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Origini del terrore / La prima fase: 1917-1924
      Scritto da Robert Conquest

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Accingendoci a parlare delle varie ondate di terrore abbattutesi sull'Unione Sovietica, non possiamo non rilevare che l'idea stessa del terrore era profondamente radicata nell'intera concezione bolscevica del governo.
Lenin aveva dato una giustificazione teorica del terrore fin dal 1905, scrivendo che il ricorso al terrore sul tipo del 1793 sarebbe stato necessario "per saldare i conti con lo zarismo" dopo la rivoluzione (1). Nel 1908, egli aveva parlato del "terrore effettivo, su scala nazionale, che aveva rinvigorito il Paese e permesso alla Grande Rivoluzione Francese di acquistare gloria" (2).
Uno fra i più vicini seguaci di Lenin, Bonch-Bruyevich, scriverà, molto tempo dopo la rivoluzione: "Noi ci eravamo da lungo tempo preparati mentalmente per il giorno in cui avremmo dovuto difendere le realizzazioni della dittatura del proletariato... col ricorso ad uno fra i più radicali ed efficaci mezzi della nostra lotta rivoluzionaria: il terrore rosso" (3).
Un altro favorito di Lenin, lo storico bolscevico Pokrovsky, era capace di scrivere che la polizia segreta "scaturiva dall'essenza autentica della rivoluzione proletaria" e che il terrore era "la conseguenza inevitabile" di tale rivoluzione (4).
Si potrebbero citare parecchie altre dichiarazioni del genere. È, intanto, degna di citazione una presa di posizione di Lenin, in un momento cruciale, alla vigilia della conquista del potere, quando propose la pena di morte per interi gruppi sociali: "Nessun vero Governo rivoluzionario può fare a meno della pena capitale per gli sfruttatori (vale a dire per i proprietari di terre e per i capitalisti)" (5)


La prima fase: 1917-1924

Il 20 dicembre 1917 fu creata la CEKA (la polizia segreta) che da allora, sotto varie denominazioni, è rimasta notoriamente una delle componenti essenziali del regime socialista. In teoria, essa non aveva, inizialmente, il diritto di giustiziare. Quali che fossero i desideri di Lenin, né il partito né i suoi sostenitori erano ancora ben preparati per un bagno di sangue. La situazione cambiò gradatamente,
Un comunicato del 13 dicembre 1917, che aveva stigmatizzato il partito liberale costituzionale democratico come "nemico del popolo" e affermato che i suoi capi erano "fuori della legge", portò al linciaggio di due ex Ministri in un ospedale di Pietroburgo, il 20 gennaio seguente. Questo genere di cose era già stato legittimato in anticipo da Trotsky, quando, il 15 dicembre 1917, aveva preannunciato che ci sarebbero stati dei "momenti di furia popolare", attirati su loro stessi dai costituzionali-democratici e che "nessuno di noi si assumerà l'impegno di dire che il popolo, se spinto agli estremi, si tratterrà da questa misura finale". Il 27 gennaio 1918, Lenin annunciava pubblicamente (sebbene riferendosi, in questa fase, ai soli speculatori) che sarebbero stati fucilati sul posto e che "nulla possiamo conseguire senza ricorrere al terrore". Il 23 febbraio 1918, la Pravda rendeva noto che la CEKA, "non vedeva altro mezzo per combattere i controrivoluzionari, le spie, gli speculatori, i saccheggiatori, i teppisti, i sabotatori ed altri parassiti, se non la loro spietata distruzione sul posto". L'indomani si avrà, infatti, il primo caso che si conosca di fucilazione senza processo per opera della CEKA.
Fu a questo punto che i rivoluzionari-sociali della sinistra ancora presenti nel Governo dei Soviet, protestarono: ma, quando cercarono di portare la questione dinanzi al Consiglio dei Commissari del Popolo, Lenin li cacciò via. Quattrocento anarchici furono condannati nell'aprile del 1918, soltanto a Mosca, dai tribunali composti di tre persone della CEKA.
Ai primi dì giugno del 1918, il capo della polizia segreta Felix Dzerzhinsky annunciò pubblicamente, con riguardo alla CEKA: "Siamo per il terrore organizzato", mentre Lenin stesso insisteva con tenacia, contro l'avviso di parecchi dei suoi subalterni, per intensificare il terrore. Ad esempio, ancora nel giugno 1918 egli criticava il partito di Leningrado, dove si reprimevano gli elementi che auspicavano il terrore di massa, dicendo: "È inaudito? L'energia e il carattere di massa del terrore, vanno incoraggiati" (6). Parimenti, in agosto, egli doveva richiamare il soviet di Nizhni Novgorod alla necessità di "applicare subito il terrore di massa, giustiziare e sterminare centinaia di prostitute, militari ubriachi, ex ufficiali, ecc.".(7)
Per dare una ragione di queste uccisioni, la stampa socialista si limitava a definire gli assassinati come "abili ed astuti controrivoluzionari", oppure scriveva che "si erano serviti dei loro mezzi per intrigare contro i soviet". Di altri si diceva semplicemente che erano stati "fucilati nel normale corso del terrore rosso", o come "ex membri del partito costituzionale-democratico", oppure come "contro-rivoluzionari per convinzione", come lo scultore Ukhtomsky, accusato di aver trasmesso dati sullo stato dei musei della Russia.
Numerosissimi casi ben documentati di brutalità scandalosa e di torture fra le più degradanti, di assassinio di ostaggi innocenti, inclusi donne e bambini, e via di seguito, si potrebbero qui citare. Ma, piuttosto che fornire ciò che oggi troppo sovente viene degradato al livello dello scontro fra propagande rivali in tema di atrocità, preferiamo rimandare gli studiosi a libri come Il terrore rosso in Russia, di S.P. Melgounov, che fu un eminente socialista rivoluzionario, mentre il classico della letteratura socialista, il romanzo Il Placido Don di Mikhail Sholokhov, dà un quadro vivo, seppure incompleto, della brutalità bolscevica in quell'epoca e dimostra così come il terrorismo, lungi dal portare vantaggi politici, indusse popolazioni prima tranquille a mettersi contro il regime.
Un caso ben studiato in tutti i particolari è, naturalmente, quello dell'uccisione dello Zar e della sua famiglia, avvenuta il 16 luglio 1918. Si potrebbe sostenere che lo Zar e la Zarina avevano commesso, almeno dal punto di vista del bolscevismo, delitti politici nella loro veste di governanti e di consiglieri. Ciò non vale certamente per il giovane Zarevic, emofilico, che non aveva ancora 14 anni. Nel suo caso l'argomentazione fu che, con la morte del padre, sarebbe diventato, per i monarchici, il nuovo Zar. Ma questo argomento non poteva essere addotto per le giovani Granduchesse, in età di rispettivamente 23, 21, 19 e 17 anni. Infatti, la legge di successione degli stessi Romanov le escludeva, loro e i loro discendenti, dal trono. Ancora meno trova giustificazione l'assassinio del medico di famiglia dello Zar e dei tre domestici, fucilati contemporaneamente. Infine, se fosse possibile andare oltre, nessuna responsabilità poteva essere attribuita al cane dell'Imperatore!
Questo assassinio fu compiuto, dopo accurata preparazione, dalle autorità bolsceviche ormai in sella, per mezzo di un plotone ufficiale della CEKA; e in quanto tale può essere considerato, in paragone, come un esempio di moderazione rispetto ai metodi e agli orientamenti dell'epoca. Non fu accompagnato, infatti, dalle brutalità talvolta letteralmente oscene verificatesi altrove. La maggior parte delle vittime morì presto, per quanto la domestica dovette essere inseguita per lo scantinato e finita a colpi di baionetta, e lo Zarevic e una delle Duchesse dovettero anch'essi morire sotto colpi di stivale, di fucile e di baionetta. Tutti gli altri membri della famiglia dei quali i bolscevichi si poterono impadronire furono parimenti uccisi, alcuni in circostanze peggiori. La Granduchessa Elisabetta, che si era fatta monaca dopo la morte del marito avvenuta nel 1905, venne gettata, insieme a cinque altri membri della famiglia, fra i quali tre ragazzi, in una miniera abbandonata: contro di loro furono poi lanciate aste, travi pesanti e granate a mano. Ciò accadde nel momento in cui la guerra civile era appena iniziata e mentre la principale forza anti-bolscevica sul fronte interessato era la Legione Cecoslovacca, contro la quale non erano mai state portate serie accuse di terrorismo. Come Trotsky più tardi riconoscerà, il massacro fu compiuto su precise disposizioni dei capi sovietici.
L'attentato alla vita di Lenin nel mese di agosto, seguito dall'uccisione di Uritsky, fu il pretesto per aumentare il terrore e per allargare i poteri della CEKA. Dapprima, vennero giustiziati 500 ostaggi (8). Il 5 settembre 1918 arrivò il famigerato decreto "sul terrore rosso" (9), che rafforzava la CEKA con l'inserimento di un gran numero di membri del partito. Vennero così instaurati i campi di concentramento; chiunque fosse scoperto in contatto con organizzazioni controrivoluzionarie veniva fucilato, mentre i nomi e le ragioni delle esecuzioni dovevano essere resi pubblici. Contemporaneamente, Latsis spiegava che, in forza di tale decreto, al detenuto doveva essere chiesto "a quale classe appartiene, che origine ha, qual è la sua istruzione e professione". Dalla risposta a queste domande dipendeva la sorte degli imputati: questo vuol significare il "terrore rosso" (10)
Non tutti i membri del partito accettarono, dapprima, tutto ciò. Vi si opponeva la maggioranza dei Soviet locali, le cui opinioni erano state sollecitate nel 1918 (11). Un vecchio capo bolscevico, il giornalista Olminsky, scrisse alcuni articoli critici sulla Pravda, rendendo noto che un settore del partito era contrario alle troppe esecuzioni che si stavano compiendo e giudicava eccessivi i poteri concessi alla CEKA. Egli ebbe anche modo di protestare contro la condotta scandalosa, inumana, di una delle organizzazioni locali della CEKA, che aveva denudato e fustigato un certo numero di contadini (12). (L'organo della CEKA aveva già pubblicato lettere di "cekisti" del posto, i quali chiedevano che la tortura venisse unita all'uccisione. Essi protestavano contro il rilascio del diplomatico inglese Robert Bruce Lockhan, arrestato sotto l'accusa di complotto, insistendo che, invece, egli avrebbe dovuto essere sottoposto a "torture, la cui sola descrizione avrebbe riempito i controrivoluzionari di un terrore freddo") (13).

I " cekisti" più in auge contrattaccarono. Lenin li appoggiò, scagliandosi contro "l'intelligentsia retrograda" del partito, che piangeva e si batteva il petto per gli errori della CEKA. Egli aggiungeva: "Quando ci si rimprovera per la nostra crudeltà, ci meravigliamo come la gente possa dimenticare il marxismo più elementare"(14). Però riconosceva che "è molto naturale che alla CEKA si siano aggregati elementi estranei". Questo primo accenno ai brutti ceffi introdottisi nella polizia segreta era condiviso dagli stessi ufficiali di quest'ultima, i quali ammettevano che il lavoro finiva col corrompere anche gli elementi migliori. Uno di essi scriveva che "il lavoro per la CEKA, effettuato in un'atmosfera di coercizione fisica, richiama elementi corrotti e francamente criminali..." (15). Lo stesso Dzerzhinsky osservava che "soltanto i santi e i ribaldi possono servire nella GPU, ma ora i santi si stanno allontanando da me, per cui sono rimasto soltanto coi ribaldi" (16).

Sebbene il partito, la sua direzione centrale, fosse responsabile dell'insistenza sul terrore di massa, molti dei delitti peggiori furono commessi per iniziativa individuale. Tentennare nella crudeltà era come tentennare nella lealtà, o almeno così si pensava. Ma è anche vero che a livello locale il potere era andato in mano a gente più o meno autoselezionatasi nel turbine rivoluzionario, in base alla sua crudeltà e brutalità. Come sempre, quando l'autorità centrale crolla e il potere passa localmente in mano a piccoli gruppi, vi sono elementi antisociali, eufemisticamente detti energici, che finiscono col diventare strumenti del nuovo regime. (Federico Engels, co-fondatore del marxismo, aveva scritto una volta a Marx per deplorare gli eccessi della Rivoluzione Francese, descrivendo "il canagliume che sapeva trarre profitto dal terrore"). Criminali comuni costituivano ormai una percentuale notevole delle squadre del nuovo terrore e dei gruppi incaricati delle uccisioni: alcuni di loro, in seguito, avrebbero conseguito alti gradi nella polizia segreta (ad esempio, E.G. Evdomikov, resosi ulteriormente noto come protagonista del primo dei processi dalle confessioni prefabbricate). Questo inquadramento di pessimi elementi nel partito, e soprattutto nella NKVD, parve allora una triste necessità.
Ora, se è vero, e va menzionato, il fatto che il "terrore rosso" e il "terrore bianco" si alternavano nelle zone che, durante la guerra civile, passavano da una parte all'altra, è anche vero che, in generale, il primo fu peggiore dell'altro. Anzitutto, mentre i bianchi fucilavano unicamente commissari politici e social-comunisti, pur non mancando le occasioni in cui avrebbero potuto operare su più vasta scala, fu soltanto da parte bolscevica, come deliberato politico, che si procedette all'assassinio di gente che non risultava coinvolta in alcun modo in appoggi al nemico, ma semplicemente in base a discriminazioni di classe. Fu, inoltre, istituito allora anche il sistema degli ostaggi. Le mogli e i figli degli ufficiali che prestavano servizio nell'Armata rossa erano tenuti come pegno della lealtà dei loro congiunti. Contemporaneamente, accadde spesso che mogli e intere famiglie di "borghesi" sfuggiti all'arresto fossero catturate e uccise al posto dei loro congiunti.
Le vere e proprie vittime della guerra, nel senso più stretto, non possono essere incluse nel nostro conto delle morti consapevolmente provocate dai bolscevichi, anche se è lecito pensare che la conquista del potere da parte di un gruppo di minoranza determinato a sterminare tutta l'opposizione, sia stata la causa principale di tale guerra. Gli stessi capi bolscevichi avvertirono, come i dieci Commissari del popolo dimessisi dal Governo fin dal 1917, che il rifiuto di un governo di coalizione significava "governare coi mezzi del terrore politico", mentre un altro dirigente (Emilian Yaroslavsky) denunziò le dichiarazioni di "capi responsabili", secondo cui "per uno dei nostri uccideremo cinque oppositori", come elemento integrante del "regime leninista della baionetta e della sciabola" (17).
È anche vero che i morti in battaglia furono pochi mentre il maggior numero di uccisi si verificò tra i prigionieri e i civili simpatizzanti col nemico. Nell'agosto del 1918, Latsis ammoniva che nella guerra civile appena iniziata i nemici feriti sarebbero stati uccisi (18). Una fonte socialista valuta il totale della mortalità eccedente nelle province dove si era provveduto ad una statistica a circa sette milioni di persone, dal gennaio del 1918 al luglio del 1920 . Una stima per il resto del territorio sovietico porterebbe la cifra a circa nove milioni di vittime. Questi morti si devono in buona parte al tifo e alla carestia, sebbene la grande fame del 1921, coi suoi cinque milioni di morti (20), fosse ancora di là da venire.
Tutti questi morti possono essere considerati, in senso generale, come vittime della rivoluzione. Però, le cifre delle esecuzioni effettive e dei morti nei campi e in carcere nel periodo fino al 1924, sono ovviamente più basse. Per quanto i dati ufficiali siano contraddittori e, per ammissione governativa, incompleti, si può dedurre che nel periodo 1917-1923 si ebbe un minimo di 200.000 esecuzioni ufficiali. Questa cifra trascura due importanti cause di morte. La prima riguarda i fucilati subito dopo il soffocamento delle varie "ribellioni": duecentoquarantacinque di questi sollevamenti popolari sono ammessi ufficialmente dalla storiografia socialista per il solo 1918, mentre altri novantanove sono stati registrati in sole venti province, che costituivano circa un terzo del territorio controllato dai bolscevichi, in sette mesi del 1919. La seconda causa omessa riguarda i morti in seguito al trattamento carcerario e nei campi.
Si può calcolare, cautamente, che le due cause insieme abbiano provocato almeno il doppio delle vittime delle vere e proprie esecuzioni. Se consideriamo un totale di cinquecentomila vittime per il periodo indicato, possiamo star sicuri che, se c'è errore, è soltanto per difetto (21). Naturalmente, è vero che milioni fra i più intransigenti oppositori del regime erano fuggiti in esilio (e le esecuzioni in Crimea, dopo che il rapido sgombero finale si era lasciato dietro un assai vasto concentramento di borghesi e di guardie bianche, furono di gran lunga le più sfrenate fra tutte le operazioni terroristiche del bolscevismo).
Nel marzo del 1921, i social-comunisti riuscirono a schiacciare la rivolta dei loro marinai a Kronstadt. Fra le accuse che questi rivolgevano al Governo dei Soviet, era anche quella secondo cui il regime "aveva portato agli operai, invece della libertà, il costante timore di venire trascinati nelle camere di tortura della CEKA, che superavano di parecchio gli orrori della gendarmeria del regime zarista" (22).
Con questo, e dopo aver schiacciato anche le ribellioni contadine verificatesi su vasta scala nel bacino del Volga e altrove, il regime si trovava senza una seria opposizione interna. Ma presto il pericolo rinacque. Con la "nuova politica economica" (NEP), lanciata nel 1921, Lenin era passato dai rigori di una politica bolscevica pura, alla tolleranza di un qualche grado di libertà economica e di distensione. La prima preoccupazione adesso era che la nuova politica potesse finire col dimostrare che i partiti socialisti moderati avevano avuto in tutto ragione. Nelle città, i menscevichi avevano cominciato a rafforzarsi, ed era chiaro che gli operai li appoggiavano. Nelle campagne, i contadini restavano fedeli in massa al partito socialista rivoluzionario. Anche in seno allo stesso partito social-comunista sorgevano opposizioni, favorevoli a concessioni per gli operai e alla democrazia.
Lenin fu dunque costretto a scegliere: o scendere a patti con queste forze, o schiacciarle. Egli optò per la seconda soluzione. Anche quelle sezioni degli altri partiti, che durante la guerra civile, seppure a malincuore, avevano appoggiato i bolscevichi, vennero perciò dichiarate illegali. Si imbastirono processi di massa ai capi menscevichi e ai rivoluzionari sociali. Il processo principale, fra questi ultimi, che si svolse nel 1922, è degno di nota anzitutto come un timido preannuncio dei processi staliniani che verranno, in cui gli imputati erano agenti provocatori, mentre il tribunale, presieduto da un personaggio esclusivamente politico, Pyatakov, non era altro che una filiale del partito. Sotto le fortissime pressioni dei partiti socialisti europei, una commissione bolscevica accettò che non si procedesse alle esecuzioni. Ciò in contrasto con le istruzioni di Lenin, che si arrabbiò moltissimo, sostenendo che i capi degli altri partiti dovevano essere fucilati. Alla fine, essi furono condannati a morte, ma l'esecuzione fu sospesa a tempo indeterminato. Alcuni dei condannati sopravvissero fino agli "anni '30"; comunque, tutti alla fine morirono.
Lo stesso anno 1922, quando la situazione si era stabilizzata e l'emergenza si stava codificando, Lenin di nuovo si pronunziò formalmente per il terrore, dando ordini al Commissario alla Giustizia di agire in base alla "giustificazione del terrore e alla sua indispensabilità... Il tribunale non deve abolire il terrore... ma deve convalidarlo e legalizzarlo" (23).

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