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Notizie - Attualità e Costume
Omosessualità e cultura gay Stampa E-mail
Due realtà che non sono sovrapponibili. L’azione delle lobbies gay
      Scritto da Giovanni Martino
10/03/07
Ultimo Aggiornamento: 12/07/13

gay_pride.jpgOggi si tende a considerare sinonimi i termini "omosessuale" e "gay". A nostro avviso, invece, è importante tenerli distinti, perché ciò consente di individuare con precisione una particolare cultura, che rappresenta il modo di sentire di una parte soltanto del mondo omosessuale: la cultura gay.

La cultura gay è una cultura di tipo edonistico-individualistico, che non si limita a difendere un particolare orientamento sessuale, ma ne fa l'elemento più significativo della vita delle persone. Lo stile di vita gay è basato sull’ “orgoglio” omosessuale, l’ostentazione delle proprie abitudini sessuali, l’idea di superare la divisione in sessi (da sostituire con i “generi”), l’ambizione di vivere senza vincoli personali e senza regole realizzando ogni desiderio, la centralità del piacere sessuale, ecc.

Si tratta di uno stile di vita che non appartiene a tutti gli omosessuali, molti dei quali non condividono le rivendicazioni – spesso provocatorie e volgari - del movimento gay. Ricordiamo, ad esempio, che contro i “Gay Pride” o il “matrimonio” gay si sono pronunciati omosessuali noti come Dolce e Gabbana, Paolo Poli, Franco Zeffirelli.


L'Internazionale gay

La cultura gay è veicolata dall'influente lobby gay (l'insieme delle lobbies gay), che è anche tra i soggetti più attivi nel perseguire politiche di svuotamento della famiglia (la quale esprime una cultura antinomica a quella edonistico-individualistica), ed anche nell'azione di screditamento di quelli che sono considerati avversarî politici e culturali (la Chiesa cattolica in primis).

Sia ben chiaro: evidenziare l’azione delle lobbies gay non vuole attribuire ad oscuri complotti ogni legittima rivendicazione di diritti. Il punto è un altro.
Le lobbies gay sono gruppi di pressione che si costituiscono apertamente come tali. Per citare solo i più importanti, a livello mondiale ha una forte influenza e dispone di notevoli mezzi economici l'ILGA (International Lesbian and Gay Association), presente in 90 Paesi con oltre 400 organizzazioni affiliate (in Italia l'Arcigay); nel Parlamento europeo esiste un Intergruppo parlamentare di Gay e Lesbiche.
Questi gruppi di pressione non intendono tanto difendere alcuni diritti, quanto promuovere uno stile di vita particolare. Il che sarebbe di per sé legittimo, se non fosse che che la promozione di questo stile di vita passa attraverso l'imposizione di obblighi sulla collettività, assumendo connotati di autoritarismo (e persino venature di intolleranza).


Una strategia di propaganda ben definita

Esiste, insomma, non un "complotto" gay, ma una precisa strategia di propaganda omosessuale, teorizzata nel 1990 da Marshall Kirk e Hunter Madsen, che non vuole più imporre la "diversità" gay in chiave rivoluzionaria, bensì "normalizzare" il fenomeno omosessuale con l'affermazione di una cultura unica. 

In effetti, oggi in Occidente la scelta omosessuale è già, dal punto di vista dei diritti individuali, assolutamente libera. Le leggi puniscono offese e ingiuste discriminazioni.
Ma alle lobbies gay non basta. Esse pretendono che una scelta individuale diventi stile di vita pubblico; che la loro visione culturale, benché minoritaria, sia insegnata nelle scuole (sono già numerosi gli editori di libri scolastici che aderiscono al codice di autoregolamentazione del Progetto Polite, nel quale si adotta l'ideologia di "genere"); che resti l’unica ammessa nel dibattito pubblico, e ogni differenza di opinione sia considerata discriminatoria.

Va detto che la società ha spesso assegnato agli omosessuali un’etichetta di diversità con connotati spregiativi, cui sono seguite ingiuste discriminazioni. E ciò ha causato grandi sofferenze, contro le quali gli omosessuali comprensibilmente si sono battuti.

Riconoscere però che gli omosessuali sono stati in passato (e in alcuni casi possono esserlo ancor oggi) vittime di ingiustizie, e riconoscere il diritto di denunciarle e combatterle, non può autorizzare un vittimismo che legittima menzogne propagandistiche o ingiustizie di segno opposto contro chi si oppone alla strategia di propaganda gay.

Questa strategia, infatti, denuncia che i gay sono vittime di manipolazioni. Tesi già discutibile, nella misura in cui è generica e vuole ricondurre alla categoria della "manipolazione" ogni critica alla cultura gay.
La denuncia degenera però in vittimismo quando non si preoccupa di smascherare le presunte manipolazioni, ma le vuole utilizzare come alibi per costruire il proprio castello di menzogne: "Pensiamo a una strategia accurata e potente quanto quella che i gay sono accusati dai loro nemici di perseguire - o, se preferite, a un piano altrettanto manipolatorio quanto quello sviluppato dai nostri stessi nemici" (Marshall Kirk e Hunter Madsen, After the ball. How America will conquer its fear & hatred of Gays in the 90's, Plume, New York 1990, p. 160); "Non è importante se i nostri messaggi sono bugie; non per noi, perché li stiamo usando per un effetto eticamente buono, per opporci a stereotipi negativi che sono sempre un pochino falsi, e molto di più malvagi; non per i bigotti, perché i messaggi avranno il loro effetto su di loro sia che ci credano sia che non ci credano" (ibidem, p. 154).

Ad esser manipolata è persino la natura dell'omosessualità.
Per stimolare la compassione i gay devono essere presentati come "vittime delle circostanze"; perciò, "sebbene l'orientamento sessuale sembri il prodotto di complesse interazioni fra predisposizioni innate e fattori ambientali nel corso dell'infanzia e della prima adolescenza" (Kirk-Madsen, ibidem, p. 184), bisognerà presentare l'omosessualità come una caratteristica innata, genetica.


L'attacco alla libertà di espressione, la denigrazione personale

Nella passata legislatura, il disegno di legge dell'allora ministro della Giustizia Mastella estendeva le sanzioni penali contro il razzismo e l’antisemitismo – fino a tre anni di reclusione! - anche alle “discriminazioni (...) contro l’identità di genere”. Già l'idea di introdurre un reato di opinione suscita preoccupazione; se poi questo reato fosse ricondotto al termine “discriminazione”, non inteso in senso rigoroso, lo spazio per la persecuzione delle idee (e non dei comportamenti effettivamente discriminatorî) diverrebbe impressionante.

La stessa strategia anima i tentativi di introdurre in dichiarazioni internazionali l'ideologia di "genere", o l'equiparazione a una "discriminazione" di ogni opinione difforme da tale ideologia (opinione che andrebbe considerata come violazione di diritti umani).

Le idee diverse, peraltro, secondo il movimento gay non sarebbero nemmeno meritevoli di attenzione, perché espressione di una patologia, l' "omofobia", "paura dell'omosessualità" (?!). Il confine dell'intolleranza viene qui apertamente sorpassato, e si arriva a chiedere un'aggravante specifica (quindi una situazione di favore) per i reati commessi contro gli omosessuali.

Costruendo la figura caricaturale degli "omofobi" si finisce col legittimare ben altre azioni di denigrazione e persino di calunnia.
Gli psichiatri e analisti che offrono sostegno terapeutico a persone incerte sulla propria omosessualità (e che tale sostegno richiedono liberamente), vengono etichettati come "manipolatori". Il mensile gay Pride (ripreso da Repubblica) e il quotidiano comunista Liberazione (ripreso da L'Unità) hanno effettuato "inchieste" (mediante infiltrazioni e trabocchetti) per "smascherare" scorrettezze deontologiche di quei terapeuti; senza però scoprire nessuna scorrettezza, e ritrovandosi così costretti a ritornare all'assunto ideologico di partenza, per cui sarebbe inammissibile offrire sostegno all'omosessuale incerto sulla propria tendenza.
Un caso ancora più eclatante si è verificato in Francia. Monsignor Tony Anatrella, gesuita e psicoanalista che aveva curato una voce sull'omosessualità nel Lexicon del Pontificio Istituto per la Famiglia, è stato accusato di pedofilia - con ampia eco sui giornali - da due attivisti gay. Si è poi scoperto che l'accusa era falsa e costruita a tavolino per screditarlo; ma tale scoperta non ha avuto dai giornali lo stesso risalto delle accuse...

La repressione delle idee diverse passa, ovviamente, attraverso il controllo del linguaggio. La lobby gay è in prima fila nel promuovere le regole del "politicamente corretto": la riforma del diritto di famiglia voluta da Zapatero in Spagna, per introdurre il matrimonio tra omosessuali, ha comportato la cancellazione dal codice civile dei termini marito e moglie (sostituiti con coniuge) e padre e madre (sostituiti con genitore); la BBC inglese ha diramato una circolare interna in cui, similmente, bandisce i termini padre e madre; il ministero della Pubblica istruzione inglese suggerisce agli insegnanti di riprendere i bambini che si riferiscano ai propri genitori chiamandoli mamma o papà (!), perché ciò farebbe sentire discriminati i bambini cresciuti da coppie omosessuali; in alcune contee inglesi la polizia effettua visite domiciliari per dare "lezioni sui commenti omofobici" alle persone che abbiano avuto modo di criticare le iniziative dei movimenti gay...

L'elevazione a modello dello stile gay passa anche attraverso le produzioni televisive e cinematografiche, invero un po' stucchevoli, in cui i gay sono intelligenti e sensibili, gli eterosessuali rozzi e violenti (ne abbiamo parlato a proposito de "Il padre delle spose").

Non ci sembra esagerato, allora, parlare del pericolo di una morale - anzi, di un moralismo - di Stato.


La rivendicazione di "diritti" che sono privilegi

L’invocazione di uno Stato etico emerge prepotente in una delle principali battaglie condotte dal movimento gay: l’equiparazione tra unioni omosessuali e famiglia tradizionale (uomo e donna uniti da un vincolo matrimoniale). L'obiettivo dello ‘svuotamento’ della famiglia e dell'imposizione di una nuova moralità pubblica, che si tradurrebbe nell'ottenimento di veri e proprî privilegi, è mascherato con la rivendicazione di "diritti".

Anche in questo caso (come in quello, già ricordato, della richiesta di un'aggravante specifica per i reati commessi contro gli omosessuali) il vittimismo viene utilizzato per scardinare il principio di uguaglianza.

Infatti, riconoscere che gli omosessuali sono stati (o possono essere) vittime di ingiustizie, e concedere tutela alle singole persone contro ingiustizie reali e specifiche, non può significare il riconoscimento agli omosessuali in quanto tali di uno status di vittime, meritevoli di tutele privilegiate come categoria (che, come vedremo, è il vero contenuto delle rivendicazioni gay).

La pretesa che lo Stato dia un sigillo giuridico di “uguaglianza” a situazioni che oggettivamente uguali non sono (come evidenziamo nell'articolo Di famiglia ce n'è una) ha un unico significato: quello di ottenere un pubblico riconoscimento di “moralità” o di “normalità” alla propria condotta, pensando che ciò possa attenuare una personale situazione di disagio.

Rossi Barilli, scrittore e militante gay, spiega apertamente: "Si apre un pubblico dibattito sulle unioni civili, che sempre più diventano la questione prioritaria nell'agenda dell'Arcigay. E questo non accade perché migliaia di coppie omo scalmanate diano l'assedio al quartier generale per poter coronare il loro sogno d'amore. Anzi, il numero delle coppie disposte a impegnarsi per avere il riconoscimento legale è addirittura trascurabile [...]. Ma il punto vero è che le unioni civili sono un obiettivo simbolico formidabile. Rappresentano infatti la legittimazione dell'identità gay e lesbica attraverso una battaglia di libertà come quelle sul divorzio o sull'aborto, che dispone di argomenti semplici e convincenti: primo fra tutti la proclamazione di un modello normativo di omosessualità risolto e rassicurante. Con la torta nel forno e le tendine alle finestre, come l'ha definito una voce maligna. Il messaggio è più o meno il seguente: i gay non sono individui soli, meschini e nevrotici, ma persone splendide, affidabili ed equilibrate, tanto responsabili da desiderare di mettere su famiglia. Con questo look "affettivo" non esente da rischi di perbenismo si fa appello ai sentimenti più profondi della nazione e si vede a portata di mano il traguardo della normalità" (Gianni Rossi Barilli, Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, p. 212).

Chi invoca un pubblico riconoscimento di “moralità” o di “normalità” alla propria condizione, sia pure per un fine che ritiene nobile o sperando di affrontare meglio il proprio disagio, dimentica però che i criteri di moralità sono liberamente definiti dalla società; e che i riconoscimenti simbolici non possono contraddire criterî di giustizia.
Per fare un esempio, anche il possesso di un titolo di studio ha un alto valore simbolico, e la sua assenza può esser fonte di frustrazioni; ma non per questo lo Stato può - regalando titoli di studio - calpestare i diritti di chi ha sudato per ottenerli, e nuocere all'esigenza della società di poter fare effettivo affidamento sulla preparazione di persone che si fregiano di un titolo. Similmente, riconoscere l'accesso al matrimonio (o ad unioni civili che ne mutuino gli effetti) a chi non ne possiede i requisiti materiali significa calpestare i diritti della famiglia e nuocere al benessere complessivo della società.

Anche la richiesta di adottare o concepire artificialmente figli è l'espressione di un mero desiderio, che non può essere trasformato in "diritto", perché calpesta i diritti fondamentali di un soggetto più debole (anche in questo caso rimandiamo all'articolo Di famiglia ce n'è una) .

Ribadiamolo: se allo Stato può esser chiesto di contrastare le ingiuste discriminazioni, non può esser chiesto di assegnare patenti di moralità, né di comprimere il libero pensiero (considerandolo "discriminatorio"), né di violare i legittimi diritti della famiglia o dei minori, solo perché si spera che ne possa venire un vantaggio a qualcuno.



Giudizio Utente: / 59

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