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Notizie - Attualitą e Costume
Lavoro nei giorni festivi? No, grazie Stampa E-mail
Domeniche, primo maggio... non solo giorni di riposo, ma anche di riunione per famiglie e comunitą
      Scritto da Giovanni Martino
02/05/11

Le ultime settimane sono state accompagnate dalle polemiche dei sindacati  (CGIL in primis) contro le ordinanze di alcuni Comuni, che hanno autorizzato gli esercizî commerciali all’apertura nella giornata della Festa del Lavoro.

Tale battaglia sindacale risulta fuori dal tempo nella misura in cui vuole difendere una sola festività – quella del primo maggio, appunto -, quasi che sia l’unica a meritare tutela, con un connotato di ‘sacralità’ che pare apprezzabile solo ai nostalgici del proletariato.
Questo tipo di difesa partigiana, questa sorta di appropriazione indebita (simile, peraltro, a quella che una certa sinistra vuol fare del 25 aprile), trasforma la Festa del Lavoro in una sorta di “festa del sindacato”, che non riesce più ad essere tutelata credibilmente contro gli attacchi di chi vuole erodere sempre di più gli spazi del riposo festivo dei lavoratori.

Si badi bene: anche a nostro avviso la Festa del Lavoro merita di essere difesa. Ma la sua difesa è possibile se è credibile, ispirata a valori rispettati sempre.

Innanzitutto, bisogna celebrare degnamente i valori proprî di una ricorrenza.

La Festa del Lavoro, ad esempio, dev'essere la ricorrenza di tutti i lavoratori, pubblici e privati, dipendenti e autonomi.
Una festa civile ha inevitabilmente (e giustamente) un significato ‘politico’: il primo maggio si vuole ribadire la centralità del lavoro come diritto e dovere di ogni uomo. In che misura debba essere declinata una tale “centralità” (chiarendo che "lavoro" è anche quello imprenditoriale, ecc.), ovviamente, è compito delle riflessioni che proprio queste ricorrenze possono stimolare.
Il significato politico, però, non deve essere partigiano, strumentale. I sindacati, ad esempio, potrebbero impegnarsi anche a cercare un coordinamento con le altre organizzazioni di categoria (professionali, artigianali, imprenditoriali).

Similmente, sarebbe utile che ogni ricorrenza, civile o religiosa, fosse celebrata ricordando il motivo per cui è proclamata, che non è l’occasione per una vacanza (se la ricorrenza è anche giorno “festivo”) o per fare un po’ di regali.

In secondo luogo, bisogna rispettare e vivere in pieno il significato comune a quelle ricorrenze che siano anche “festive”, cioè caratterizzate dall’astensione lavorativa (e scolastica): il lavoro è centrale nella vita dell’uomo, ma non la esaurisce.

La persona umana ha una dimensione emotiva, culturale e spirituale, è fatta di profondi legami familiari e sociali. Non può essere “prigioniera” del lavoro e delle logiche economiche.
Esistono – devono esistere – giorni in cui l’uomo riposa dal lavoro, per non sottoporre fisico e psiche a sollecitazioni eccessive. Ma non è indifferente quali siano questi giorni: accanto alle ferie e ai permessi individuali, devono esistere anche feste comuni, giorni in cui l’uomo possa celebrare collettivamente – in famiglia, nella comunità locale - una ricorrenza.

La prima festa da difendere è la domenica, che da molti anni si cerca di svuotare.

Non è indifferente che il giorno di riposo settimanale sia unico per tutti, o un altro giorno qualsiasi individuato da accordi aziendali.
Se il giorno di riposo è variabile, quello di cui godrà il padre sarà probabilmente differente da quello di cui godrà la madre. Ed entrambi differiranno da quello di cui godono i figli a scuola. Il giorno di riposo diventerà inevitabilmente quello in cui si sbrigano faccende che non si è avuto tempo di evadere durante la settimana.
Se il giorno di riposo, invece, è una “festa” uguale per tutti, allora è anche l’occasione per la famiglia per riunirsi, svolgere attività comuni, incontrarsi con altre famiglie, festeggiare insieme la ricorrenza che dà occasione alla festa.

La difesa della domenica, quindi, ha un valore "laico", che prescinde dal suo significato religioso.

Il significato religioso, però, per i cristiani è centrale e irrinunciabile (è un diritto fondamentale): la domenica non è solo un giorno che è fatto per stare insieme, ma anche il giorno da santificare al Signore (Dominus); "dies dominica" - lo dice il nome stesso - è il "giorno del Signore".
Fatto sempre salvo il diritto dei fedeli di altre religioni di festeggiare, com'è giusto, il proprio giorno di riposo e di culto.

In un Paese di tradizioni cristiane, infine, la festa religiosa comune acquista una simbologia culturale che rinsalda il tessuto della convivenza civile.

La domenica tipo, fino a qualche anno fa, era quella in cui la famiglia si svegliava, faceva colazione, indossava l’ “abito della domenica” (che era l’abito del giorno di festa, non una tuta da ginnastica), si recava a messa, salutava dopo la celebrazione gli amici della comunità parrocchiale, passava in pasticceria ad acquistare le “pastarelle” che concludevano degnamente un pranzo in famiglia (magari organizzato dai nonni). Il pomeriggio, poi, si trascorreva in allegria facendo visita a parenti o amici, o recandosi insieme ad un parco, alle giostre, al cinema (chi andava allo stadio doveva mangiare più in fretta o portarsi un bel panino imbottito…).

Un modello “piccolo borghese”?
Tutti i modelli di comportamento, anche quelli più gratificanti, possono svuotarsi di significato, se non ammettono deroghe o se qualcuno li vive riversandovi le proprie frustrazioni personali.
Ma certo il “giorno di festa” è un modello capace di offrire un’occasione di gioia profonda, molto di più di alternative “moderne” che appaiono davvero tristi: la domenica al lavoro (o al centro commerciale), e il martedì papà che festeggia da solo il suo giorno di riposo (?), guardando la tv o facendo il giro di uffici e negozî…

Se i sindacati avessero avuto ben chiaro il significato comune dei giorni di festa, avrebbero difeso con più energia il significato della domenica (senza il timore che questa difesa fosse un vantaggio solo per la Chiesa o le tradizioni cristiane). Oggi che si limitano a difendere il primo maggio, si accorgono di condurre una battaglia di retroguardia, in una società che in larghi strati non sente più come propria la ‘sacralità’ delle feste.


I luoghi comuni di chi vuole limitare le feste

La voglia di “far festa” potrebbe sembrare un istinto elementare delle persone, magari da contenere in un giusto equilibrio per evitare che distolga dalle ordinarie responsabilità lavorative.

Eppure – potenza della persuasione mediatica – oggi sono largamente accettati concetti come “le feste sono uno spreco di denaro”, “in tempo di crisi bisogna fare sacrifici”, “la competizione internazionale richiede la flessibilità dei giorni di riposo”, “per festeggiare una ricorrenza basta il pensiero (?), non serve rinunciare ad un giorno di lavoro o di scuola”, “ognuno deve essere libero di astenersi dal lavoro quando gli pare”, "i negozî aperti la domenica sono una necessità".

Si tratta di luoghi comuni privi di fondamento, che vorremmo sinteticamente smontare uno per uno.


“Le feste sono uno spreco di denaro”

Alt! Le feste hanno certamente un costo, almeno per alcuni settori produttivi (l’industria). Definirle “spreco” è un passaggio del tutto arbitrario.

Hanno un costo anche il riposo settimanale in sé, il tetto all’orario di lavoro, la previdenza pensionistica, l’assicurazione contro le malattie, ecc.
Sono uno “spreco”? Aboliamo tutto?

Se non abbiamo una visione della vita ottusamente materialistica, se riconosciamo – come abbiamo fatto poco innanzi – che l’uomo non si esaurisce nella sua produttività economica, possiamo ammettere che le feste sono un costo accettabile. (Peraltro, individui riposati e non stressati producono meglio…)


“In tempo di crisi bisogna fare sacrifici”

Persino per i 150 anni dell’Unità d’Italia è nata una polemica futile sull’opportunità di rendere festivo il 17 marzo (raggiungendo poi il compromesso per cui quel giorno è andato a decurtare le ferie dei lavoratori dipendenti, diventando in sostanza un giorno di ferie ‘forzate’).

La motivazione addotta dagli industriali (e sposata ipocritamente dalla Lega Nord, che in realtà non aveva in simpatia l’occasione della ricorrenza) è stata di tipo economicistico, invocando i tempi di crisi.

Motivazione chiaramente pretestuosa.
In tempo di rilancio dell’economia, si sarebbe detto che non bisogna soffocare la ripresa nascente; in tempo di boom, che bisogna cavalcare l’onda.

Motivazione goffamente pretestuosa, poi, in un anno – il 2011 – in cui non saranno pienamente festivi, perché coincidenti con sabati o domeniche o altre festività, già quattro ricorrenze (su un totale di undici): 1 gennaio, 25 aprile (in cui si sono sovrapposti Festa della Liberazione e Lunedì dell’Angelo), 1 maggio, 25 dicembre.

Peraltro, già negli anni Settanta la motivazione della “crisi” fu utilizzata per abolire alcune festività (le cosiddette “festività soppresse”, guarda caso quasi tutte religiose…): Epifania, San Giuseppe, Ascensione di Nostro Signore, Corpus Domini, S.S. Pietro e Paolo, Festa della Repubblica, Festa della Vittoria.
Finita la crisi, furono ripristinate solo l’Epifania (nel 1985) e la Festa della Repubblica (nel 2001)…

Le crisi nel comparto industriale si affrontano, piuttosto, innovando, ristrutturando, migliorando la produttività (che significa utilizzare meglio le ore di lavoro), riducendo gli sprechi; non eliminando fattori di coesione sociale come le festività.

Quanto al comparto del commercio, immaginare che in tempo di crisi sia necessario aumentare i giorni di apertura dei negozî o dei centri commerciali, per indurre all’acquisto consumatori che già non arrivano a fine mese… significa davvero non capire le cause della crisi e raschiare il fondo del barile.

Esistono anche commercianti e imprenditori che - crisi o non crisi - sarebbero disposti a restare aperti giorno e notte tutto l'anno pur di guadagnare qualche euro in più, convinti che l'economia "tira" grazie alla loro dedizione. Queste persone avrebbero bisogno di un corso di macroeconomia (per smontare teorie bislacche) e... di un giorno di riposo (per imparare che lavoro e denaro non sono tutto).


“La competizione internazionale richiede la flessibilità dei giorni di riposo”

La globalizzazione e l’aumento della concorrenza internazionale impongono certamente una maggiore attenzione alla competitività delle nostre imprese.

Purtroppo, però, in Italia “crisi” e “globalizzazione” sono realtà utilizzate per far passare soluzioni superficiali come la riduzione del potere d’acquisto dei salarî (nell’articolo che abbiamo dedicato a tale argomento abbiamo analizzato le vere cause d’inefficienza del nostro sistema-Paese) e – appunto – la riduzione dei giorni festivi.

In termini economici, un’esigenza di maggiore utilizzo degli impianti industriali certamente esiste, ma può essere meglio soddisfatta con il maggiore sfruttamento delle ore notturne (divise tra turni diversi) e del sabato. Se l’unico giorno di fermo è la domenica, il costo derivante dal mancato sfruttamento degli impianti è assolutamente marginale, e quindi sostenibile.

La correlazione "meno feste = più competitività internazionale" si rivela arbitraria anche al confronto con altri Paesi.

Molti Stati prevedono un numero di festività pubbliche superiori a quello dell’Italia (11 giorni) e, al tempo stesso, hanno un prodotto interno lordo pro capite superiore: Giappone (16 giorni), Spagna (14), Austria e Taiwan (13). Cipro e Corea del Sud, con un numero di festività molto maggiore (15), hanno un PIL pro capite solo lievemente inferiore a quello italiano.
Di contro, alla maggior parte degli Stati che hanno un numero di giorni festivi inferiore all’Italia, questo non basta per superarci nel reddito…

Quanto al comparto del commercio, è evidente che le esigenze di competitività internazionale non hanno nessuna rilevanza diretta (anche se tutti i settori economici si avvantaggiano della competitività del Paese).


“Per festeggiare una ricorrenza basta il pensiero (?), non serve rinunciare ad un giorno di lavoro o di scuola”

La frase fatta di chi non sa cosa dire.


“Ognuno deve essere libero di astenersi dal lavoro quando gli pare”

Questo è un argomento molto infido.

Il padrone di un esercizio commerciale o di un’impresa produttiva forse sarebbe “libero” nel decidere l’apertura festiva del negozio o dell’impianto.
Ma i suoi dipendenti?

Inoltre, un esercizio commerciale che tiene aperto nei giorni festivi ‘costringe’ i suoi concorrenti dello stesso settore e della stessa zona a fare altrettanto, per non perdere clienti.


"I negozî aperti la domenica sono una necessità"

Parlare di "necessità" per i consumatori ci sembra eccessivo (delle "necessità" dei commercianti abbiamo già detto).

Possiamo ritenere tale, in una certa misura, solo la disponibilità dei servizi essenziali o ricreativi (ne parliamo più avanti).

Per gli altri acquisti, per lo shopping, l'apertura festiva è tutt'al più una comodità, visti i ritmi frenetici che ci imponiamo durante la settimana.

Ma si tratta, per l'appunto, di ritmi che ci autoimponiamo, e che potremmo regolare in maniera diversa (considerato che chi lavora tutto il giorno ha sempre un altro giorno libero oltre la domenica).

Considerato che non esiste un diritto costituzionale allo shopping domenicale, si tratta di una comodità cui possiamo ben rinunciare, per non privare gli esercenti commerciali, e i loro dipendenti, del diritto alla festa.

Peraltro, non si tratta solo di un gesto di sensibilità verso una particolare categoria: intaccare il diritto al riposo festivo ha un effetto boomerang, significa innescare un meccanismo di progressivo deterioramento dei diritti, che si ripercuote su tutti.


Esistono buoni motivi per limitare le feste?

Esistono, a nostro parere, pochi casi che possono giustificare l’apertura festiva di alcuni settori.

Innanzitutto, com’è ovvio, i servizi essenziali: sicurezza, trasporti principali, emergenza sanitaria (parliamo di vera emergenza; l’idea di utilizzare le domeniche per tenere aperti i poliambulatori e smaltire le liste di attesa ci pare un’idea balzana, tale da far pensare – speriamo di no! – che chi gestisce la sanità non abbia le idee chiare sulle vere cause di ritardi e inefficienze).

Inoltre, i servizi ricreativi: bar, ristoranti, strutture sportive e di intrattenimento. Gli imprenditori di questi settori lavorano evidentemente soprattutto nei giorni festivi, e la loro attività contribuisce in grande misura a offrire il clima gioioso dei giorni di festa.

Potremmo aggiungere, entro limiti strettissimi, alcuni esercizî commerciali dei centri storici o delle località turistiche. Al turista straniero può far piacere non trovare tutto sprangato la domenica o in un altro giorno di festa. Ma ciò di cui ha bisogno per godersi le sue passeggiate è un numero ristretto di esercizî: oltre a quelli ricreativi, ad esempio, quelli di artigianato tipico, di arte, ecc.
Per lo shopping delle grandi firme, il turista – e con lui i negoziante – può aspettare il giorno dopo…

Sorvoliamo sulla normativa al riguardo, che è un caotico mosaico di discipline regionali (la riforma del Titolo V della Costituzione approvata nel 2001 attribuisce alle Regioni competenza legislativa esclusiva per quanto riguarda le materie attinenti al commercio), in cui si moltiplicano deroghe ed eccezioni capaci di consentire l’apertura per quasi tutte le domeniche dell’anno, a numerose categorie di esercizî commerciali, in quasi tutti i Comuni.


Ma chi è 'contro' le feste?

Possiamo comprendere che alcune delle motivazioni pretestuose volte a ridurre i giorni festivi siano sposate da comuni cittadini per l’effetto di un’azione di condizionamento mediatico-culturale.

I soggetti attivi di quest’azione, però, da quali motivazioni sono mossi?

Innanzitutto, è chiaro, da una mentalità economicistica. Una mentalità che però – ci sforziamo di sottolineare – è miope (sottovaluta l’impatto sui fenomeni economici degli aspetti sociali), nonché spesso basata su una lettura superficiale delle vere leve dello sviluppo economico.

A questa mentalità si aggiunga la particolare avversione di alcuni – pochi, ma aggressivi - rispetto alla domenica e alle festività religiose, causata da un evidente astio contro la religione e, nei Paesi cattolici, contro la Chiesa.

Un astio miope, come la mentalità economicistica, perché finisce per rigettare quanto di buono il cristianesimo ha costruito a favore della concreta emancipazione umana, e non di dogmi astratti.
Chissà se lo stanno scoprendo anche i sindacati, che vedono evaporare persino il primo maggio?



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