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Focus TV - Notizie e commenti
Mio caro tenente Colombo Stampa E-mail
La “lotta di classe” di un poliziotto sovversivo perché mai troppo sbirro
      Scritto da Stefano Di Michele
03/05/08

Pubblichiamo alcuni estratti di un articolo apparso su Il Foglio quando Peter Falk fu colpito dalla malattia che lo ha accompagnato negli ultimi anni di vita.


Mio caro tenente Colombo - come al solito, alla fine hai ragione tu. Quando si passa tutta una vita a raccogliere "certi fili che pendono", certi fili "che danno da pensare" - e una fatica è il pensare, caro tenente, cercare ogni volta il bandolo di una matassa: solo gli imbecilli che non lo fanno mai, dicono che pensare è sempre un piacere - ecco, a un certo punto viene voglia di staccare, farsi irraggiungibile, essere altrove. Altrove, si capisce, con il cane di nome Cane e l'improbabile macchina e il vecchio impermeabile e il sigaro puzzolente, e ovviamente la signora Colombo, ma finalmente con la possibilità di non conservare solo per il crimine lo stupore che le persone migliori - proprio come te - hanno nello sguardo. E lasciare allora che tutti quei fili pendenti - tra il delitto e la colpa, l'impunità e la giustizia vadano per conto loro, disordinati, nel vento. Un sollievo, vederli ondeggiare senza doverli per forza inseguire.
E che qualcun altro cominci a ragionare attorno alla paurosa tela di ragno che sempre, nei pressi di un crimine, ondeggia nel vuoto. O hanno finito tutti i tenenti decentemente intelligenti, quelli della polizia di L.A.? Però, mica intelligenti come te, ché non è solo intelligenza - pensa che certi credono di poterla misurare l'intelligenza, e dimmi come si potrebbe fare per misurare la tua - ma puro genio. E pura forza sovversiva - di mite angelo giustiziere.

(…) Una volta, in una mensa per poveri, persino una brava suora osservando il tuo impermeabile ti prese per un barbone e ti allungò un piatto di minestra. Che tu mangiasti - era offerta con sorriso e generosità - spiegando però alla simpatica monachella che non eri un barbone, ma un tenente della squadra omicidi, nientemeno. E quella: "Ah, ho capito: si è travestito così per lavoro...".

È destino, caro Colombo - dove tutto appare perfetto (il delitto che ti trovi a fronteggiare ha spesso l'ambizione o la rappresentazione di un delitto perfetto), è la perfezione stessa a nascondere e a far respirare il crimine. La cui soluzione, infine, è sempre nelle tue scarpe polverose, nella cenere che non sai mai dove depositare - nelle case dei ricchi il posacenere si confonde sempre con altro, e "che senso ha avere tanti oggetti se non si possono usare?" - nel cane di nome Cane che qualunque cosa tu dica si accuccia intimorito e ti guarda perplesso e stupito: pure lui, un genio.

(…) Ti devo molto, mio caro tenente. Per cominciare, un'esatta definizione della lotta di classe che, giovane militante di sinistra, ho avuto da te. È emerso in maniera chiara, in molti dei casi che hai affrontato: che i ricchi o sono briganti (quasi sempre all'origine della loro ricchezza) o sono cretini (quando l'unica fatica che hanno fatto è stata quella di ereditarla, la ricchezza). Spesso i tuoi assassini hanno facce boriose, di quelli che telefonano "giù in centrale" o che conoscono il governatore o qualche capra di senatore o il giudice o il capo della polizia, mica tanto sveglio quello. "Mah, vede signore...", e aggiri la pretesa, la minaccia, l'arroganza. Fai finta di abbassarti al loro livello, di sfiorare la loro povera stupidità, e allora il colpevole crede di avertela fatta, ridacchia dietro le tue spalle, finge di volerti aiutare.

C'è l'avvocato che non ha mai perso una causa - difendendo, si capisce, sempre quelle sbagliate, e che uccide la consorte: siccome è un avvocato ricco per ricchi, ha le bottiglie di champagne in bella mostra nello studio, e sarà proprio il tappo di una bottiglia di champagne a tradire l'astutissimo leguleio. L'assassino manco si accorge che lo stai sfottendo, quando con aria comprensiva mastichi il nulla: "L'etica professionale è una cosa molto importante, quindi niente domande sull'etica...".
E i giornalisti, in quanto a boria, non sono meno degli avvocati: ne hai conosciuti alcuni imbecilli (anche come assassini, tra i più antipatici), amico di quello o amico di quell'altro: uno sfinimento, caro tenente.
E colonnelli e militari, medici e industriali, fotografi di moda e scrittori, beccamorti di lusso e pargoli viziati, illusionisti e cantanti, gioiellieri e toreri, architetti e diplomatici. Persino uno tutto muscoli, di quelli che tengono programmi televisivi. ostentano pettorali e sprizzano salute, che ti costrinse a correre come un matto sulla spiaggia, e le scarpe malmesse ti si riempivano di sabbia, e pure i lacci, dopo averle svuotate, si rompevano. L'assassino aveva fiato, ma non abbastanza per sfuggirti.

Il crimine, hai reso evidente, ha profonde radici nei conti bancari. Non ho mai conosciuto un eversore della tua portata, caro Colombo. Altro che il Che: la sua foto dovrebbero mettere sulle magliette in vendita da Feltrinelli. Un tuo semplice inciampare in un bellissimo tappeto, una tua occhiata sbalordita all'inutile maestosità di una casa, il tuo smarrirsi di fronte alla porta da dove uscire, il tuo ripetuto rientrare e rientrare e rientrare: "Scusi, signore, dimenticavo: ho ancora una domanda...".
La scenografia di classe viene allora giù come niente, l'assassino spogliato di ogni orpello, perché ogni orpello viene ridicolizzato: non sa se allarmarsi o rilassarsi, se temere o ridere, se restare fermo o fare la mossa che te lo consegnerà definitivamente. Si chiede cosa vuoi, quando domandi il costo di quella radio, perché la vuoi regalare a tuo nipote, "Quattrocento dollari? Mamma mia!", e invece tu davvero stai cercando un regalo per tuo nipote.

Nella lotta di classe da te vigorosamente condotta nel distretto di L.A., caro tenente, hai indiscutibilmente mostrato, se non la superiorità del proletariato, quantomeno la sospetta coglionaggine del capitale.

Ovvio, non tutti gli assassini che incontri sono odiosi. Il produttore di vino che accoppa il fratello, per esempio, è un personaggio delizioso (e infatti, con lui brindi). Davanti all'attrice gravemente ammalata, che non ricorda di essere un'assassina, fai finta di essere tu lo stupido e le concedi di farla franca - solo un po' di tempo. per non mettersi a correre con la morte.
Ma com'era odioso, invece, un vero orrendo figlio di puttana, quello psichiatra che allena i suoi cani a sbranare un suo nemico, e poi cerca in tutti i modi di fare uccidere le due bestie innocenti - e allora la tua corsa contro il tempo per salvarle. e l'ira nei tuoi occhi - una delle rare volte che hai mostrato ira - quando inchiodi il miserabile davanti alla prova di un gancetto rimasto appeso in cucina...

E adesso, ovunque tu vada, caro tenente Colombo, so che non ti rivedremo mai più. In un luogo senza tempo e senza crimine, smetterai finalmente il distintivo e non avrai più la preoccupazione di dover andare al poligono a sparare - perché sei un grande sovvertitore di regole e convinzioni, ma se devi sparare (anche in un materasso, anche solo per esaminare un proiettile) hai lo sguardo disperato, la mano incerta, fino a cercare conforto nel cane Cane, non meno incerto e disperato.
Magari, nel posto dove stai andando c'è anche la risposta all'ultima vera definitiva domanda, se mai potesse interessarti: parecchio più complicata di quelle che tiri fuori quando fai capoccetta da una porta, con la faccia di chi è veramente dispiaciuto. E invece c'è una punta di buon sadismo, quantomeno di legittima soddisfazione: perché in quel momento esatto l'assassino fa il passo definitivo verso la resa dei conti.

Attraversi da decenni quel mondo di delitti e colpe, ma sempre provi come uno stupore infantile, così la sera ci sono diecimila cose che devi raccontare alla signora Colombo o a tuo cognato che fa il carrozziere o il fotografo o non si sa bene cosa laggiù, un laggiù sempre indefinito... Stupore, ma non invidia, sia chiaro. Non vorresti mai quel meraviglioso sigaro cubano che il sospettato ti offre, se solo devi avere l'ombra della sua brutta coscienza. Non ti seduce quel ristorante di lusso, con tutto quel menù che non si capisce neanche cosa stai ordinando, e persino i camerieri sono boriosi come senatori di scarsa consistenza. Certe volte, quando c'è di mezzo un crimine c'è come l'impressione che tutto sia latta e ferro sottile, duro e fragile allo stesso tempo.

Ne hai vissute di avventure, mio dolce tenente. Persino il tentativo di cambiarti l'impermeabile, ricordi? La signora Colombo comprò un manufatto brutto e moderno e perfetto, e con quell'affare addosso non riuscivi a pensare, lo lasciavi dappertutto e ti correvano dietro per riportartelo - cittadini esemplari, quando non è necessario! - e l'ultima risorsa è il cane Cane, quindi fai finta di dimenticare l'impermeabile dentro la Peugeot 403 del 1959 (un gioiello, sempre con la preoccupazione che possano rubarla, e gli altri sempre con la preoccupazione che vada per strada) che lasci aperta, con la belva insonnolita dentro: "Se provano a rubarlo, tu fai finta di niente...".

Nessuno è stato, televisivamente parlando, tanto sbirro e così poco sbirro come te. Verrebbe quasi voglia di accoppare qualcuno (non che ci sia scarsità di tipacci senza cui il mondo sarebbe un luogo migliore, ma pazienza: non si può), per incontrarti. Hai sempre pietà per la vittima, a volte pietà per l'assassino, e sempre osservi - tanto il crimine, quanto gli effetti del crimine - con spalancato stupore. E così, tra la vittima e l'assassino, magari lo sguardo ti cade su un pezzetto di parmigiano sulla scena del delitto, non resisti alla tentazione, lo fai assaggiare anche ai tuoi colleghi. E proprio su un pezzetto di formaggio, alla fine trovi la traccia del colpevole - per inciso, un altro scassaballe amico del governatore, pieno di arie (come si conviene a un trombone).

Caro tenente, quale specialissimo sbirro tu hai una specialissima tenerezza che ti onora. I tuoi nuovi colleghi televisivi, appena possono si buttano sul sangue, squartano cadaveri, il polmone perforato dalla pallottola che sussulta in primo piano: compensano con l'esposizione delle budelle quel che manca come materiale cerebrale. Rammenti, invece, quella volta che ti capitò di finire nella stanza delle autopsie, e sei uscito di corsa, impressionato e molto spaventato? Stare un po' spostati rispetto alla visione più banale, un po' altrove, aiuta ad essere dei buoni. poliziotti. Caro tenente, tu non hai niente della norma e del regolamento e del buonsenso sbirresco. Sei un trionfatore proprio perché, alla prima occhiata, sei un perdente. Esattamente, tu vedi ciò che gli altri, più ordinari, non vedono. La bellezza della tua cigolante macchina, così da fraintendere anche le allusioni di quelli che si meravigliano che sia ancora per strada. L'utilità di chiamare Cane il cane - e di spartire con lui il gelato - dove gli altri hanno mille nomi da proporre. La comoda essenzialità del tuo abbigliamento, proprio quando un'assassina prova a regolarti una costosissima cravatta. Sei più di un sovvertitore di classe, mio caro tenente: sei un sovvertitore di senso. La tua apparizione alla fine degli anni Settanta, ha suscitato lo stesso impatto di tutti i grandi liberatori del Novecento: Colombo, appunto, la bambina di Quino, Mafalda, Pippi Calzelunghe, Cipputi... La sbadataggine come mezzo di approccio, lo stupore come mezzo di comprensione: una grande lezione, tenente.

(…) Chissà, tenente, chissà. Se resterà qualcosa e dove, in quale punto della metropoli e dello stupore, tu e la signora Colombo e il cane Cane arriverete con l'impermeabile a l'asfittica Peugeot, e resterete sereni a fissare i fili nel vento senza mettersi a correre per afferrarli. Beh, certo che ci sarebbe ancora bisogno di te, da quelle parti: purtroppo né gli assassini sono scomparsi né i ricchi, figurarsi, sono migliorati. "C'è anche un'altra cosa che non capisco...", questo lo ricordi, vero tenente? Un'altra cosa da capire. sempre. Mai si finisce, è così... Che a star dietro a tutte le cose da capire, c'è da diventare matti. E prima capirle, e poi spiegarle... Che mica tutti afferrano al volo come il cane Cane. O come l'altro cane o la piccola scimmia, che ti consegnarono due splendidi esempi di farabutti. È difficile spiegare le cose agli uomini: così, a volte, è meglio nascondere la faccia. Buon viaggio, mio amato tenente. Ah, scusami, un'ultima domanda: l'hai poi trovato quel matto che ti somigliava e che faceva l'angelo - l'angelo, figurarsi - nel cielo sopra Berlino? Mah, proprio vero che ogni giorno c'è qualcosa...



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