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Notizie - Attualitą e Costume
Immigrazione: problema o risorsa? Stampa E-mail
Come gestire un fenomeno complesso
      Scritto da Giovanni Martino
29/12/08
Ultimo Aggiornamento: 06/11/16

L’immigrazione è un fenomeno enorme e complesso, capace di cambiare il volto di una società. Se in meglio o in peggio, sta a noi deciderlo.

Il “fenomeno” immigrazione, infatti, presenta notevoli implicazioni economiche, sociali, culturali, di ordine pubblico. Presenta sia problemi sia benefici, che non sono un dato fisso e inevitabile, ma il risultato della nostra capacità di gestirlo.

Ogni discussione su questo tema, però, non può essere una fredda comparazione di costi e benefici. Non bisogna mai dimenticare che il “fenomeno” immigrazione è fatto dagli... immigrati: uomini in carne ed ossa, con le loro storie, le loro speranze, le loro paure e debolezze, i loro diritti (e i loro doveri), la loro creatività, la voglia di rendersi utili (o di approfittare delle situazioni), i loro vincoli familiari.

La dimensione dell’immigrato-uomo spesso è trascurata anche da coloro che vedono nell’immigrazione solo una risorsa, e che si vorrebbero porre come paladini degli immigrati. Ma vedremo che proprio la dimensione di umanità può essere calpestata e offesa, se l’immigrazione è incoraggiata senza nessuna gestione o controllo.


1.  Problemi e benefici connessi all’immigrazione.

Esistono numerosi problemi che possono derivare da un’immigrazione eccessiva e non regolamentata, e che possono recar danno alla società, ma anche ferire la dignità stessa degli immigrati (come degli Italiani più deboli):

1. cattive condizioni di vita degli immigrati, sia dal punto di vista del lavoro (bassi salari, sicurezza e diritti precari) sia da quello dell'alloggio (alti prezzi di acquisto e affitto, condizioni malsane e sovraffollamento);
2. peggioramento delle condizioni di lavoro e di alloggio degli Italiani delle fasce più deboli, che entrano in competizione con gli immigrati;
3. scadimento di un sistema di protezione sociale gravato da troppo assistiti, con conseguenze negative per gli Italiani che non hanno la possibilità di pagarsi tutele privatistiche;
4. delinquenza degli immigrati senza lavoro. Una condizione di cui questi immigrati possono essere parzialmente anche vittime, perché arrivano con speranze non realizzabili. E vittime, ovviamente, sono i cittadini locali, soprattutto quelli dei quartieri dove si concentrano gli insediamenti di immigrati;
5. sfruttamento degli immigrati da parte della criminalità organizzata che gestisce i flussi migratori. Si va dall’impoverimento di immigrati che al loro Paese avevano una condizione di vita dignitosa, sono stati spinti a vendere tutto per pagare il viaggio, e non vedono realizzabili aspettative che spesso erano state enfatizzate da chi li ha incoraggiati a partire. Sino ad arrivare allo schiavismo e alla tratta delle giovani donne, indotte a partire con la promessa di lavoro e poi costrette alla prostituzione;
6. impoverimento dei Paesi di provenienza, privati delle risorse umane più intraprendenti e più pronte al sacrificio (l'ambasciatore rumeno Razvan Rusu ha denunciato che in Romania inizia ad esserci una forte carenza di manodopera: almeno 27mila lavoratori);
7. violenza sui soggetti deboli nelle comunità-ghetto di immigrati;
8. conflitti sociali ed economici, soprattutto tra le classi deboli italiane e immigrate (“guerra tra poveri”);
9. conflitti politici e culturali per l’esistenza di differenze inconciliabili su principî di convivenza e diritti fondamentali: idea della laicità dello Stato, diritti delle donne e dei minori, diversa sensibilità sull’esigenza di isolare violenza e terrorismo, ecc.

Quelli che abbiamo passato in rassegna sono i problemi derivanti da un’immigrazione eccessiva e non regolamentata. Molti di questi problemi possono essere evitati se ci si sforza di gestire il fenomeno. O forse dobbiamo dire che "avrebbero potuto" essere evitati, visto che in Europa non c'è stata alcuna gestione e molti dei problemi evidenziati sono ormai esplosi.

Ad ogni modo, in un'analisi complessiva del fenomeno non bisogna dimenticare i nostri doveri di solidarietà (che però non si realizza principalmente con l'accoglienza), né i benefici e le risorse che possono venire dall’immigrazione:

1. manodopera per numerosi settori in cui c’è carenza;

2. contributo di creatività e sviluppo economico anche in altri settori, perché l’economia cresce anche trasformandosi, innervata da nuove idee;

3. apporto positivo alla stabilità sociale derivante dallo spirito di laboriosità e di sacrificio tipico degli emigranti;

4. arricchimento culturale. Il rischio che l’incontro di culture diverse diventi scontro non deve far dimenticare l’opportunità che sia incontro fecondo.


2.  I criterî fondamentali per “gestire” l’immigrazione.

Come dosare problemi e risorse? In che cosa consiste la “gestione”, la “regolamentazione” del fenomeno migratorio?

I criterî fondamentali sono a nostro avviso due:

2.1.  Programmazione dei flussi.

L’immigrazione non è un “diritto” in sé. Ricordiamo che ad ogni diritto corrisponde un dovere, e che l’adempimento di questo dovere dev’essere possibile. (Ad esempio, possiamo dire che un figlio ha diritto alla migliore istruzione possibile; non che possa pretendere - da genitori che non ne hanno la possibilità – la frequenza di master all’estero).

Ciò nondimeno, esiste un dovere morale, di solidarietà umana, ad aiutare ed accogliere le persone in condizione di bisogno. Questo dovere deve essere esercitato, appunto, nei limiti in cui sia realisticamente possibile, nei limiti in cui l’accoglienza offerta sia dignitosa (non si può dire: “vieni e arrangiati”), nei limiti in cui consenta il rispetto del bene comune della società ospitante.

Esiste, infatti, un diritto fondamentale delle singole persone ad emigrare dal proprio Paese, nel senso che non possono essere trattenute contro la propria volontà dalle autorità del Paese di origine (bisognerebbe anche ricordare il diritto ancor più essenziale a restare nel proprio Paese, senza essere obbligati o indotti a partire...).
Ma non esiste nessun "diritto" ad immigrare in determinati Paesi. Il diritto umano all'emigrazione, quindi, può essere esercitato solo col consenso dei Paesi di destinazione.

Possiamo e dobbiamo, dunque, accogliere gli immigrati – e le loro famiglie - ai quali siamo in grado di offrire un lavoro. Programmando il numero di coloro che possiamo accogliere, e assicurando il rispetto di questa programmazione (se necessario, con respingimenti alle frontiere e rimpatrî obbligati).

Inoltre, possiamo accogliere gli immigrati che abbiano effettivamente il desiderio di integrarsi nella cultura della società che li ospita e di contribuire al bene comune della stessa.

 Il 1 novembre 2016, nella conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma dal suo viaggio in Svezia, papa Francesco (persona certo non sospettabile di scarsa sensibilità verso i migranti...) ha precisato:
"Si deve distinguere tra migrante e rifugiato. Il migrante (la persona che emigra in cerca di migliori condizioni di vita, ndr) dev’essere trattato con certe regole perché migrare è un diritto ma è un diritto molto regolato. Invece, essere rifugiato viene da una situazione di guerra, di angoscia, di fame, di una situazione terribile e lo status di rifugiato ha bisogno di più cura, di più lavoro.(...)
Cosa penso dei Paesi che chiudono le frontiere? Credo che in teoria non si può chiudere il cuore a un rifugiato, ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare" (Si noti che l'esigenza di rapportare l'accoglienza alle possibilità è espressa anche per i "rifugiati", per i quali poco prima lo stesso Papa aveva sottolineato l'importanza di un'apertura maggiore rispetto ai migranti).

2.2.  Integrazione degli immigrati.

Gli immigrati - a parte quelli temporanei (stagionali, per motivi di studio) - sono in larga parte persone che entrano in nuovo Paese per costruirsi una nuova vita, stabilirvisi a lungo, in molti casi per sempre. Ebbene, è necessario che questo inserimento avvenga senza conflitti con la società che li ospita, costruendo una graduale reciprocità di diritti e doveri.

Un immigrato, dunque, deve rispettare innanzi tutto le leggi del Paese che lo ospita. Non possono esserci zone franche, quartieri di immigrati, dove queste leggi (con particolare riguardo ai diritti fondamentali delle persone: diritti delle donne, dei bambini) non sono rispettate.
Rispettando tali leggi, l’immigrato potrà esigere il rispetto dei diritti umani e di libertà (personale, di inviolabilità del domicilio, di espressione, di religione, di tutela giudiziaria, di istruzione per i minori) che la Costituzione riconosce a chiunque soggiorni nel nostro territorio; nonché il rispetto dei diritti connessi alla propria prestazione lavorativa e dei diritti di prestazione economica connessi alle tasse versate.
Non si può considerare un dovere di solidarietà consentire la nascita di ghetti in cui non vengono rispettate le leggi e i valori fondamentali della società ospitante (ghetti che peraltro sono bombe ad orologeria). Né si può considerare un dovere di solidarietà garantire l’ “ospitalità” nelle nostre prigioni a chi delinque.

A questo primo livello di integrazione – la capacità di rispettare regole comuni – ne dovrà seguire uno ulteriore: la cittadinanza. Si tratta dello status cui sono connessi i diritti civili e politici, cioè i diritti che la Costituzione riserva ai cives, ai cittadini: la pienezza del diritto a circolare e soggiornare in ogni parte del territorio e del diritto di associazione; la possibilità di ottenere politiche di sostegno sociale allargate; la possibilità di determinare (con il voto) gli indirizzi e le regole della comunità.

La necessità di graduare il godimento di tali diritti – e di pretendere il rispetto di corrispettivi doveri – deriva dal fatto che una comunità non si regge solo sulle leggi economiche, su logiche di scambio. Una comunità ha regole di convivenza sociale che sono l’espressione di valori comuni. Una comunità ha bisogno di legami di solidarietà che non possono essere imposti, ma si attivano se c’è reciproco riconoscimento tra i membri della comunità stessa.
Non si è più immigrati, ma cittadini a pieno titolo, dunque, dopo aver appreso la lingua di un Paese, dopo avervi vissuto un numero di anni sufficiente a comprenderne la mentalità e la cultura, e a condizione di condividere i valori fondamentali espressi dalla Carta costituzionale di quel Paese. Dopo che si è raggiunto, insomma, un pieno livello di integrazione. Convinzione che sembra maturare nella sinistra italiana (vedi le posizioni di Barbara Pollastrini).

I criterî che abbiamo delineato per la gestione dell’immigrazione potrebbero sembrare troppo rigidi o apodittici. Per approfondirli meglio, e comprenderne l’importanza, possiamo esaminare i luoghi comuni, i pregiudizi, le esigenze economiche, le ideologie politiche che animano il dibattito sulla materia, soprattutto da parte di coloro che – da fronti opposti - sono contrarî ad una gestione del fenomeno: o perché pensano che l’immigrazione debba essere assolutamente libera; o perché pensano che vada semplicemente impedita.



3.  Quelli che dicono solo “l’immigrazione è una risorsa”.

Ma chi sono coloro che incoraggiano un’immigrazione intensa, con maglie larghe (o addirittura senza controlli)? Quali argomenti propongono?

3.1.  La domanda di manodopera delle imprese.

Tra i fautori di un’immigrazione intensa ci sono molti imprenditori, che richiedono manodopera per i lavori “che gli Italiani non vogliono più fare”. Ma è davvero così?

Ci sono, effettivamente, alcuni lavori che negli ultimi anni, con la diffusione del benessere, gli Italiani amano sempre meno. Si tratta soprattutto delle attività considerate più “umili”, che richiedono grande fatica, che comportano rischi: badanti, operai non specializzati, braccianti agricoli.
La realtà non è però così semplice. Non è che in Italia si studi più che in passato: la percentuale di laureati è stabile, nonostante il percorso di studi sia spesso più facile e siano state create numerose opportunità di formazione specialistica “breve”. Molti Italiani cercano lavoro senza avere grande professionalità. Davvero sono tutti presuntuosi e sfaticati, davvero pretendono tutti un lavoro “dietro la scrivania”?
O non sarà che, spesso, certi lavori gli Italiani non li vogliono fare perché quei lavori sono mal pagati, perché non si è tutelati dai rischi mediante adeguate misure di sicurezza?

“Ma il costo della manodopera non può salire troppo, altrimenti le imprese non sono più competitive”. Anche qui, c’è parecchia ipocrisia.
Quanto incide la manodopera nel manifatturiero, uno dei settori più proiettati all’esportazione (e quindi con l’esigenza della competitività)? Il 20-30% del prezzo finale. Il resto è ripartito tra profitti, ricerca, costi per macchinari e processi di trasformazione, costi energetici, pubblicità e – soprattutto – costi di distribuzione (trasporti e margini di guadagno di grossisti e rivenditori finali). Nell’agricoltura il prezzo al dettaglio spesso supera di dieci volte quello alla produzione!
La competitività non la possiamo costruire limando i salari (che, in ogni caso, resterebbero superiori a quelli dei Paesi meno sviluppati) o risparmiando sulla sicurezza. La competitività la dobbiamo costruire sull’innovazione, la qualità, la riduzione della pressione fiscale, il supporto di strutture e amministrazioni efficienti. Tant’è che abbiamo salari tra i più bassi (anche per colpa della tassazione) dei Paesi OCSE, eppure non siamo altrettanto competitivi!

Lavori sottopagati e insicuri: è una situazione che ferisce la dignità degli immigrati e danneggia una parte di cittadini italiani, quelli delle fasce sociali più deboli, che sarebbero disposti a lavorare a condizioni migliori.

Peraltro, i lavori sottopagati rallentano l'innovazione, perché i bassi salarî rendono conveniente mantenere in vita anche lavori destinati a scomparire.

Aggiungiamo un’altra osservazione: gli immigrati non vengono a svolgere solo i lavori più umili, ma anche – col passare del tempo – lavori qualificati. Lavori appetiti, naturalmente, da un numero ancora maggiore di Italiani: operai non solo generici, ma specializzati; artigiani; commercianti; tassisti (magari alle dipendenze di società e cooperative); ecc. Prossimamente: ingegneri, matematici, chimici. Il che è giusto e inevitabile: non si può immaginare che l’immigrato sia confinato in una condizione di serie B.
Ma il problema è: c’è bisogno di questa manodopera? In che quantità? O si vuole creare una competizione che abbassi oltremisura il potere contrattuale dei lavoratori? Si vuole creare quello che Marx definiva “esercito industriale di riserva”? Certo, Marx sbagliava a considerare una condizione necessaria del capitalismo quella che era una condizione occasionale del mercato del lavoro (eccesso di offerta), di cui magari poteva approfittare la miopia di qualche capitalista senza scrupoli. L’economia di mercato, invece, è aiutata da salari alti, che creano domanda di consumo e stimolano l’economia. Però non dobbiamo fingere di non vedere che la miopia di qualche capitalista-imprenditore può sempre ripresentarsi, che la tentazione dello sfruttamento è sempre presente.

3.2. L'illusione di usare gli immigrati per pagare le pensioni.

Le riforme pensionistiche sin qui approvate non sono sufficienti a sanare lo squilibrio dei conti pensionistici, dovuto al fatto che le pensioni sin qui erogate sono molto più elevate dei contributi versati da quei lavoratori. Il "trucco" di pagare le pensioni con i contributi dei lavoratori ancora in attività non funziona più, a causa del calo demografico. I giovani che già sono entrati nel sistema a “capitalizzazione” dovranno versare ancora a lungo, oltre ai contributi per la propria pensione, i soldi per pagare le pensioni già erogate, ed anche per sostenere i servizi sociali (assistenza, sanità) necessarî ad una popolazione sempre più anziana.

E' illusorio pensare che il problema si possa risolvere favorendo l'immigrazione, per pagare le pensioni con i contributi dei lavoratori immigrati.
Innanzitutto, molti immigrati lavorano in nero, e quelli in regola esercitano attività scarsamente remunerative, versando di conseguenza contributi esigui; si porrà anzi il problema del loro trattamento pensionistico. Quand’anche si arrivasse ad una generazione di giovani lavoratori immigrati che abbia acquisito un importante peso politico e sociale, non è da trascurare il fatto che essi, inevitabilmente, si lamenteranno di essere “sfruttati” se si chiederà loro di “mantenere” gli italiani anziani, cioè se i contributi versati non dovessero essere destinati interamente a coprire la propria prestazione pensionistica.

La gravità del fenomeno può essere attenuata solo, in prospettiva, da una veloce ripresa demografica.

3.3.  Gli immigrati strumentalizzati dalla sinistra estrema.

Marx era convinto che il capitalismo si reggesse solo sullo sfruttamento, per cui il suo collasso doveva essere inevitabile. La storia lo ha smentito.
Eppure non manca qualche comunista nostalgico che resta abbagliato da queste idee. Qualcuno convinto che “bisogna far esplodere le contraddizioni interne del capitalismo”, attirando masse di immigrati in numero tale che non possano essere assorbiti senza aspri conflitti sociali, e che si arrivi ad una “crisi di sistema”. Insomma: se il capitalismo non cade da solo... diamogli una mano!

Inoltre, questi nuovi immigrati in condizioni di disagio dovrebbero divenire un bacino elettorale per partiti che conoscono un inesorabile declino storico.

Qualcuno potrà essere abbagliato dalle argomentazioni ‘ufficiali’ di comunisti, “antagonisti”, “no global”: si parla di sviluppo globale, società più giusta, multiculturalità, ecc. Ma il loro vero pensiero può essere compreso se si seguono con attenzione le loro analisi e i loro comportamenti.

In questa sede possiamo ribadire solo, in estrema sintesi, che lo sfruttamento – interno e internazionale - è un abuso che può esistere ed esiste, ma non è la condizione stessa dell’economia di mercato. Lo sviluppo delle economie libere ha portato alla crescita e alla diffusione del benessere; il sottosviluppo che permane in alcuni Paesi poveri, causa dei fenomeni migratori, non dipende dalla ricchezza dei Paesi ricchi, come abbiamo spiegato meglio nella recensione del libro Poveri, perché?
In aggiunta, vogliamo solo sottolineare il cinismo – tipico di quanti sono accecati da un’ideologia – che non guarda agli immigrati come persone, ma come “masse di manovra rivoluzionaria”; un cinismo che non si fa scrupolo di soffiare sul fuoco dello scontro tra le fasce sociali più deboli.


3.4.  I sensi di colpa degli idealisti utopici.

Esistono alcuni convinti davvero che sia possibile accogliere tutti condividendo il nostro benessere. E che da questo incontro verranno spontaneamente progresso, crescita culturale, pace, ecc. A questa convinzione si aggiunge un certo senso di colpa – derivante anche dai luoghi comuni ereditati dal comunismo -, secondo cui i Paesi ricchi avrebbero la responsabilità della povertà nel mondo.

Ebbene, la speranza e la voglia di migliorare le cose sono una virtù. L’utopia e la mancanza di senso della realtà sono, invece, pericolosissime.
Accogliere milioni – miliardi? – di persone, in maniera rapida e incontrollata, non significa condividere la nostra ricchezza, ma la loro povertà.
Strapparle alle loro terre, alle loro culture, significa far loro violenza, non essere solidali. Significa compromettere le possibilità di sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo, privati delle risorse umane più qualificate e volenterose.

In effetti i migranti economici non fuggono da "fame e disperazione", se non in piccola parte. Quelli davvero affamati non hanno i soldi da pagare ai trafficanti: 2-3.000 dollari solo per l'attraversamento del Mediterraneo, altrettanti per il viaggio che li conduce ad arrivare alle coste libiche. 5-6.000 dollari sono una somma enorme per gli standard africani, difficile da mettere insieme anche vendendo le proprie piccole proprietà.
Gli attuali migranti potremmo definirli "piccoli borghesi", mossi, più che dalla disperazione, dalle illusioni instillate dai trafficanti, nonché dalla - legittima, s'intende - aspirazione ad un futuro migliore. Queste persone, come detto inizialmente, hanno il diritto di tentare l'espatrio, se lo desiderano; ma desidererebbero molto più una vita migliore nella loro terra. 

Se davvero vogliamo esercitare la solidarietà, dobbiamo investire, molto di più di quanto fatto sinora, in interventi efficaci - non intercettabili dalle corrotte classi dirigenti locali... - per lo sviluppo dei Paesi poveri.

Dovremmo inoltre esercitare un serio controllo sui loschi traffici che causano guerre.
Non sono i commerci o le armi occidentali le cause di ogni violenza: la violenza alligna ovunque e si esercita con qualsiasi tipo di strumento. I commerci, in particolare, sono per i Paesi più poveri condizione necessaria  di sviluppo.
Ma abbiamo assistito anche a troppi casi in cui si è soffiato sul fuoco del conflitto per favorire interessi particolari inconfessabili. 
 

3.5.  I “multiculturalisti”.

Esiste non solo la necessità di regolare il numero degli immigrati, ma anche quella di creare le premesse per la loro integrazione.
Nel nostro articolo Dialogo e convivenza tra culture cerchiamo di definire i contorni di un’integrazione possibile, evidenziando che il "multiculturalismo", inteso come separatismo escludente, come idea che possano convivere culture non dialoganti, esprime un’illusione. Un’illusione che danneggia gli stessi immigrati.
Nello stesso articolo abbiamo ricordato le riflessioni sul tema di un insigne politologo Giovanni Sartori, il quale - dopo aver sottolineato la fondamentale differenza tra il benefico "pluralismo" (essenziale in una società aperta) e il distruttivo "multiculturalismo - si chiede "fino a che può la società pluralista può accogliere senza dissolversi "nemici culturali" che la rifiutano. Perché gli immigranti non sono tutti eguali. E l'immigrante di cultura teocratica pone problemi ben diversi dall'immigrante che accetta la separazione tra politica e religione" (la stessa riflessione era stata condotta anni addietro da una voce autorevole e coraggiosa come quella del cardinale Giacomo Biffi, il quale segnalava l'opportunità di favorire, in Paesi cattolici, l'accesso di migranti economici provenienti da Paesi con la stessa matrice culturale e religiosa).

Ancora papa Francesco, nella già citata conferenza stampa, ha ricordato: "Qual è il pericolo quando un rifugiato o un migrante – questo vale per tutti e due – non viene integrato, non è integrato? Mi permetto la parola – forse è un neologismo – si ghettizza, ossia entra in un ghetto. E una cultura che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura, questo è pericoloso".

3.6.  I consumatori di sesso a pagamento.

Esiste una domanda interna di donne sempre nuove, sempre più giovani (poco più che bambine), disposte a concedere ogni tipo di prestazione sessuale a basso prezzo. Da qui il mercato internazionale della prostituzione, spesso nelle forme dello schiavismo.

La domanda di prostitute immigrate non è esplicita: non si sentono voci che la esprimono apertamente.
Eppure questa domanda, sotterranea, è molto forte e diffusa, anche a livelli “alti”: non si sentono le voci che chiedano misure forti per combatterla...
La politica deplora, ma non agisce.

3.7.  I moralisti: “discutere l’immigrazione alimenta il razzismo”.

I moralisti sono coloro che amano salire su un pulpito e dare bacchettate, piuttosto che analizzare una questione. Se poi si sposano con gli apostoli del “politicamente corretto”, che hanno già in tasca la lista delle idee ammesse nel dibattito pubblico, e di quelle respinte perché “intolleranti”, allora il cocktail è micidiale...

Se c’è il rischio razzista che tutti gli stranieri, o tutti gli appartenenti a diverse etnie, vengano considerati pericolosi, questo rischio non lo si elimina imponendo la finzione che siano tutti angelici e migliori degli altri, in una sorta di “razzismo” rovesciato.
Se c’è il rischio di trascurare l’importanza del lavoro degli immigrati onesti, non bisogna rinunciare ad affrontare i problemi sociali ed economici che l’immigrazione comporta.
Se razzismo significa generalizzare, il suo contrario è distinguere, analizzare un fenomeno, porsi domande, cercare risposte.

Ancora una volta: l’immigrato onesto è danneggiato quando non si affrontano i problemi, oppure quando viene confuso con il criminale immigrato (e ci sono...).
Questa confusione viene incoraggiata anche quando ci si limita ai proclami contro la criminalità, o si finge di prendere provvedimenti che poi non vengono assunti: atteggiamenti tipici dei moralisti, che ai fatti preferiscono le parole.

3.8.  I fatalisti: “l’immigrazione non si può fermare”.

Non parlano apertamente di immigrazione come risorsa, ma alla fine la incoraggiano ugualmente, quanti sostengono che si tratta di un “fenomeno epocale e inarrestabile”, che “è inutile alzare barriere”, che “l’Occidente non può rinchiudersi in una fortezza”, che “l’emigrazione è un fenomeno esistito in ogni epoca”, ecc. Frasi suggestive, che però non dicono granché. Esprimono una resa, scrollano le spalle di fronte ai drammi umani che i fenomeni migratori incontrollati portano con sé.

Il problema non è di fermare la storia o bloccare i fenomeni migratori. Il problema è di trovare il modo di gestirli: nessun Paese ha mai accettato un’immigrazione indiscriminata.
Gli Stati Uniti d’America sono un Paese sorto proprio con le immigrazioni: qualcuno ricorda Ellis Island, l’isolotto alla foce del fiume Hudson dove gli immigrati venivano visitati, controllati, “filtrati” anche in base al rispetto delle quote stabilite? Non solo: i migranti venivano già sottoposti alle necessarie visite mediche nel Paese di partenza, perché erano a carico di questo le spese per il rimpatrio di quelli che fossero stati eventualmente ritenuti inidonei nelle visite al Paese di arrivo!
Negli USA, ma anche nei Paesi europei del Secondo Dopoguerra, in Australia, in Argentina, immigravano soltanto le persone secondo i flussi programmati. Anzi, alcuni Paesi ospitanti offrivano anche "ricompense" ai Paesi di provenienza della manodopera di cui avevano bisogno (ad esempio, il Belgio ci dava il carbone).

Le modalità con le quali devono essere programmati i flussi (numero massimo per anno, per tipologia professionale, per Paese di provenienza) possono essere diverse. L’importante è che questa programmazione sia applicata rigorosamente, respingendo alle frontiere o riaccompagnando al Paese di provenienza chi non ha titolo e possibilità di essere accolto.

Ciò significa insensibilità verso i disperati?
No, perché i flussi migratori non sono quasi mai alimentati spontaneamente da disperati, ma incoraggiati. Si viene in Europa con ogni mezzo non perché mossi da stato di necessità, ma perché si sa di non essere respinti (e quelli che partono con intenzioni poco oneste scelgono il Paese considerato più "indulgente"). Quando invece si sa che l’immigrazione clandestina non offre prospettive, si scelgono altre vie.

L'incoraggiamento alla migrazione proviene innanzitutto dalla malavita internazionale, che organizza le carovane di migranti sin dagli Stati sub-sahariani e che con questo sfruttamento fattura ormai centinaia di milioni di dollari. Il controllo del business, peraltro, lo stanno prendendo le organizzazioni terroristiche, che finanziano così la loro "attività"

Gli attuali migranti, infatti, in gran parte non fuggono da "guerre e persecuzioni", come una stucchevole retorica recita continuamente. Secondo gli stessi Stati UE, i migranti che fuggono da reali situazioni di pericolo (per i quali, quindi, i Paesi UE che non sono di frontiera sono tenuti a condividere l'accoglienza) sono una minoranza, provenienti da Siria ed Eritrea.
Tutti gli altri si mettono in viaggio per motivi economici, incoraggiati dagli emissari delle organizzazioni malavitose che girano per i Paesi sub-sahariani e propongono il "pacchetto viaggio".

Inoltre, l'incoraggiamento proviene anche dai Governi dei Paesi ospitanti, su impulso dei gruppi economici e politici che ritengono di trarne beneficio (e che controllano i media).
Alcuni dei benefici attesi sono dichiarati e li abbiamo esaminati in precedenza (manodopera, contributi pensionistici), evidenziando anche incongruenze e aspetti poco nobili (manodopera da sfruttare).
Altri "benefici" attesi da alcune élites di potere sono meno confessabili. In particolare, la destrutturazione delle società (attraverso l'indebolimento delle identità comunitarie provocato dal "multiculturalismo"), che abbiamo segnalato essere un gravissimo problema, viene considerato un obiettivo auspicabile dai centri di potere che vogliono una società "globalizzata" individualistica e massificata, un insieme di meri consumatori, anziché una società di cittadini consapevoli e solidali, con identità culturali e strutture sociali forti (la stessa destrutturazione viene perseguita con le teorie del gender, la lotta alla famiglia, le politiche antinataliste). In gran parte coincidente è il disegno di favorire l'immigrazione di matrice islamica, pensando con ciò di indebolire il tessuto culturale tradizionale di matrice cattolica e, quindi, la sua incidenza sociale e politica (spesso di ostacolo alle forme di sfruttamento sociale ed economico).
L'incoraggiamento del fenomeno migratorio da parte dei Governi occidentali non è solo una tendenza disorganica, ma un progetto politico attentamente pianificato: è l'applicazione della teoria del replacement ("sostituzione" di ampie fasce di popolazione autoctona, di cui viene scoraggiata la natalità, con popolazione immigrata); teoria formalizzata, ad esempio, dal Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu (Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?). L'eco di queste teorie si ritrova, ad esempio, in un tweet del presidente della Camera Laura Boldrini, la quale il 12 marzo 2016 ha scritto che "per avere 66 milioni di abitanti nel 2055 dovremo accogliere un congruo numero di immigrati ogni anno". Non si tratta dunque di migrazioni "inevitabili", da accettare in nome della "solidarietà", ma di flussi con obiettivi quantitativi e cadenze temporali ben determinati.

L'incoraggiamento del fenomeno migratorio da parte dei Governi occidentali si manifesta peraltro in forme clamorose.
L'Italia, ad esempio, non salva migranti a rischio di annegamento. L'Italia va a raccogliere fin quasi sulle coste libiche tutti i migranti che chiamano sulle frequenze internazionali con i telefoni satellitari messi a disposizione dagli scafisti. Ai tempi di "Mare Nostrum", addirittura, era stato organizzato un vero e proprio servizio di traghettamento quasi regolare! Con le successive operazioni "Triton" e "Sophia" (Eunavfor Med) il raggio di azione delle navi si era ridotto, ma poi si è tornati ad estenderlo. Agli scafisti basta mettere in mare un barcone rimediato, incapace di compiere qualsiasi traversata, e... telefonare.
Peraltro, quando hanno sentore che ci sia un irrigidimento nelle operazioni di "traghettamento", provvedono loro stessi a creare le condizioni perché un barcone affondi (sovraccaricandolo), al fine di suscitare la reazione emotiva dell'opinione pubblica occidentale (questo modus operandi non è un'illazione, ma è stato dichiarato dagli stessi scafisti arrestati).

Senza contare che la gestione degli immigrati (con e senza permesso di soggiorno) è diventata un gigantesco affare, fonte di interessi leciti (organizzazioni del terzo settore, residenti che vengono pagati profumatamente per mettere a disposizione degli immigrati locali di qualsiasi tipo) e illeciti: le tangenti collegate a questo fenomeno si sono rivelate di entità preoccupante, grazie anche al fatto che può essere sempre invocata l' "urgenza" (e quindi l'affidamento diretto degli appalti) e che è più facile tacitare le critiche (con l'accusa ricattatoria di "razzismo" e "mancanza di solidarietà", come spiegava Buzzi - il regista di "Mafia capitale - nelle intercettazioni telefoniche).

3.9. I superficiali: "Dopotutto l'impatto dell'immigrazione non è così grave, siamo un Paese ricco".

La sottovalutazione dell'impatto del fenomeno immigratorio, che si traduce in una notevole dose di superficialità, si ritrova prevalentemente in quella fascia di popolazione nella quale si sommano due caratteristiche: una condizione di privilegio sociale, che rende meno evidenti i disagi diretti della pressione migratoria (alto tenore di vita, residenza in quartieri non popolari); e una certa dose di disinformazione, dovuta anche alla preferenza per quei media che si autocensurano su questo argomento politicamente "scorretto".

Ebbene, la disinformazione sull'argomento andrebbe combattuta, perché non è mai ammissibile nessuna censura che soffochi la consapevolezza democratica dei cittadini. Neanche quando - nelle intenzioni di chi la alimenta o la tollera - è "a fin di bene".
Purtroppo in alcuni Paesi, come quelli scandinavi, è già vietato dalla legge (!) elaborare e diffondere statistiche che operano distinzioni su base etnica o di cittadinanza capaci di indurre "discriminazioni" (per cui si può affidare solo all'interpretazione il dato per cui quei Paesi, nei quali è ormai elevatissima la percentuale di popolazione immigrata residente, sono ai vertici nelle statistiche mondiali sulla violenza sulle donne...).
Anche in Italia, sia pure in assenza di divieti di legge, questi dati iniziano ad essere raccolti ed elaborati con sempre maggiore difficoltà, come anche quelli sui costi economici (una relazione della Corte di Conti di qualche anno fa segnalava l'alta incidenza sul deficit sanitario della spesa per gli STP - Stranieri Temporaneamente Presenti. Questo tipo di rapporti è stato poi "silenziato")...

Sarebbe dunque importante analizzare obiettivamente i "costi" dell'immigrazione, per raffrontarli con i benefici attesi:

- costi "sociali". Problemi dell'integrazione e del "multiculturalismo", dell'indebolimento dell'identità culturale, descritti in precedenza; abbassamento dei salari che danneggia le fasce di lavoratori italiani meno professionalizzati; maggiore difficoltà (o impossibilità) di accesso per gli italiani alle prestazioni del welfare;

- costi in termini di sicurezza. Il tasso medio di propensione alla commissione di reati è, per gli immigrati, di cinque volte superiore a quelli dei cittadini italiani (proporzione 5 a 1). La proporzione scende a un valore di 2 a 1 per gli immigrati "regolari", con lavoro e permesso di soggiorno (ma è interessante notare che resta doppia di quella degli italiani...), mente sale a un valore di 1 a 30/40 (il valore è mutevole a seconda degli studi effettuati) per gli immigrati "irregolari";

- costi economici. In questo caso, si è abituati a calcolare solo i costi di gestione dell'emergenza, che nel 2016 (sulla base delle richieste di flessibilità formulate dal Governo Renzi all'Unione Europea) sembrano pari a 3 miliardi di euro.
Ma dovrebbero essere correttamente calcolati tutti i costi sociali sostenuti, non solo a favore degli immigrati che lavorano regolarmente, ma anche a quelli che lavorano in nero, ai disoccupati, agli ospiti nei centri di accoglienza, alle loro famiglie giunte con i ricongiungimenti…
Quindi: costi per l’assistenza sanitaria, per gli asili nido e l’istruzione dei minori, per la formazione e integrazione (mediatori culturali, corsi di lingua e professionali, agevolazioni fiscali mirate alle imprese, ecc.), per l’assistenza sociale (case popolari, pensioni sociali a familiari residenti, ecc.), costi per la sicurezza (forza pubblica, attività giudiziaria, carceri).
Bisogna certo calcolare i benefici economici forniti dai lavoratori immigrati: imposte (però per lavori con livelli di ricavo molto bassi e con aree di evasione molto superiori alla media per le attività di lavoro autonomo) e contributi previdenziali (anche qui, però, di entità contenuta, senza contare che il sistema contributivo prevede che tali somme vadano in effetti accantonate a favore di chi le versa).
La discrepanza tra costi e benefici è in ogni caso enorme, e andrebbe quantificata: 10 miliardi l'anno? 20?
Quanto sarebbe più efficace investire anche solo parte di queste somme in aiuti per lo sviluppo dei Paesi poveri e in politiche di sostegno alla famiglia e alla natalità nei nostri Paesi europei (considerato che la crisi demografica viene invocata per giustificare l'immigrazione)?


4.  Quelli che dicono solo “l’immigrazione è un problema”.

Sino ad oggi hanno prevalso le tesi di quanti sono favorevoli a flussi immigratori consistenti, o comunque non ritengono di dover gestire il fenomeno. E ci siamo quindi soffermati maggiormente sui problemi che questa mancata gestione può comportare, e che stanno cominciando ad esplodere.

Ma sarebbe parziale e fuorviante anche la visione di chi considerasse l’immigrazione solo un problema.

4.1.  Gli stranieri tolgono lavoro agli Italiani?

Questa risposta può avere una risposta affermativa nei termini in cui ne abbiamo parlato all’inizio, cioè in caso di immigrazione incontrollata.

Ma la preoccupazione per il lavoro degli Italiani non può tradursi nella pretesa di una chiusura assoluta delle frontiere. L’esigenza di nuova manodopera, in quantità consistenti, non può essere ignorata.

Aggiungiamo che non serve solo “manodopera”, ma anche lavoro qualificato: nuove idee, nuovi cervelli, nuovi entusiasmi fanno crescere un Paese.

Anche una certa dose di concorrenza può stimolare gli Italiani a non sedersi sugli allori del “posto sicuro”, e a curare dunque la propria formazione e la propria crescita professionale. L’importante è che si tratti di una concorrenza di proporzioni complessivamente assorbibili dal mercato del lavoro.

4.2.  Gli stranieri prosciugano le risorse di protezione sociale.

L’assistenza sociale agli stranieri che lavorano e pagano le tasse, e ai loro congiunti, non può essere negata. Non dimentichiamo che molti pensionati italiani vedono pagata la loro pensione con i contributi versati da lavoratori stranieri.

Altra cosa è consentire ricongiungimenti familiari estesi (genitori, fratelli, parenti), e garantire prestazioni assistenziali ad una categoria di beneficiari indefinita. Poiché le risorse per l’assistenza non sono infinite, ciò crea ovviamente inefficienze, ritardi, ingiustizie. Peraltro, questo tipo di assistenza “interna” costa molto di più di quella che sarebbe possibile offrire nel Paese di provenienza.

4.3.  Quelli che dicono: “L’Italia agli Italiani”.

Se riteniamo che Italiani siano i cittadini che si riconoscono in un patrimonio di cultura e di valori condivisi, bisogna ricordare che questa categoria deve essere “aperta”: possono esserci nuovi Italiani, che – accettando l’integrazione - accolgono la cultura che li ospita e la arricchiscono col loro apporto. Come è già successo nei secoli precedenti.

Se invece qualcuno vuole cristallizzare la cultura italiana, vuole stabilire un anno zero in cui “Italiani” sono solo i figli dei cittadini attuali, bisogna ricordare che una civiltà muore non solo quando viene spazzata via, ma anche quando diventa sterile.
Senza contare le venature xenofobe o razziste di una difesa “etnica” dell’italianità.

4.4.  Gli xenofobi.

I termini razzista e “xenofobo” (“colui che ha paura dello straniero”) sono spesso utilizzati con troppa disinvoltura dai militanti del moralismo antirazzista; sono marchi con cui mettere a tacere chi la pensa diversamente. Dare a qualcuno dello “xenofobo”, poi, sottintende malignamente che quel qualcuno non esprime un’idea (da criticare) ma manifesta i sintomi di una malattia, una “fobìa” (da curare).

Ciò detto, il razzismo e la xenofobia esistono. Non sono “malattie” individuali, ma “mali” culturali che possono emergere in particolari contesti storici e sociali.

Il razzismo, inteso come idea che esista una “inferiorità” genetica di altre “razze” o gruppi etnici, forse, ha una diffusione molto contenuta. Ma è talmente odioso – per quanto stupido – che richiede sempre la massima vigilanza.

La xenofobia, intesa come diffidenza verso lo “straniero” (identificato da lingua, cultura, religione, ecc.), e più in generale il “diverso”, ha invece più facilità ad attecchire.
Ebbene, per fare un esempio, è lecito esprimere l’opinione – non la certezza - che, in generale, molti francesi siano un po’ spocchiosi, fissati con la grandeur. Ma non si può sostenere che tutti i Francesi abbiano questa connotazione (così come non tutti gli Italiani sono cantanti o furbi o mafiosi). E, soprattutto, non si possono attuare comportamenti discriminatori rispetto alla singola persona (che magari è un francese simpaticissimo e umilissimo) sulla base di una considerazione generale.
Oppure: possiamo rilevare che alcune correnti della religione islamica esprimono intolleranza, o non pongono paletti chiari rispetto all’integralismo islamista, anche violento. Possiamo pretendere che nelle moschee si rispettino le leggi, e quindi non si propagandi l’odio o non si faccia il reclutamento di kamikaze. Ma non possiamo attribuire queste tentazioni a tutte le correnti islamiche, o anche solo a tutti gli adepti delle correnti più a rischio. E, soprattutto, non possiamo conculcare la libertà religiosa dei singoli musulmani.

La generalizzazione esprime una semplificazione forse comprensibile, ma inaccettabile se incide sui diritti e la dignità delle singole persone.
La paura del diverso può soddisfare il meccanismo psicologico della ricerca del “capro espiatorio”, particolarmente forte nelle situazioni di crisi sociale; ma non può mai rappresentare la soluzione di un problema.

Pensare che lo straniero in sé sia la causa dei mali di un Paese è un’idea astratta e irreale, oltre che inumana.

I fatti dicono che esistono tanti stranieri onesti, laboriosi, e disposti a integrarsi.

I fatti dicono che di questi stranieri abbiamo bisogno. Dal punto di vista della forza lavoro, ma anche dei capitali, degli apporti culturali.

E non solo. Viene denunciata giustamente l’alta incidenza della delinquenza di origine straniera, figlia della disperazione. Ma se guardiamo la natura della delinquenza di origine italiana, figlia di un benessere “sazio e disperato”; se guardiamo l’apatia che si diffonde  nelle nostre città; allora viene da pensare che abbiamo bisogno anche della ricchezza umana degli immigrati…

 

In conclusione, quello dell'immigrazione è un fenomeno complesso, che non può essere affrontato sotto un'unica prospettiva (favorevole/contraria).
Nella nostra esposizione abbiamo dovuto dare più spazio all'analisi critica dei facili entusiasmi (e delle ipocrisie interessate) che sono alla base di un atteggiamento favorevole, per il semplice fatto che sin qui, nella gestione del fenomeno, si è avuta una mancanza di equilibrio in questa chiave, con le conseguenze gravissime che stanno emergendo: economiche (gli oneri connessi alla mole di immigrati è ben maggiore dei vantaggi apportati dalla quota degli stessi che riesce a inserirsi), sociali (insofferenza causata dallo spostamento verso gli immigrati delle garanzie dello Stato sociale, dagli atteggiamenti aggressivi di gruppi di immigrati verso le donne, ecc.) e politiche (la "Brexit" è stata la prima e più eclatante manifestazione di rigetto).

La questione, molto semplicemente, è che il fenomeno deve essere regolato, sulla base di decisioni politiche condivise e non di ricatti emotivi.
Non si possono calpestare i meccanismi democratici, nascondere le informazioni sulle dimensioni del fenomeno e sui suoi costi, col pretesto di "non creare allarmismo" e di "non alimentare le paure della gente". O magari col fine nascosto di creare sacche di sfruttamento di mano d'opera a basso costo. 
Senza dimenticare che la denuncia di queste derive non deve condurre, all'opposto, a strumentalizzare le paure (anche quando motivate e non irrazionali) per calcoli politici o per alimentare atteggiamenti pregiudizialmente xenofobi.



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