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Temi caldi - Aborto, pillola Ru 486
Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti Stampa E-mail
Lo storico intervento di Pasolini contro l’aborto
      Scritto da Pier Paolo Pasolini
19/01/75

pasolini_pier_paolo.jpgPubblicato dal Corriere della Sera del 19 gennaio 1975 col titolo Sono contro l’aborto, poi raccolto in Scritti corsari.

Io sono per gli otto referendum del Partito radicale (i primi promossi - nel 1975 - dai radicali, senza riuscire a raccogliere le firme necessarie, ndr), e sarei disposto a una campagna anche immediata in loro favore.

Condivido col Partito radicale l'ansia della ratificazione, l'ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia.

Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano - cosa comune a tutti gli uomini - io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell'aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo.

La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell'aborto, è il primo, e l'unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla "Realpolitik" e quindi ricorrono alla prevaricazione "cinica" dei dati di fatto e del buon senso.

Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com'è giusto), il problema di quali siano i "principi reali" da difendere, questa volta non l'hanno fatto. Ora, come essi sanno bene, non c'è un solo caso in cui i "principi reali" coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo, per la maggioranza, ossia per l'intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per la propria natura, brutalmente repressivo.

Perché io considero non "reali" i principi su cui i radicali e in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell'aborto?

Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell'aborto (anche se magari nel caso di un nuovo "referendum" molti voterebbero contro, e la "vittoria" radicale sarebbe molto meno clamorosa).

L'aborto legalizzato è infatti - su questo non c'è dubbio - una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito - l'accoppiamento eterosessuale - a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della "coppia" così com'è concepita dalla maggioranza - questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi - da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura.

Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un'ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Infatti, primo risultato di una libertà sessuale "regalata" dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l'ossessione; perché è una facilità "indotta" e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l'esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza. Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): e la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com'era nelle speranze democratiche).

Secondo: tutto ciò che sessualmente è "diverso" è invece ignorato e respinto. Con una violenza pari solo a quella nazista dei lager (nessuno ricorda mai, naturalmente, che i sessualmente diversi son finiti là dentro). E' vero; a parole, il nuovo potere estende la sua falsa tolleranza anche alle minoranze. Non è magari da escludersi che, prima o poi, alla televisione se ne parli pubblicamente. Del resto le "élites" sono molto più tolleranti verso le minoranze sessuali che un tempo, e certo sinceramente (anche perché ciò gratifica le loro coscienze). In compenso l'enorme maggioranza (la massa: cinquanta milioni di italiani) è divenuta di una intolleranza così rozza, violenta e infame, come non è ceto mai successo nella storia italiana. Si è avuto in questi anni, antropologicamente, un enorme fenomeno di abiura: il popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più ricordare la sua "reale" tolleranza: esso, cioè, non vuole più ricordare i due fenomeni che hanno meglio caratterizzato l'intera sua storia.

Quella storia che il nuovo potere vuole finita per sempre. E' questa stessa massa (pronta al ricatto, al pestaggio, al linciaggio delle minoranze) che, per decisione del potere, sta ormai passando sopra la vecchia convenzione clerico-fascista ed è disposta ad accettare la legalizzazione dell'aborto e quindi l'abolizione di ogni ostacolo nel rapporto della coppia consacrata.

Ora, tutti, dai radicali a Fanfani (che stavolta, precedendo abilmente Andreotti, sta gettando le basi di una sia pur prudentissima abiura teologica, in barba al Vaticano), tutti, dico, quando parlano dell'aborto, omettono di parlare di ciò che logicamente lo precede, cioè il coito. (...)


Le evidenziazioni in grassetto sono nostre.
L'articolo prosegue con una minuziosa analisi del "problema del coito", il quale dovrebbe offrire la corretta chiave interpretativa della questione aborto. Secondo Pasolini, "il coito di oggi sta diventando, politicamente, molto diverso da quello di ieri"; infatti, andrebbe inserito in un nuovo contesto "ecologico", quello della "tragedia demografica" (Pasolini è qui influenzato dalle teorie neo-malthusiane molto in voga nei primi anni Settanta). Per cui la questione aborto, se inserita politicamente in questo contesto, potrebbe a suo avviso essere affrontata "rubricando il reato dell'aborto in quello più vasto dell'eutanasia, privilegiandolo di una particolare serie di 'attenuanti' di carattere appunto ecologico. Non per questo cesserebbe di essere formalmente un reato e di apparire tale alla coscienza".
Aggiungiamo due brevi considerazioni.
Pasolini vede nel consumismo sessuale una nuova forma di coazione del “potere dei consumi”, e teme per le minoranze sessuali. Non aveva previsto, però, la capacità di quelle minoranze di farsi accettare proprio mediante l’omologazione al consumismo sessuale espressa dal movimento gay.
Inoltre, individua una sorta di possibile attenuazione della disciplina repressiva dell'aborto (disciplina che però non dovrebbe annullarne la caratteristica di reato penale e di colpa morale) in un'emergenza "ecologica", quella dell'esplosione demografica, che era stata artatamente gonfiata da alcuni circoli del "potere dei consumi" (anche Pasolini ne è stato vittima...) e che si è rivelata infondata. Oggi il connubio tra poteri economici e ideologie antiumaniste, per alimentare la cultura della morte, utilizza nuovi argomenti "ecologici", come quello della cosiddetta "impronta ecologica": anche se non aumentiamo più di numero, saremmo troppo 'invadenti' con la natura. Meglio che l'umanità si faccia da parte (Pasolini, invece, si preoccupava di preservarla).



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