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"L’altro Manzoni" Stampa E-mail
"I promessi sposi" nascondono un significato opposto a quello ‘ufficiale’ di romanzo cattolico?
      Scritto da Giovanni Martino
22/09/08

spranzi_altromanzoni.jpgAldo Spranzi
L’altro Manzoni  
ed. Ares, Milano 2008


Avere un’idea precostituita – un pregiudizio – sul significato di un’opera letteraria può scoraggiarci dall’affrontarne la lettura, pensando “tanto so già di che si tratta”?
O può addirittura accadere che, pur accostandoci all’opera, il pregiudizio ci impedisca di comprenderne il significato?

Intuitivamente, tutti possiamo rispondere che sì, questo può accadere, se siamo lettori svogliati e facilmente preda di pregiudizi. L’autore del saggio che vi proponiamo, però, ritiene che I promessi sposi costituiscano un “caso” letterario a parte: un’opera il cui significato è stato travisato non da pochi lettori, ma dalla quasi totalità del pubblico, compresi quegli “addetti ai lavori” – i critici letterarî - che dovrebbero essere meglio attrezzati per analizzare a fondo un’opera, svelandone i significati più o meno nascosti.

Ma non basta (e qui l’atmosfera si tinge di giallo): il travisamento non è casuale, o dovuto alla natura complessa dell’opera; il travisamento è intenzionale, voluto dall’autore, che ha suggerito un’interpretazione superficiale del romanzo esattamente opposta a quella reale!
Il vero significato de I promessi sposi, nel progetto del Manzoni, avrebbe dovuto essere una “scoperta” sorprendente – e sconvolgente – riservata a coloro che abbiano il gusto di avventurarsi nella lettura senza pregiudizi.

Una tesi provocatoria, di un saggista in cerca di pubblicità? Aldo Spranzi, in effetti, non è un critico letterario. Ma questo, ci spiega, è stata la sua fortuna, la chiave che gli ha consentito di avvicinarsi al romanzo senza schemi preconcetti. La tecnica di nascondimento usata dal Gran Lombardo, infatti, si sarebbe basata innanzitutto sulla costruzione di una grande base “metatestuale” (esterna, cioè, al testo del romanzo), che suggerisse una chiave d’interpretazione preconcetta. Tale base è costituita dalle opere precedenti del Manzoni, e dalla sua vita stessa: un percorso volto a costruire la granitica immagine di “cattolico devoto”, impegnato con la sua arte a testimoniare la sua fede. E i critici letterarî, che hanno come metodo di lavoro elettivo quello di ricercare le chiavi d’interpretazioni metatestuali, sono – paradossalmente – le vittime più facili dell’inganno manzoniano.

Aggiungiamo che Spranzi non è uno sprovveduto. Studioso di formazione economica, ha applicato alla sua ricerca artistica un rigoroso metodo critico, cercando di elaborare un nuovo approccio alla lettura dell’opera d’arte (non solo letteraria); oggi è docente di Economia dell’arte all’Università di Milano.
In ogni caso l’autorevolezza del saggista, di chi suggerisce un’interpretazione, non deve essere la chiave di volta del nostro approccio all’arte: la lettura di un libro (la visione di un quadro, l’ascolto di un brano musicale) è un’esperienza innanzitutto personale, che può essere arricchita - ma non sostituita – da chiavi d’interpretazione che altri ci suggeriscono. Dobbiamo quindi analizzare la qualità e la plausibilità del suggerimento.

A noi – lo diciamo subito – l’interpretazione fornita da Spranzi sembra molto interessante, capace di far riaffiorare molti dubbi sorti nelle precedenti letture del romanzo, e di illuminare questi dubbi in maniera sorprendente.

Uno dei convincimenti più radicati nella nostra cultura è senz’altro quello che vede ne I promessi sposi un “romanzo cattolico”. Un convincimento-pregiudizio (perché precede la lettura dell’opera) “bipartisan”, fatto proprio tanto dai cattolici (che vantano il Manzoni come fiore all’occhiello) quanto dai non cattolici (che guardano con fastidio all’autore e al suo capolavoro).
Un pregiudizio che può rivelarsi doppiamente negativo.
Perché distoglie molti dalla rilettura, in età adulta (le letture scolastiche sono spesso superficiali), di quella che – comunque la si pensi sulla natura del suo ‘messaggio’ – resta un’opera d’arte imprescindibile. La presunta dimensione “cattolica” proietta sul romanzo i pregiudizi religiosi (positivi o negativi) del potenziale lettore, che ritiene di non potervi scoprire nulla di nuovo e di arricchente.
Oppure, per chi voglia in ogni caso avere un nuovo e più maturo approccio allo scritto manzoniano, il pregiudizio di cattolicità (assecondato maliziosamente, secondo Spranzi, dal Manzoni stesso) ne distorce facilmente la comprensione.

Ma veniamo al nocciolo dell’interpretazione fornita da Spranzi.
Il Manzoni stesso, dicevamo, si sarebbe sforzato di costruire intorno al suo romanzo un’aura di cattolicità.
Con la sua vita stessa (per cui si può parlare di un “altro Manzoni”): una grande recita, in cui egli gustava un successo dovuto a motivazioni esattamente opposte a quelle per cui aveva lavorato; una vita che rinviava ai posteri la possibilità di svelare il significato recondito del romanzo.
Con le opere precedenti (dopo I promessi sposi seguiranno trent’anni di inattività artistica), nelle quali – come pure hanno rilevato i critici – la religiosità ha spesso un tono forzatamente declamatorio.
E con il romanzo, che scorre sul binario dell’antitesi tra l’io narrante e i personaggi.

L’io narrante, da una parte, suggerisce una lettura dei fatti moralistica e religiosa, ma di una religiosità priva di spessore teologico: serve a stendere un velo sul “vero” romanzo.
Il “vero” romanzo” è costituito dai personaggi, dalla loro psicologia, dai loro comportamenti: liberati dal velo distorcente dell’io narrante, rivelano la loro natura; e si saldano con lo sfondo storico delle cosiddette “digressioni” (i tumulti, la storia della Monaca di Monza, la peste), le quali non appaiono più un elemento incomprensibilmente estrinseco al racconto.
Nel romanzo è disseminata una serie di tracce per coloro che vogliano indagare e scoprire questi significati nascosti.

Qual è, dunque, il “vero” romanzo? Quale il significato nascosto? Quale la natura profonda dei personaggi? 
Se la “cattolicità” è il risultato di un ben congegnato depistaggio manzoniano, le intenzioni dell’autore emergono nella direzione opposta: un radicale nichilismo anticristiano!

A questo punto, probabilmente, anche il lettore meglio disposto avrà aggrottato le sopracciglia: un romanzo di cui nessuno capisce il significato? (A dire il vero, alcuni ambienti cattolici dell’Ottocento lo avevano intuito, manifestando sorda ostilità; ma qui intervennero anche calcoli “politici”).
Un autore che anziché fare la cosa più semplice – scrivere quello che pensa – fa il contrario, riduce tutta la sua vita ad una grande ipocrisia, correndo gravi rischi? Per quale motivo, poi?
Non stiamo scivolando nella ‘fantaletteratura’?
E in che cosa consisterebbe, con precisione, questo “nichilismo anticristiano”?

La risposta a questi dubbi legittimi, ovviamente, la può fornire solo la lettura del saggio che vi proponiamo. Una lettura capace di rivelare un volto nuovo dei personaggi manzoniani; di suggerire che il Manzoni non fosse un uomo qualunque, un artista come molti altri, ma un genio che – consapevole della propria grandezza – ha scelto una sfida apparentemente impossibile: costruire la sua stessa vita come “opera d’arte”.
Il verdetto può emetterlo liberamente ciascuno di noi, che può accedere liberamente alle prove (con la lettura del romanzo), ed è giudice inappellabile della propria personale esperienza di incontro con l’opera d’arte.

Il saggio di Spranzi, senz’altro, ha qualche limite. Il desiderio di vincere le perplessità del lettore a volte lo porta ad essere troppo ripetitivo su alcuni concetti. Lo schema dell’ “inchiesta” (accusa, difesa, atti istruttorî), scelto per rendere più appassionante la lettura, a volte è troppo insistito. Lo sforzo di ricondurre ad unità ogni aspetto della vita del Manzoni, nella nuova chiave interpretativa, conduce probabilmente ad alcune forzature.
Ma l’impatto e la forza delle sue argomentazioni restano indubbi.

Aggiungiamo una considerazione: con la lettura di questo saggio potrà riscoprire la grandezza de I promessi sposi sia chi troverà convincente la tesi dell’ “altro Manzoni”, sia chi resterà ancorato alla chiave interpretativa tradizionale.

Chi dovesse accettare – in tutto o in parte – la tesi di Spranzi scoprirà un romanzo ricco di straordinarie sfaccettature, incastri, piani di lettura differenti. Ed anche il cristiano, pur non potendo più “arruolare” il Manzoni quale corifeo della fede, potrà apprezzare la religiosità di fondo dell’opera. Infatti, se non di opera “cattolica”, si tratta in ogni caso di opera profondamente religiosa, nel senso che cerca con grande tensione una risposta alle domande più profonde dell’uomo. La risposta offerta dal Manzoni sarebbe “anticristiana” non nel senso di una mediocre polemica anticlericale, ma perché è la risposta di un uomo che non ha incontrato il Dio dell’Amore cristiano. Il che costituisce una grande sfida per il cristianesimo.

Chi, al contrario, riterrà che resta preferibile l’interpretazione tradizionale, sarà in ogni caso indotto a leggere con più attenzione e profondità questa – ed ogni altra – opera d’arte, ad interrogarsi sulle diverse possibilità di significato. Ed anche a considerare il significato “cattolico” non come qualcosa di banale o consolatorio, ma come qualcosa che offre risposte profonde solo a chi sa porsi domande profonde. Il cristiano sarà chiamato ad acquisire maggiore consapevolezza della propria fede; il non cristiano ad evitare giudizi affrettati.

Qualunque interpretazione se ne dia, I promessi sposi resta un grande classico.



Giudizio Utente: / 9

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