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Libri - Recensioni e Profili
"La democrazia in America" Stampa E-mail
Da Tocqueville uno dei saggi fondamentali e sempre attuali del pensiero liberaldemocratico
      Scritto da Giovanni Martino
16/06/08

 La democrazia in America -  
di Alexis de Tocqueville, Parigi 1835-1840, ed. it. Rizzoli

Tocqueville è stato uno dei più grandi pensatori liberal-democratici dell’Ottocento. Sociologo, storico e politologo, in lui la saldezza dei principî si coniugò col senso critico e l’apertura ai mutamenti sociali. Seppe unire l’ampiezza e la sistematicità del pensiero con l’osservazione acuta della realtà e il rispetto del dato oggettivo: la sua opera maggiore, La democrazia in America, nasce da un lungo viaggio di studio negli Stati Uniti (non come certi filosofi che, pochi anni dopo, elaboravano rivoluzioni planetarie chiusi nelle biblioteche di Londra). La sua analisi si misurò anche con l’impegno politico personale e diretto. Ne abbiamo avuto in eredità opere che hanno segnato il pensiero moderno, risultando incredibilmente profetiche e conservando ancor oggi grande attualità.

Alexis Charles Henri Clérel de Tocqueville nacque a Parigi il 29 luglio del 1805 da famiglia aristocratica. Sin da giovanissimo, pur non essendo certo un rivoluzionario, guardò con più simpatia alle correnti liberali e costituzionali che non a quelle monarchiche oltranziste. Divenuto magistrato a ventidue anni, la sua ambizione era quella di emergere in campo politico e culturale. Insieme con un collega, fece in modo di ottenere dal Ministero della Giustizia l’incarico per un viaggio negli Stati Uniti d’America, con l’incarico di studiare il sistema penitenziario americano; ma il suo vero scopo era quello di analizzare le istituzioni politiche di quel Paese, poiché si era reso conto che gli Stati Uniti esprimevano un vigore di cose nuove destinate ad affermarsi anche in Europa. In particolare, T. vedeva inarrestabile una spinta verso “l’eguaglianza delle condizioni”, e si domandava come far sì che restasse rispettosa delle libertà individuali, senza degenerare in egualitarismo imposto da uno Stato dispotico (come era successo durante la Rivoluzione francese). Tra il 1831 e il 1832, T. si trattenne in America per circa nove mesi. Nel 1835 pubblicò la prima parte de La democrazia in America, dedicata al funzionamento delle istituzioni americane. L’opera, acuta nell’analisi, ricca di annotazioni storiche e sociali, ebbe un immediato successo di pubblico e fu presto tradotta in inglese e tedesco.

T. descrive la società americana sottolineandone l’uguaglianza di possibilità e la grande mobilità sociale, il progresso della cultura, la fiducia nell’ “uomo comune”, elementi che si accompagnavano all’uguaglianza giuridica e all’abbondanza di garanzie per i cittadini liberi (in quel momento, i bianchi): suffragio universale maschile, decentramento amministrativo, indipendenza del potere giudiziario (con magistrati eletti dal popolo e giurie popolari), libertà di stampa e di associazione. Proprio nel 1828 era divenuto presidente Jackson, uomo di umili origini.

T. evidenzia che la democrazia sociale (la quale premia il merito, è uguaglianza delle opportunità, e non delle condizioni economiche) deve necessariamente trovare sfogo nella democrazia politica, nel riconoscimento delle libertà: la sola alternativa è “un’uguale tirannide per tutti”. Questo delicato equilibrio tra uguaglianza, libertà e democrazia, che molti ritenevano a quel tempo impossibile, per T. esiste negli Stati Uniti (nonostante i limiti che denuncia) grazie soprattutto ai “costumi”, allo “stato morale e intellettuale del popolo”. In questa chiave, grande importanza T. attribuisce alla religione, e in particolare al cristianesimo (pur non essendo egli fedele di una particolare confessione religiosa, e scrivendo in una Francia percorsa da numerosi fermenti anticlericali): lo spirito religioso del popolo americano ha creato e mantenuto un senso di appartenenza comune, di rispetto delle regole non solo in senso formale, ma anche morale. La religione è per T. elemento irrinunciabile per sostenere le democrazie; non come dottrina di stato, naturalmente, ma come alimento del senso civico dei cittadini e come riferimento per i valori etici fondamentali: "non ho mai visto popoli liberi la cui libertà non affondasse le sue radici nella fede religiosa". La perdita del sentimento religioso rischia di condurre all'idolatria di istituzioni terrene: "dubito che l'uomo possa mai sopportare contemporaneamente una completa indipendenza religiosa e una totale libertà politica; e sono incline a pensare che, se non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda".

La profondità delle osservazioni di T., di cui proprio oggi si è riscoperta l’attualità, trova conforto anche nella sua capacità di prevedere gli sviluppi storici futuri: la quasi estinzione dei nativi americani (gli “indiani”); l’inevitabile fine della schiavitù (col permanere però del problema razziale); l’espansione politica, economica e demografica degli Stati Uniti; il loro essere predestinati a diventare, insieme con la Russia (seppure per motivi diversi), potenza mondiale.

Il successo avuto dalla prima parte della “Democrazia in America” consentì a T. di impegnarsi in politica (nel 1839 fu eletto deputato) e ritardò al 1840 la pubblicazione della seconda parte. Questo seguito, più che soffermarsi sulle istituzioni americane, vuole - spiegò egli stesso -“delineare i tratti generali delle istituzioni democratiche, delle quali non esiste ancora alcun modello”; grande attenzione è rivolta all’influenza della democrazia sulla cultura e sui costumi.

T. si sofferma qui più a lungo sui pericoli che corre la democrazia, e in particolare sul problema della “tirannide della maggioranza”. Sottolinea che una legge non è di per sé giusta e incontestabile solo perché incontra il favore della maggioranza di un certo momento, se non è al tempo stesso rispettosa dei diritti delle minoranze e dei valori che fondano la convivenza civile. Anche in questo T. fu profetico: pensiamo all’iniziale consenso elettorale di alcune dittature del secolo scorso, o ai “mostri” partoriti dal positivismo giuridico. T. delinea i pericoli delle moderne società di massa: quando non è difesa la cultura tradizionale di un popolo, allora l’inerzia delle “maggioranze” porta al conformismo, all’isolamento degli individui, al materialismo, al livellamento della cultura. Sempre nella coesione sociale T. vede l’antidoto alla frattura tra nuova “aristocrazia nata dalla industria” e proletariato; considera invece il socialismo un rimedio peggiore del male, perché l’invidia sociale, la mancanza di possibilità di crescita personale creano conflitto e povertà.

Gli anni tra il 1848 e il 1851 portarono la Francia dalla monarchia alla Seconda Repubblica e infine al colpo di stato di Luigi Bonaparte. Furono anni che videro T. in prima fila e, infine, perdente, come tutti coloro che sognavano l’introduzione di riforme liberali. Durante il Secondo Impero si dedicò quindi alla sua seconda opera, “L’Antico regime e la rivoluzione”, restata incompleta, nella quale spiega che il Terrore fu la necessaria conseguenza della Rivoluzione. Se infatti vengono oppressi i diritti di libertà della persona, se si pretende di sradicare il sentimento religioso di un popolo, se si insegue un egualitarismo solo economico e piatto, se si riconosce nella violenza un mezzo legittimo di lotta politica, allora “libertà, fraternità e uguaglianza” restano solo parole, il simulacro di un regime oppressivo che non riesce a sanare i mali che contestava.

Tocqueville, malato, si ritirò infine a Cannes, dove morì il 16 aprile 1859.

Ci lascia soprattutto un'opera, La democrazia in America, che per l'acutezza e la capacità leggere gli sviluppi futuri resta non solo un libro di interesse storico, bensì un caposaldo per la comprensione delle moderne società occidentali.



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