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Star Trek e la pillola Ru486 Stampa E-mail
L’illusione di rendere "indolore" un dramma personale che è anche sterminio globale
      Scritto da Giovanni Martino
21/09/09

Lo scorso 30 luglio l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha autorizzato l’immissione in commercio della pillola abortiva Ru 486.

Una decisione apparentemente ‘tecnica’, che prende atto dell’esistenza di una legge (la 194/98) che autorizza l’aborto; l'Aifa raccomanda di utilizzare la pillola nella “scrupolosa osservanza” delle tutele previste dalla legge stessa.
Una decisione in realtà ipocrita, perché finge di non sapere che esiste una grande campagna per rendere più “facile” - ma non più sicuro - l’aborto. Tant’è che già oggi, con vari escamotages (acquisto diretto all’estero della pillola da parte di alcune Regioni), oltre duemila donne hanno avuto accesso a questa pratica abortiva, per lo più in day hospital, senza quindi le invocate garanzie della legge 194.

Non vogliamo qui ripetere che l’aborto è a nostro avviso pratica inaccettabile, sia a livello individuale sia nelle mostruose dimensioni che ha assunto a livello mondiale (oltre 50 milioni di aborti ogni anno). Lo abbiamo approfonditamente argomentato altrove.

Né vogliamo ribadire, sulla pillola Ru 486, alcuni aspetti già analizzati in articoli che abbiamo ripreso: i potenti interessi economici che ne hanno spinto forzosamente l’introduzione, o i pericoli per la salute della donna più gravi che nell’aborto chirurgico.

Quello su cui vorremmo soffermarci non è l’aspetto medico, ma l’aspetto psicologico e culturale che spinge molti ad invocare l’aborto facile.

Anche su questo punto abbiamo già proposto un articolo che evidenzia come quella dell’aborto senza dolore sia solo un’illusione. Un’illusione, peraltro, rivelatrice di un’ipocrisia e di una rinuncia.

L’ipocrisia di chi spaccia per rapido e indolore uno strumento – quello della pillola abortiva – in realtà più doloroso e pericoloso anche per la madre. L’ipocrisia di chi sponsorizza uno strumento che non rende la donna più libera, ma la lascia più sola, accentuandone la responsabilità personale mediante la recisione dei legami con la comunità. L’ipocrisia di chi strumentalizza la donna per i proprî scopi ideologici (la cultura della morte) ed economici. L’ipocrisia di chi ha sempre sostenuto che “l’aborto è un dramma” che non può essere giudicato; e invece si sforza di renderlo banale, come solo il male più crudele può essere.

L’illusione dell’aborto facile è rivelatrice anche di una rinuncia. La rinuncia di chi, anziché combattere il male, si accontenta di anestetizzarlo, lasciando che si propaghi.

Che cosa c’entra tutto ciò con Star Trek?

La serie televisiva che narra i viaggi dell’astronave Enterprise ha conosciuto un ineguagliato successo di pubblico, attraverso i decenni e le generazioni di appassionati, grazie soprattutto alla sua natura di genuina opera di “fantascienza”, nell’accezione che questo genere narrativo ha avuto ai suoi esordi: un genere profondamente morale, perché prefigura gli scenari cui può giungere l’umanità con le sue scelte.

Nella serie ‘classica’ di Star Trek (quella con il capitano Kirk, per intenderci ) questo tratto didascalico era reso ancor più esplicito. Forse perché la serie fu pensata da Gene Roddenberry negli anni Sessanta, anni in cui era molto forte la tensione a costruire un mondo migliore. Una tensione in cui le venature utopiste erano temperate da un saldo radicamento nei valori tradizionali della civiltà occidentale, in una sintesi che – un po’ semplicisticamente – potremmo definire della “nuova frontiera” kennediana.

Ebbene, ancora oggi alle puntate della serie classica perdoniamo volentieri i costumi kitsch degli alieni, o gli scenarî esterni in cartapesta. Ci lasciamo piuttosto attrarre dal disegno della psicologia dei personaggi, dalle occasioni di riflessione che ci offre la storia.
Un’attenzione alle storie e ai contenuti che spesso non ritroviamo nelle più moderne trasposizioni televisive e cinematografiche di altri prodotti di fantascienza, più attente al fragore degli effetti speciali.

Dicevamo: che cosa c’entra Star Trek con la pillola Ru 486?

Un episodio della prima stagione della serie classica, andato in onda negli USA nel 1967, si intitola Una guerra incredibile (titolo originale: A Taste of Armageddon). In questo episodio l'Enterprise cerca di allacciare, per conto della Federazione planetaria, rapporti con il pianeta Eminiar VII. Ma quando il capitano Kirk sbarca sul pianeta con una delegazione scopre una realtà incredibile e raccapricciante: Eminiar VII è da secoli impegnato in una guerra contro il pianeta Vendikar, una guerra che ha prodotto milioni di morti. Com’è possibile che una guerra tanto sanguinosa duri così a lungo?

Ebbene, nel timore che una guerra convenzionale potesse distruggere le loro civiltà, questi due popoli hanno ideato una guerra “virtuale”. Molto più letale, però, di una guerra vera.
Negli attacchi simulati non vengono distrutte le città: i computer individuano le vittime, che devono presentarsi spontaneamente alla propria esecuzione “indolore”.

Insomma: anche la guerra (come l’aborto mediante pillola Ru 486, se è chiara la nostra metafora) è stata “anestetizzata”. E questa anestesia produce una catena infinita di lutti che quei popoli cercano di nascondere a se stessi.

L’equipaggio dell’Enterprise viene coinvolto suo malgrado in questa follia: in un attacco simulato di Vendikar, l’astronave, entrata nell’orbita di Eminiar VII, viene dichiarata distrutta; il suo equipaggio deve presentarsi entro ventiquattr’ore per accettare la propria esecuzione. I governanti di Eminiar VII cercano in ogni modo – con le minacce e con l’inganno – di portare a compimento questa esecuzione: se ciò non accadesse, Vendikar scatenerebbe un terribile attacco... “reale”!

A questo punto dobbiamo rivelare il finale dell’episodio, che molti avranno probabilmente già ricordato o intuito (chi volesse assolutamente gustarselo in video, dovrà interrompere la lettura dell’articolo...): il fortuito coinvolgimento dell’Enterprise diventa l’occasione per porre termine alla guerra, terribilmente “vera” – con i suoi lutti – anche nella forma virtuale.

Il capitano Kirk riesce ad evitare la morte del suo equipaggio nel termine stabilito. Vendikar scatena un attacco convenzionale, cui segue uguale risposta di Eminiar VII. Le distruzioni, la morte visibile nel suo dolore e nel suo orrore, spingono i governanti dei due pianeti ad allacciare immediatamente trattative di pace...

Conclusione semplicistica, frutto dell’ottimismo utopico di un autore di fantascienza? La sintesi di un’opera di fantascienza è inevitabilmente semplicistica. Ma questa sintesi ci sembra il frutto di uno sguardo realistico alla storia e alla natura dell’umanità.

Agli autori dell’episodio (il soggettista Robert Hamner e, ovviamente, il supervisore Roddenberry) qualcuno potrebbe rivolgere anche l’accusa opposta: quella di cinismo, di indifferenza al dolore. Ma è un’accusa – ci si perdoni – piuttosto primitiva, di una cultura che guarda solo alle sensazioni (piacevoli e spiacevoli) e non alla dignità delle persone; una cultura che ha una paura irrazionale del dolore, e finisce per travisarne il significato.

Il dolore è un segnale del male (fisico e morale). Può – deve – essere combattuto se questa lotta è un modo per combattere anche il male, o per rendere più sopportabile un male inevitabile; ma la lotta al dolore non può divenire il modo per oscurare e favorire il diffondersi del male.

Vale per la guerra.

E vale per l’aborto, che la pillola Ru 486 non rende più “sicuro” per la donna.
Ripetiamolo, a costo di sembrare pedanti: nessuno chiede sadicamente la sofferenza delle donne per dissuaderle dall’abortire. La pillola Ru 486 è più pericolosa per la madre dell’aborto chirurgico (e l'aborto in sé è una sconfitta per ogni donna).
Semplicemente, vorremmo denunciare che il vero obiettivo di questa pillola assassina è di favorire la diffusione dell’aborto con uno strumento solo più opaco, insidioso, letale.



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