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Arte - Luoghi, artisti, opere
Antoni GaudÝ Stampa E-mail
Architetto di statura mistica, disprezzato dallĺÚlite intellettuale, amato dal popolo
      Scritto da Mariopaolo Fadda
15/11/10

Mai architetto fu così diligentemente ignorato da una critica strabica, supponente ed élitaria. Sigfried Giedion, in Spazio, tempo e architettura, non lo nomina nemmeno. Nikolaus Pevsner, in I pionieri dell’architettura moderna (prima edizione), lo cita solo in una nota. Non solo la critica lo ignora, ma personaggi come Picasso lo vedono di cattivo occhio e George Orwell definisce la Sagrada Familia il più orribile edificio del mondo e si lamenta del fatto che gli anarchici, durante la rivoluzione, non lo avessero fatto saltare in aria.

Quando fu svelata al pubblico Casa Milß, tutti i vignettisti dei giornali di Barcellona si sentirono in dovere di fare vignette (1, 2) sul sorprendente edificio, i più con intenti puramente dispregiativi. Anche se il nunzio apostolico in Spagna, monsignor Ragonesi, lo definì il “Dante dell’architettura”, GaudÝ fu sostanzialmente isolato ed additato come eretico, ma il popolo lo ammirava, perché sentiva che in lui batteva un cuore francescano.

Nato nel 1852, imparò a comprendere lo spazio e a sentire ed immaginare a tre dimensioni facendo caldaie nell’officina paterna. A 16 anni si iscrive alla facoltà di Scienze dell’università di Barcellona, cinque anni propedeutici prima di iscriversi ad architettura, cui si iscrive nel 1874. Si laurea nel 1878, a 26 anni, e si iscrive al collegio degli architetti della Catalogna.

Da studente, la sua eccentricità ed il suo modo di vestire e di vivere lo spingono verso il dandismo, un movimento culturale inglese della fine del XVIII secolo imperniato sull’eleganza, la finezza e l'originalità, che si esprimeva principalmente attraverso il linguaggio e l'abbigliamento. Questo modo di vita lo mette ben presto in rotta di collisione con la religione fino a farlo diventare anticlericale.

L’invenzione della fotografia gli consente l’accesso al patrimonio architettonico mondiale e comincia ad ammirare le qualità decorative dell’architettura islamica. Scopre il fascino delle rovine Maya, l’architettura siriana e persiana, le stupas indiane e i monumenti cinesi e giapponesi. Gli interessavano molto le modeste strutture della quotidianità: le costruzioni in argilla dell’alto Egitto, le capanne di fango del Marocco e le costruzioni scavate nella roccia della Cappadocia e di Petra. Una struttura che lo affascinava erano gli archi a forma d’uovo allungato, usati nel Marocco spagnolo e che lui farà evolvere nella particolare forma di curva che è la catenaria.

GaudÝ aveva bisogno di dare solide basi a queste che sembravano evasioni vernacolari. La lettura dei testi di Pugin, Ruskin, Morris e Viollet-le-Duc, cioè dei rivalutatori del gotico, lo stimola a studiare non solo i capolavori, ma anche edifici come le fattorie, le stalle, le case; di cui analizza non solo gli aspetti formali, ma anche e soprattutto la meccanica strutturale: carichi, forze, spinte, punti di forza e punti deboli. La lettura dei testi di Viollet-le-Duc sarà da questo punto di vista fondamentale.

I primi progetti, un tavolo da lavoro ed una scrivania, sono per se stesso. È all’inizio della sua carriera che incontra Eusebi Güell, industriale, uomo politico e futuro conte, che segnerà una svolta nella professione e nella vita di Antoni. Güell, patriottico, dandy e molto attivo nella vita culturale di Barcellona, era il simbolo dell’ortodossia religiosa, della ricchezza e dell’amore per le cose squisite. Sarà lui a promuovere e ad aiutare a trovare i finanziamenti per l’esposizione di Barcellona del 1888 che farà esplodere il modernismo in città.

Nel 1874, ancora studente ma già collaboratore per un progetto per abitazioni di una cooperativa, GaudÝ conosce Pepeta Moreu, se ne innamora e, quando le propone di sposarlo, lei rifiuta. Si innamora poi di un’americana, ma perderà presto i contatti quando lei torna negli Stati Uniti. A questo punto GaudÝ, scoraggiato da simili fatalità, si rassegna al celibato.

Conosciuto come un radicale ed un innovatore, alla fine degli anni ’80 era uno dei più famosi architetti della Catalogna e forse della Spagna, grazie ad alcuni incarichi che lo avrebbero trasformato in una delle figure chiave della rinascita culturale catalana.

Nel 1882 viene posta la prima pietra della Sagrada Familia su progetto di Francisco de Paula del Villar. Tra Villar e il consiglio della chiesa iniziano subito i contrasti e viene sostituito con GaudÝ che inizia a lavorare all’incarico nel 1883, benché questi gli venga conferito ufficialmente solo l’anno successivo.

Sempre nel 1883 diventa l’architetto di famiglia di Güell e lo sarà per i successivi 35 anni, fino alla morte di Eusebi nel 1918.

In quel periodo la Spagna stava vivendo la crisi sociale dovuta alla rapida industrializzazione. Le strutture tradizionali della società stavano disintegrandosi e non c’era nulla in vista che funzionasse da collante per la società. La famiglia, il matrimonio e la stessa parrocchia erano sotto attacco. I tradizionalisti rispondono raccogliendosi intorno alla Chiesa, considerata una famiglia ideale. Questo revival cattolico è, paradossalmente, un ibrido di artisti che credono nell’arte per l’arte, di simbolismo, decadenza, dandismo. GaudÝ fu per breve tempo tentato di unirsi al partito della sinistra catalana, Alleanza Democratica, ma cambiò presto idea puntando piuttosto sul coinvolgimento religioso.

A metà degli anni Ottanta gli atti brutali degli anarchici diventano familiari. La Spagna perde Cuba, Guam e le Filippine. La situazione economica diventa difficile, ma per GaudÝ non ci sono grandi problemi grazie agli incarichi di Güell e, allo stesso tempo, diventa sempre più coinvolto nella Chiesa cattolica di Barcellona; non per auto-indulgenza, ma perché sentiva molto forte il richiamo religioso.

Nel 1889, sostituisce l’architetto incaricato del progetto per la scuola del monastero di Santa Teresa e subito mette in mostra un uso magistrale della catenaria nella creazione di uno spazio fortemente e serenamente spirituale.

Nel 1898 riceve l’incarico dalla famiglia Calvet per la progettazione della loro residenza. Incastrata in un blocco urbano, l’unica opportunità che gli veniva offerta era la facciata. Il Comune incoraggiava questo approccio superficiale ‘facciatista’ distribuendo premi, e Casa Calvet viene infatti premiata con il primo premio come facciata dell’anno. Mentre in tutta Europa esplodeva l’eclettismo più deteriore, GaudÝ ricorre ad un elegante e contenuto barocco. Molto interessanti i dettagli della porta d’ingresso e la sala d’ingresso.

Dalla sinuosa raffinatezza barocca di Casa Calvet alle scabrosità della medievaleggiante Casa Bellesguard. Qui si ispira ai forti cristiani medievali e alle fortificazioni moresche. La maggior parte dei materiali usati erano pietre spaccate che GaudÝ usa ingegnosamente. Fatte le armature, amalgama le pietre con malta di calce, ottenendo così una sorta di concrezione che è una perfetta sintesi di scienza strutturale e qualità formale.

Nella seconda metà degli anni ’90, Güell gli commissiona la Colonia, un villaggio-rifugio per lavoratori dell’industria tessile. Güell non è il primo a introdurre questo tipo di villaggio industriale in Catalogna, anche se questo è uno dei primi esempi di simili colonie, create a debita distanza dalla corrotta influenza della città. L’idea era quella di tener lontani dall’alcol i lavoratori, visto che gli alcolizzati erano un rilevante problema sociale. Ma il programma era chiaramente contro le tre A: Alcol, Ateismo e Anarchia. Quali che fossero i motivi che avevano spinto Güell, la Colonia era riconosciuta come un posto piacevole in cui vivere.

È a questo punto che GaudÝ si allontana dall’idealismo giovanile e diventa cattolico di stretta osservanza, antiliberale, pessimista e ossessionato dalla sofferenza.

Nel 1898 Güell lo incarica del progetto di una cripta nella Colonia in rapida espansione. Per la sua progettazione un intero programma di ricerca viene messo in essere. La catenaria è l’elemento generatore. All’ingresso della cripta utilizza i paraboloidi iperbolici per darle l’aspetto di un corpo muscoloso in tensione, di un organismo vivente. La cripta verrà sì consacrata, ma mai portata a termine a causa della morte di Güell.

Nel 1899 Güell incarica GaudÝ per la progettazione del Park Güell, un giardino-suburbio che ricorda, in piccolo, la città-giardino inglese; non a caso, dunque, viene usata la dizione inglese Park. I lotti previsti erano una sessantina. Il terreno era scosceso e le case situate nella parte bassa, per poter vedere il mare, dovevano essere arretrate, ma giusto quel tanto per non disturbare quelle dietro. Il piano prevedeva l’esclusione di qualsiasi attività commerciale, artigianale e industriale.

In Park Güell ciò che intrigava GaudÝ era trovare un autentico linguaggio architettonico catalano per gli spazi pubblici della città. L’abbondanza di linee curve testimonia l’odio di GaudÝ per la linea retta. Per la prima volta in una sua opera, struttura, funzione, decorazione e soggetto vengono fusi insieme. Usa abbondantemente tegole e piastrelle recuperate in altri lotti in costruzione o demolizione. Il pezzo pregiato era la piazza del mercato e del foro. Una lastra sostenuta da una selva di colonne doriche copriva il tutto. Ingegnoso il sistema di raccolta delle acque meteoriche: l’acqua piovana della piazza veniva filtrata da strati di ciottoli e sabbia e raccolta in piccoli serbatoi posti sopra le colonne; da lì, attraverso tubi all’interno delle colonne, l’acqua veniva raccolta in una cisterna. Sistema che era contemporaneamente drenaggio, filtraggio e riserva.

Il semplice coronamento del tetto del mercato-foro diventa una delle opere più conosciute di GaudÝ, la spettacolare serpentina del parapetto-panchina. La curva domina incontrastata, “la retta è la linea dell’uomo”, diceva, “la curva è la linea di Dio”. La panchina-parapetto è costruita in sezioni prefabbricate di calcestruzzo e rivestite con i più svariati materiali, per lo più di recupero: bottiglie, conchiglie, pezzi di bambole, piastrelle, smalti, mosaici. Un microcosmo di segni e simboli in cui sono incorporati messaggi, illustrazioni e un’esplosione di colori. Tre colori emergono: verde, blu e giallo, che per GaudÝ rappresentano la versione cromatica delle tre virtù teologiche fede, speranza e carità.

Intorno al 1906 era ormai chiaro che il parco non stava ottenendo lo sperato successo, e Park Güell rimarrà quello che è possibile vedere oggi: un piacevole parco con vista panoramica sulla città e sul mare.

Nel 1904 Josep Batllˇ, imprenditore tessile, decide di demolire la sua casa ed incarica GaudÝ di progettare la nuova. Egli è ormai un architetto flessibile abbastanza da lavorare con le restrizioni normative, senza per questo rinunciare alle sue sempre più sorprendenti innovazioni. Casa Batllˇ viene finita nel 1906 ed è a tutt’oggi uno dei migliori edifici di Barcellona. È localizzata nella via della discordia, cosiddetta perché in quella via si affacciano cinque edifici che esplorano differenti approcci architettonici. In contrasto con la piatta linearità degli altri edifici, che cincischiano revivals stilistici, quello di GaudÝ - adiacente alla Casa Amattler, progettata da Josep Puig i Cadafalch in gotico fiammingo - è decisamente moderno nella sua sinuosità e nelle straordinarie contorsioni di balconi e finestre.

Nel 1905, mentre i lavori della Sagrada Familia sono quasi fermi, riceve da Pere Milà, politico, imprenditore edile, editore, impresario, nonché dandy, l’incarico di progettare un edificio per appartamenti.

Nel 1906 muoiono il padre e il suo mentore, l’architetto Joan Martorell. GaudÝ comincia gradualmente a ritirarsi in sé stesso e nel proprio lavoro, con un ritmo di vita più consono al villaggio che alla città.

All’inizio del 1906 presenta al comune il primo progetto per Casa Milà, milleseicento metri quadrati coperti. Un edificio-montagna con uno skyline mozzafiato, una sorta di museo di sculture all’aperto. Molte le fonti ispirative suggerite: dalle chiese in Cappadocia ricavate nelle roccie scavate dal vento alle torri di grano del Sudan, alle torri coniche in argilla del Togo. Il gusto del primitivo stava iniziando a imperversare in tutti i settori artistici.

La grande innovazione di Casa Milà è la pianta libera, organica, senza simmetrie, angoli e linee rette. Altrettanto libera e organica è la facciata. GaudÝ progetta la facciata con un’ossatura in ferro che gli consentiva un’ampia libertà formale. Il gioco dei balconi, per la cui progettazione GaudÝ delegò il suo braccio destro Jujol, è stato paragonato ad una jazz-session.

La realizzazione si impantana però in complicazioni legali che rallentano i tempi di costruzione. La prima riguarda la recinzione del cantiere che occupa abusivamente parte della strada pubblica. Il Comune ordina la sospensione dei lavori. Il secondo problema sorge quando, a seguito della richiesta di Milà di demolire la costruzione esistente, il Comune impiega venti mesi per approvarla. Milà, irritato per le lungaggini burocratiche, fa eseguire ugualmente i lavori. Nel 1909, dopo tre anni di batti e ribatti, quando la casa era ormai completa fino al quarto piano, il comune finalmente concede la licenza edilizia. Quando nella primavera del 1909 viene rimossa la recinzione del cantiere l’edificio, non ancora finito, di cui tutta la città stava discutendo da anni, appare alla vista. Il primo nomignolo sarà La Pedrera, la cava. Purtroppo i balconi non furono mai completati come GaudÝ avrebbe voluto, con una ricca vegetazione per cui aveva studiato anche un ingegnoso sistema auto-irrigante.

Aveva scommesso tutto in quell’edificio, che appariva come una montagna punteggiata di caverne, per arrivare, con genio e tenacia, ad un’architettura dall’apparenza primitiva ma dotata di tutte le comodità moderne. Infatti tutti gli appartamenti erano dotati delle più recenti innovazioni tecnologiche come, ad esempio, il riscaldamento centralizzato e l’acqua calda.

GaudÝ aveva trovato nella pietra color miele un materiale dallo straordinario significato simbolico. Un simbolo del suolo catalano. L’immagine della caverna è l’elemento simbolico che lo ha ispirato ed è facilmente comprensibile il perché. Era nelle caverne dei deserti che i primi eremiti cristiani si ritirarono a meditare e cercare il contatto con Dio.

Il tetto dell'edificio è un opera nell’opera. Camini, ventilatori, torri degli ascensori sono sculture danzanti, alla Henry Moore. Qualcuno ha scritto che l’edificio più che una montagna era un vulcano formato dal movimento della lava.

Quando scoppiano i disordini anticlericali nell’estate del 1909, Casa Milà non è ancora finita, ma non subirà, come il resto delle opere di GaudÝ, nessun danno.

La dissolutezza del clero spagnolo unita alla crescente influenza di socialismo, comunismo e anarchia nelle classi basse porterà ai disordini di piazza che costeranno morti e la furibonda distruzione di chiese e altri edifici religiosi. GaudÝ non volle mai immischiarsi in politica neppure quando gli offrirono un seggio sicuro alla Camera spagnola.

A ordine ristabilito, GaudÝ si ritrova nuovamente abusivo in Casa Milà, questa volta per l’altezza massima del tetto. I lavori vengono ancora una volta sospesi e un’ordinanza del Comune impone la demolizione di tutte le parti del tetto eccedenti l’altezza massima. Questo significava la distruzione delle sculture. Due mesi dopo Casa Milà viene designata monumento nazionale e quindi libera da qualsiasi restrizione normativa. Milà, avendo pagato un prezzo troppo alto per le libertà che GaudÝ si era preso, trattiene il saldo finale della parcella e ci vorranno ben sette anni per sistemare il tutto. Alla fine, nel 1916, GaudÝ vincerà la causa e darà tutti i soldi in beneficenza ai gesuiti.

I dettagli, le decorazioni interne e i murali delle corti interne saranno completati da altri.

Nel 1909 la Sagrada Familia era ancora a un punto morto. A GaudÝ viene conferito l’incarico di progettare anche la scuola, che viene costruita rapidamente con materiali poco costosi come mattoni e piastrelle. L’edifico odierno non è l’originale, che fu distrutto durante la guerra civile, ma una copia abbastanza fedele.

È la copertura del modesto edificio ad attirare l’attenzione: GaudÝ poggia una trave a doppia T sui tre pilastri centrali nel senso longitudinale, quindi poggia in senso trasversale una serie di travi in legno che si aprono come un mazzo di carte, per cui su un prospetto la trave è all’apice, nell’altro è il punto più basso, creando così un tetto che ricorda le onde. Un sistema di drenaggio perfetto.

L’area intorno al cantiere della Sagrada Familia, che era allora all’estrema periferia della città, diventa un luogo di aggregazione sociale, i ragazzini si incontrano e giocano, le famiglie fanno pic-nic. Il cantiere prefigura una comunità cristiana dove si combina la vita di tutti i giorni con la nobiltà del lavoro. Dal momento che non esisteva ancora il sistema delle pensioni, GaudÝ consentiva ai lavoratori che avevano raggiunto i 65 anni di stare in cantiere, dormendo, controllando il sistema di illuminazione e di approvvigionamento dell’acqua potabile. Ma, cosa ben più sorprendente, il cantiere era diventato la seconda scuola di architettura non ufficiale: molti studenti passavano in cantiere ad ascoltare Don Antoni.

Nel marzo del 1910, su sollecitazione di Güell e contro i propri desideri, GaudÝ farà la prima mostra dei suoi lavori alla società delle belle arti di Parigi, dove viene conosciuto a livello internazionale (e ben presto dimenticato).

GaudÝ diventa anemico, si ammala di brucellosi e deve trascorrere un periodo di convalescenza nei Pirenei. Quando nel 1914 vengono sospesi i lavori della Colonia gli resta il solo incarico della Sagrada Familia.

Il modernismo stava ormai diffondendosi in tutta Europa grazie anche alla pubblicazione dei lavori di Wright nel 1910. A Barcellona questo stile internazionale non piaceva troppo e preferivano focalizzarsi sul patrimonio catalano. Ma l’arrivo di esuli da tutta Europa porta i lavori dell’avanguardia. GaudÝ resta una figura isolata e solitaria e ormai irrilevante anche per i giovani architetti.

La Sagrada Familia, che avrebbe dovuto ospitare tredicimila fedeli, dopo trentasei anni era ancora un cantiere e ben lontana dal completamento. Durante tutti quegli anni era diventata un luogo di pellegrinaggio, persino il re Alfonso e Albert Schweitzer la visitarono.

Per anni GaudÝ aveva fatto esperimenti con i campanili tubolari, perché voleva che il vento penetrando nei fori producesse suoni musicali. L’esterno sarebbe dovuto essere un inno multicolore alla gloria di Dio. Guardandola oggi può dare l’impressione di un’opera dissoluta e uno spreco di energie e soldi, ma teniamo presente questo si potrebbe dire di tutti i grandi capolavori architettonici della storia… Senza contare che la chiesa è stata costruita solo con offerte dei fedeli ed è un’opera che è sempre stata nell’immaginario collettivo della gente. Quando si sparse la voce di un possibile declassamento a semplice parrocchia, per la costernazione di GaudÝ, ci fu un’alzata di scudi e non se ne fece nulla.

GaudÝ aveva ormai una routine giornaliera fissa: messa al mattino, lavoro alla Sagrada Familia, confessione la sera e a casa per la notte.

Egli era rimasto sempre fuori dall’agone politico, ma la proibizione dell’uso del catalano da parte del dittatore Primo de Rivera provoca la sua reazione e dopo un alterco con la guardia nazionale finisce in prigione. La voce si sparge rapidamente in città e un assistente interviene rapidamente per liberarlo pagando la multa.

Nel 1925 si trasferisce a lavorare direttamente in uno studio allestito nel cantiere. Il 7 giugno 1926 viene travolto da un tram e, scambiato per un vagabondo ubriaco, deve attendere minuti preziosi prima di essere portato in ospedale in gravi condizioni. Nessuno lo riconosce. Non aveva documenti addosso e in tasca aveva solo un po’ di uva passa e noccioline. La scomparsa di GaudÝ allarma i suoi assistenti che lo cercano e finalmente lo trovano all’ospedale dove è ricoverato. La notizia delle condizioni di GaudÝ si sparge rapidamente ed arrivano al suo capezzale amici, ammiratori, dignitari. Un emissario del sindaco offre il trasferimento in una clinica privata ma egli rifiuta. Il 10 giugno muore. Al suo funerale, quasi un funerale di stato, partecipa una folla immensa di cittadini che pagano tributo al genio, all’uomo delle sante virtù.


Senza la fede, il lavoro di GaudÝ, l’uomo che ha creato un gigantesco poema in pietra, sarebbe senza significato. Era convinto che la divinità si convertisse in architettura e la creazione divina continuasse grazie all’azione dell’uomo, che però non crea ma scopre. Sosteneva che coloro che ricercano, come supporto al loro lavoro, le leggi della Natura lavorano in collaborazione con Dio. Nel 1998 è stato avviato il suo processo di beatificazione.

GaudÝ aveva una straordinaria sensibilità strutturale e l’uso, altamente poetico, della catenaria in sé lo dimostra. Abbiamo visto come, nella Casa Bellesguard, esplori non solo una tecnica a basso costo - la concrezione - che si sarebbe ben prestata alla produzione di massa, ma anche le sue possibilità espressive, precedendo in questo l’introduzione del calcestruzzo. Una tecnica che Frank Ll. Wright svilupperà ed userà magistralmente a Taliesin West.

L’ingegnosità strutturale del tetto ondulato della Scuola della Sagrada Familia richiamerà l’attenzione di strutturalisti del calibro di Pierluigi Nervi e Felix Candela. Lo stesso Le Corbusier definirà il modesto edificio una delle pietre miliari del ventesimo secolo.

La struttura della cripta della Colonia Güell, per cui chiede anche consigli tecnici ad un ingegnere, sembra ora una ragnatela ora un susseguirsi di tende, una sorta di tensostruttura ante litteram. Il progetto diventa un laboratorio architettonico, dove effettuare prove e controprove, analizzare errori e apportare correzioni. Un metodo che consente di utilizzare per le sperimentazioni i modelli invece che l’edificio in sé, come accade nel 99% dei casi ancora oggi.

L’apporto di GaudÝ, senza l’ostracismo critico cui abbiamo accennato, sarebbe potuto essere un valido antidoto contro il purismo estetico di chi predicava “ornamento è delitto” e “il meno è il più”, e che avrebbe portato alla “macchina per vivere”, gelida utopia di un vivere meccanicistico, privo di contenuti psicologici e spirituali.

L’architetto catalano legge con occhio attento l’edilizia minore, il vernacolo; non cerca di imitarne forme e tipologie, che conducono spesso a insulsi effetti scenografici, ma recupera elementi di quell’edilizia reinterpretandoli in chiave moderna e con risultati affascinanti.

GaudÝ ha una sensibilità ecologica che non ha nulla a che vedere con la repellente demagogia ambientalista odierna: per lui l’uomo non è una delle tante componenti dell’ecosistema, ma il centro del rapporto con la natura, cioè con Dio. L’ingegnoso sistema di drenaggio della piazza di Park Güell e l’uso di materiali di scarto nella serpentina della panchina sono la sintesi di un approccio olistico, responsabile e deideologizzato alle problematiche del nostro ambiente psico-fisico.

Il giudizio critico più pregnante su di lui lo dobbiamo a Bruno Zevi: “GaudÝ possiede un’esplosiva inventività spaziale, una furente capacità di manipolare volumi e superfici, un senso sublime del colore. Emarginato nei decenni razionalisti, viene riscoperto e celebrato a partire dai tardi anni Quaranta; la sua imponente statura mistica resta avvolta in una metafisica ancorché popolare solitudine”.



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