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Fascismo: dittatura o totalitarismo? Stampa E-mail
L'ultima fase del regime italiano
      Scritto da Renzo De Felice

mussolini_folla_genova.jpgda: Renzo De Felice, Mussolini, Giulio Einaudi editore, Torino 2001, vol. 5, cap.I

(...)

Il periodo 1936-1940: il processo di totalitarizzazione (incompiuta) del regime

La conquista dell’Etiopia contribuì notevolmente a determinare questa nuova situazione. Grazie ad essa il regime e Mussolini in particolare ottennero infatti nel paese un successo di prestigio che si tradusse in un consenso eccezionalmente vasto, quale sino allora non aveva goduto e che non riguardò solo quanti, per dirla con G. Devoto4, «nel loro inconscio, aspettavano di inserirsi motivatamente nel corso del consenso e rendere veramente totalitaria anche dal di dentro la struttura della nazione», ma che come ha riconosciuto G. Amendola5 fece breccia anche fra i contadini meridionali, i disoccupati e alcuni settori operai, in una misura che, pur rimanendo minoritaria, fu «comunque in sostanza più rilevante di quanto fosse riuscito ad ottenere in tale direzione lo Stato liberale dopo l’Unità»6. Per non parlare di quei giovani (e non solo fascisti7) ai quali la conquista dell’Etiopia apparve come la premessa per un nuovo «tempo» del fascismo, di raccoglimento dopo il successo, di valorizzazione dell’impero e di realizzazione finalmente del «momento sociale» della rivoluzione fascista. Come abbiamo già detto8, questo consenso anche se più entusiastico, rumoroso ed esaltato (ma sincero) era però meno solido di quello che il fascismo aveva goduto durante il periodo della «grande crisi» e sarebbe stato presto incrinato dalle riserve e dalle preoccupazioni suscitate dall’intervento fascista in Spagna e, più in genere, dai nuovi indirizzi della politica estera mussoliniana e, specie a livello borghese, anche di quella interna. Ciò non toglie che esso contribuì notevolmente a rafforzate il regime, sia a livello di massa, sia diffondendo sempre più tra una parte non trascurabile degli oppositori, dormienti e no, degli «attendisti», dei «fuoriusciti dell’interno» la convinzione che ormai il fascismo avesse definitivamente vinto e fosse impossibile abbatterlo e, quindi, non valesse più la pena di rischiare e di sacrificarsi per resistergli9. Né va sottovalutato che fu proprio in conseguenza del successo mussoliniano in Africa che anche a livello della classe dirigente fiancheggiatrice caddero praticamente quasi del tutto le residue velleità di influire in qualche modo sulle scelte politiche del «duce» o, almeno, di condizionarle in qualche misura. E ciò anche se bastarono pochi mesi per far svanire tra essa gran parte delle illusioni e delle speranze suscitate dalla vittoria in Etiopia e dall’affermazione mussoliniana che l’Italia si considerava ormai una nazione «soddisfatta» e perché una parte non trascurabile assumesse verso il regime un atteggiamento sempre più cauto e critico.
   Detto questo, va subito messo in chiaro che, per notevole che sia stata l’influenza del successo nell’impresa etiopica, la nuova situazione determinatasi in questo periodo per il regime fascista fu però soprattutto la conseguenza di un processo in atto già da tempo, che la vicenda etiopica contribuì indubbiamente a portare più rapidamente e facilmente ad uno stadio più avanzato, ma che era nella logica del regime stesso e di come esso si era venuto sviluppando negli ultimi dieci anni. Ci riferiamo al processo di progressiva totalitarizzazione del regime. Un processo che compiutamente il regime fascista non portò mai a termine, ma che ciò nonostante ne caratterizzò certamente gli ultimi anni quelli, appunto, successivi alla conquista dell’Etiopia con conseguenze per esso assai importanti in positivo e in negativo, tant’è che è necessario soffermarci un po su di esso e vederne da vicino il significato.

I limiti del totalitarismo fascista

    Storici e politologi di tutto il mondo hanno negli ultimi decenni, soprattutto dopo la pubblicazione, nel 1951, della prima edizione delle Origins of Totalitarianism di H. Arendt, teorizzato, studiato e discusso ampiamente gli specifici caratteri e il significato più generale del moderno «totalitarismo», con particolare riferimento alle esperienze nazista, stalinista e fascista10 In questa sede non è nostra intenzione discutere la validità di tali contributi rispetto al più generale discorso sul fenomeno fascista, i loro limiti di fondo, certe loro ambiguità e alcuni innegabili loro apporti ad una migliore conoscenza del fenomeno fascista. Per definire la nostra posizione rispetto alla teoria del «totalitarismo» basterà dire che ci troviamo sostanzialmente d’accordo con quanto, a proposito di essa, ha affermato G. L. Mosse nella sua Intervista sul nazismo11. Ai fini del nostro discorso è però opportuno richiamarla. Da un lato, per ricordare che anche i suoi sostenitori più provveduti e storicamente informati hanno dovuto concludere o, come la Arendt12, che almeno sino al 1938 il regime fascista non fu un vero regime totalitario, bensì solo «una comune dittatura nazionalistica, nata dalle difficoltà di una democrazia multipartitica», o, addirittura, come D. Fisichella13, che esso fu sempre un «totalitarismo mancato», da annoverare in ultima analisi piuttosto tra quelli che lo stesso Fisichella definisce i «regimi autoritari di mobilitazione»14. Da un altro lato, per chiarire che il nostro ricorso all’uso del termine totalitario in riferimento al regime fascista non significa adesione alla teoria del «totalitarismo», ma deriva dall’uso, dall’applicazione che il fascismo faceva dell’aggettivo totalitario riferendosi alla propria concezione dello Stato e, quindi, all’assetto del regime che ne discendeva15. Sicché i due discorsi non vanno assolutamente confusi, anche se, talvolta, hanno (o sembrano avere) punti in comune. E in particolare quello (a cui abbiamo giù avuto occasione di accennare nel primo torno di questo volume16) della preminenza anche nel regime fascista come nel nazista e nello stalinista della politica rispetto all’economia. Con tutte le conseguenze teoriche e pratiche e, quindi, di concreta valutazione, storica della realtà fascista che da questa premessa discendono.
    Tra coloro che si sono occupati di questa questione essenziale per comprendere quella che abbiamo definito la nuova situazione nella quale il regime fascista si venne a trovare dopo la guerra d’Etiopia chi forse è andato più in profondità è stato F. Neumann. La conclusione alla quale egli perviene è infatti ineccepibile in teoria e confermata storicamente: è praticamente impossibile rovesciare dall’interno un moderno regime totalitario, fondato sulla preminenza della politica sull’economia e che dispone degli strumenti di potere, materiali, psicologici e culturali, della nostra epoca, a meno che la «rivoluzione» contro di esso non parta dall’interno della sua stessa classe dirigente e non sia in grado di utilizzare il suo stesso apparato politico17.

   Per Neumann l’Italia fascista sarebbe stata un regime totalitario non sostanzialmente diverso dalla Germania nazista e dalla Russia staliniana. In realtà al regime fascista per essere veramente totalitario non solo rnancava il ricorso sistematico al terrore di massa e, quindi, al sistema concentrazionario18, ma esso un po’ per motivi oggettivi, che discendevano dal modo compromissorio con cui era giunto al potere, un po’ per il pragmatismo di fondo di Mussolini, un po’ coerentemente alla sua particolare concezione del totalitarismo non mirò mai o non riuscì a realizzare compiutamente nessuno degli aspetti caratterizzanti un regime totalitario vero e proprio. Come vedremo meglio più avanti, non mirò mai né ad una compiuta transizione dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, né tanto meno a realizzare il controllo totalitario del partito sullo Stato. Esso operò è vero nel senso di una compiuta concentrazione del potere nello Stato e di una totale politicizzazione della società sino a tendere alla eliminazione della’ distinzione tra Stato e società civile, ma anche qui in una prospettiva che poco o nulla aveva a che fare con quella del nazismo o con quella dello stalinismo. Né, infine, va sottovalutata la profonda differenza e la diversa funzione che la figura carismatica del capo aveva nel fascismo rispetto a quella che essa aveva nel nazismo e nello stalinismo: decisiva nel fascismo, essa era negli altri due regimi, e specialmente in quello nazista19, assai meno importante. Tutto ciò non impedisce però di applicare la conclusione di Neumann anche al regime fascista, poiché questo anche se non raggiungeva certo il grado di totalitarismo degli altri due aveva indubbiamente molti e importanti caratteri totalitari, sufficienti a farlo assimilare sotto questo profilo particolare ai regimi nazista e stalinista. L’incompletezza del totalitarismo fascista e le sue peculiarità, infatti, se potevano giuocare a danno della solidità del regime non lo potevano rispetto alla eventualità di una rivoluzione dal basso, popolare, antifascista contro la quale esso era più che attrezzato e per la quale, oltre tutto, mancavano le premesse essenziali nel paese - , ma rispetto a quella di una «rivoluzione» che partisse dall’interno della sua stessa classe dirigente. Relativamente a questa seconda eventualità esso era certamente meno attrezzato dei regimi nazista e stalinista. E questo costituiva un handicap che non sfuggiva né a Mussolini né ai fascisti veri e propri, che si ponevano il problema del futuro del regime e in particolare del «dopo Mussolini».

(...)

Note

   4 G. Devoto, La parentesi. Quasi un diario, Firenze 1974, p. 47.
   5 G. Amendola, Intervista sull’antifascismo, a cura di P. Melograni, Bari 1976, p. 154.
   6 A. Aquarone, Violenza e consenso nel fascismo italiano, in «Storia contemporanea», gennaio-febbraio 1979 p. 148.
   7 Tipica è in questo senso la testimonianza di G. Vinay, Pretesti della memoria per un maestro, Milano-Napoli 1967, pp. 76 sgg. «Se nel ‘36 potevo compiacermi della guerra d’Africa e non essere antifascista, anche se fascista non potevo esserlo, era dovuto a un intrico di irragioni quasi tutte infantili... Per me [la guerra] aveva da esserci per quegli umili, per mettere un po’ di condimento sul loro pane di emigranti predestinati... Comunque, pensavo, questa guerra dimostra che il fascismo ha un senso. E così dicendo non ragionavo, ma mi affidavo alla bisaccia delle mie remote impressioni, la bisaccia dei traumi ragionati che allora faceva i giovani fascisti o antifascisti».
   8 Cfr. Mussolini il duce, I, cap.II, par.1.
   9 Scriveva G. Gentile, Dopo la fondazione dell’Impero, in «Civiltà fascista», giugno 1936, PP. 321 sg.: «Oggi innanzi a lui [Mussolini] tutte le scorie dell’opposizione interna cadono e si disperdono; tutti i dubbi e le incertezze, derivanti da osservazioni di dettaglio, o da risentimenti meschini o da pregiudizi inveterati e solo perciò difficili a vincere, si dissipano come nebbia al vento. E se qualche acre spirito malinconico ancora ci fosse a ruminare in segreto il vecchio rimpianto dei tempi peregrini d’una formale e inesistente libertà democratica, egli certamente ora si farebbe scrupolo di mentire a se medesimo; si farebbe scrupolo di rinnegare la luce del sole e reprimere in sé il moto spontaneo di ogni cuore italiano che fa aprire le braccia benedicenti verso chi ha riscattato la patria da una soggezione umiliante verso le maggiori potenze europee, verso chi .ha fatto confessare agli stranieri più protervi che l’Italia d’oggi, disciplinata, concorde, guerriera non è più quella d’una volta a cui si guardava con sprezzante degnazione se non con irridente ironia. L’Italia, oggi tutti lo vedono, è una nazione forte, di primo piano, con cui bisogna fare i conti. Oggi per la prima volta, da quando l’Italia si è fatta ed esiste politicamente, giuridicamente, non ci sono né fazioni ne partiti, che ne paralizzino o indeboliscano la volontà; c’è un’anima, che è una coscienza, una personalità fiera di sé, risoluta di aprirsi un varco nel mondo dove cozzano tutti gl’interessi, di vivere una vita degna del suo passato glorioso». 

   10 Cfr. su di esse R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Bari 1976, pp. 90 sgg. Alla letteratura ivi esaminata è da aggiungere il primo sistematico contributo alla tematica sul totalitarismo dovuto ad uno studioso italiano: D. Fisichella, Analisi del totalitarismo, Messina-Firenze 1976.
   11 G. L. Mosse, Intervista sul nazismo, a cura di M. A. Ledeen, Bari 1977, pp. 76 sgg.
   12 Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Milano 1967, pp. 357 sg. e 360 sg.
   13 Cfr. D. Fisichella, Analisi del totalitarismo cit., pp. 215 sgg.
   14 Per una corretta comprensione della problematica che sottende la definizione del Fisichella cfr., a livello teorico, G. Germani, Autoritarismo, fascismo e classi sociali, Bologna 1975, e, a livello storico, R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M. A. Ledeen, Bari 1975.
   15 Per la genesi del termine e del concetto cfr. J. Petersen, La nascita del concetto di «Stato totalitario» in Italia, in «Annali dell’Istituto Storico Italo-Germanico in Trento», 1975, pp. 143 sgg.
   16 Mussolini il duce, I, capIV, par.1..
   17Cfr. F. Neumann, Lo stato democratico e lo stato autoritario, Bologna 1973, pp. 297 sgg. e spec. 307 sgg.
   18 Da un’annotazione in data 10 luglio 1938 di G. Ciano, Diario 1937-1943, Milano 1980, p. 156, risulta che Mussolini pensò per un momento a «creare il campo di concentramento, con sistemi più duri del confino di polizia». L’idea, frutto probabilmente di uno scatto d’ira, non ebbe però alcun seguito.
   19 Fondamentali sono a questo proposito le osservazioni di G. L. Mosse, in La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1812-1933), Bologna 1975.

 

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