, acquistarli in grande quantità significa immettere liquidità eccessiva nel mercato, significa "drogare" l'economia creando inefficienze e bolle speculative destinate a scoppiare, significa favorire l'inflazione con le distorsioni conseguenti.

Insomma: dal risanamento dei bilanci non si scappa.


Il caso dell’Italia

L’Italia sta meglio dei “pigs”?

È vero che abbiamo un debito pubblico molto elevato, maggiore addirittura della ricchezza annua prodotta (sta risalendo verso il 120% del PIL), paragonabile solo a quello di Belgio e Grecia (fra poco anche a quello degli USA) e inferiore solo a quello del Giappone.

È anche vero, però, che del debito non va guardato solo l’ammontare, ma anche la capacità di un Paese (o di un soggetto privato) di farvi fronte.

Ebbene, l’Italia - dal punto di vista dei conti pubblici - ha già raggiunto da tempo un avanzo primario (un attivo al netto della spesa per interessi).
Abbiamo un sistema produttivo molto più forte di altri Paesi europei, con un’industria manifatturiera (che produce beni “veri”, meno soggetti alle oscillazioni finanziarie rispetto alla “new economy” o al mercato immobiliare) seconda solo a quella tedesca.
Abbiamo un alto tasso di risparmio privato, che detiene anche una quota del debito pubblico, e che costituisce una garanzia fondamentale. Il debito netto verso l’estero dell’intera economia può essere stimato al 15 per cento del PIL, fra i valori più bassi nell’area euro.
Infine, il sistema bancario è più solido, più concentrato sulla raccolta del credito e meno esposto ad investimenti finanziarî azzardati come quelli sui derivati.

Certamente, queste “potenzialità” non bastano a far stare tranquilli i mercati.

Il risparmio privato potenzialmente può essere una garanzia per il rimborso del debito pubblico. Ma è concretamente ipotizzabile un momento in cui la ricchezza privata venga "espropriata" per far fronte al debito?

La verità è che il debito pubblico può essere ridotto solo unendo politiche di rigore ad una sostenuta crescita economica (che fa aumentare le entrate fiscali e il valore nominale del PIL, riducendo quindi il rapporto del debito con esso).

I mercati, nel luglio 2011, hanno iniziato ad attaccare anche l'Italia (sia pure in maniera meno virulenta che non la Grecia), perché dubitano della reale volontà politica dei nostri governanti di realizzare le riforme capaci di stimolare la crescita.

Il problema della crisi generale si sostanzia anche di carenze strutturali di singoli Paesi.

La “crisi italiana” ha cause interne particolari, soprattutto in relazione alla capacità di produrre ricchezza (che serve a pagare il debito): scarsa competitività delle imprese, scarsa produttività del lavoro, inefficienze di sistema.

Il debito altissimo, inoltre, si mangia ingenti capitali per la remunerazione degli interessi, capitali sottratti allo sviluppo.

La capacità di far fronte al debito, in sostanza, è dimostrata non solo dalla potenzialità di farvi fronte, ma anche dall’effettiva volontà di contenerlo.
E questa volontà deve essere dimostrata in maniera più decisa se si verificano crisi improvvise come quella che ha travolto la Grecia.

Da qui la necessità dell’imponente manovra correttiva che ci è stata richiesta dall’Europa, come del resto è stata chiesta a tutti gli Stati membri.


L'operato del Governo italiano prima della crisi

In precedenza abbiamo lasciato in sospeso una domanda: come ha gestito sin qui la crisi il Governo Berlusconi?

Nel 2008, al momento in cui è esplosa la crisi finanziaria globale, presagendo le ricadute sull’economia reale, molti avevano sollecitato politiche di spesa capaci di attenuare le conseguenze sociali.

Col senno di poi, bisogna dare atto al Governo Berlusconi, e in particolare al ministro Tremonti, di aver avuto la lungimiranza di prevedere che la crisi finanziaria poteva evolversi anche come crisi della finanza pubblica, e di adottare politiche di bilancio rigorose capaci - almeno inizialmente - di tenere l’Italia al riparo della tempesta.

Il Governatore della Banca d’Italia, nella citate “Considerazioni”, ha avvalorato tale giudizio, quantificando con precisione l’incidenza positiva della politica economica dell’Unione Europea e del Governo italiano: “La politica economica ha limitato il danno, in una misura stimabile in due punti di PIL, attribuibili per circa un punto alla politica monetaria, per mezzo punto agli stabilizzatori automatici inclusi nel bilancio pubblico, per il resto alle misure di ricomposizione di entrate e spese decise dal Governo. L’estensione degli ammortizzatori sociali ha attenuato i costi immediati della crisi. La crescita del disavanzo pubblico è risultata inferiore a quella delle altre principali economie avanzate”.

Ma quella politica di rigore non è stata sufficiente, alla fine, a rassicurare i mercati, ad evitare che i “pigs” diventassero “piigs”.

Innanzitutto le timidezze europee nell’affrontare il caso Grecia hanno dato un segnale di debolezza rispetto ai mercati finanziarî, che deve purtroppo essere compensato con un deciso segnale di inversione di rotta, nell’azione di risanamento dei bilanci, da parte di tutti i Paesi europei.

In secondo luogo, il Governo non ha avuto la forza politica di  realizzare le riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno. E, come visto, senza riforme non c'è crescita e non ci sono prospettive credibili di riduzione del debito.

Certamente, le riforme strutturali non si improvvisano sull’onda dell’emergenza.

Bisogna però ricordare che il Paese ha avuto un periodo di dieci anni, dal 1996 al 2006, in cui si sono succedute due legislature con maggioranze stabili (prima di centrosinistra, poi di centrodestra) che hanno avuto l’opportunità di fare riforme di lungo respiro. Opportunità lasciata cadere (con qualche lodevole eccezione, come la riforma Biagi del mercato del lavoro).

Serve una riforma fiscale che non si limiti a responsabilizzare gli enti locali (federalismo), ma restituisca equità al sistema, tenendo conto dei carichi familiari, combattendo l’evasione.
Serve una riforma della pubblica amministrazione che non si limiti alle campagne contro i “fannulloni”, ma riorganizzi il sistema.
Serve una riforma della giustizia che abbatta i tempi dei processi civili, restituendo certezza del diritto e fiducia agli investitori (anche esteri).
Serve una politica di liberalizzazioni (onesta e non furbesca), che aumenti la concorrenza, il merito e la produttività del lavoro, che stimoli gli investimenti.


L'accelerazione che ha portato alla caduta del Governo Berlusconi (aggiornamento)

Gli attacchi speculativi subìti nel 2011 hanno costretto il Governo a rivedere (e rendere più pesante) la manovra predisposta nel 2010. E lo hanno costretto (come annunciato la sera del 5 agosto) ad anticipare al 2013 gli effetti della nuova manovra - cioè il pareggio di bilancio -, inizialmente previsti nella loro interezza nel 2014.
A dire il vero, la stretta del Governo è stata determinata soprattutto dalle "indicazioni" contenute in una lettera riservata della BCE, la quale ha fatto presente che solo con un'accelerazione del rigore avrebbe garantito un suo intervento diretto per l'acquisto di titoli di Stato italiani (facendo scendere la pressione su di essi, e quindi gli interessi).

Dalle intenzioni ai fatti, però, il passaggio è stato ancora una volta troppo lento.

Alcuni risparmi previsti erano dovuti non ad azioni immediate sui flussi di cassa, ma a riforme che il Governo ha soltanto progettato, senza chiarire bene tempi e modalità. Le stesse riforme che devono garantire la ripresa economica, senza la quale - come visto - non c'è speranza di intaccare il debito.
I mercati hanno giudicato questo temporeggiare come un'incapacità di fare fronte agli impegni, e hanno iniziato a rifiutare i titoli del debito pubblico italiano: i tassi di interesse hanno iniziato a salire, mangiandosi tutti i risparmi programmati e rendendo necessario un rincorrersi di nuove manovre e nuovi sacrifici.

L'emorragia di parlamentari che ha costretto infine Berlusconi a presentare le dimissioni non è stata una vicenda di "tradimenti", ma solo la certificazione dell'incapacità di adottare le misure severe - e in parte impopolari - che si erano rese urgenti.
Il debito pubblico italiano non lo ha creato da solo Berlusconi; la responsabilità della situazione è stata di un'intera classe dirigente, compresa quell'opposizione di sinistra che ha concorso al debito negli anni in cui ha governato, e che non ha certo rassicurato i mercati con il suo conservatorismo economico e con la sua politica ridotta ad antiberlusconismo.
In ogni caso, il Governo Berlusconi non aveva più la forza di affrontare la situazione.

L'Italia è così giunta sull'orlo del precipizio, ad un punto in cui le medicine da assumere saranno ancora più amare di quanto lo sarebbero state se ci si fosse mossi per tempo.



Giudizio Utente: / 11

ScarsoOttimo 




Ricerca Avanzata
Aggiungi questo sito ai tuoi preferitiPreferiti
Imposta questa pagina come la tua home pageHomepage
Agorà
Lettere e Forum
Segnalazioni
Associazionismo
Comunicati
Formazione
Dagli Atenei
Orientamento
Lavoro
Concorsi
Orientamento
Impresa oggi
Link utili
Informazione
Associazionismo
Tempo libero
Utilità varie
Link consigliati
Zenit.org
La nuova Bussola
   Quotidiana
Storia libera
Scienza e fede
Il Timone
Google
Bing
YouTube
meteo
mappe e itinerari
Google Maps e
  Street View
TuttoCittà Street
  View



Questo sito utilizza Mambo, un software libero rilasciato su licenza Gnu/Gpl.
© Miro International Pty Ltd 2000 - 2005