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Notizie - Attualità e Costume
Per salvare i nostri giovani, riscoprire i valori e il principio d’autorità Stampa E-mail
Gli educatori che hanno paura di “ferire” gli adolescenti li conducono alla rovina
      Scritto da Giovanni Bollea*
04/08/08

giovani_bullismo.jpg*Bollea è stato il più grande neuropsichiatra infantile degli ultimi decenni

L’esplosione di comportamenti devianti dei nostri giovani non è più una questione legata a qualche comportamento individuale isolato. È un vero e proprio allarme sociale. È un allarme che contiene una sfida che deve essere affrontata, combattuta e vinta dall'alleanza tra genitori consapevoli del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, e una scuola che ritorni a essere il luogo dove si insegnano e si trasmettono valori. I giovani devono riscoprire la fiducia e la speranza nel futuro, e questo, con genitori deboli e deresponsabilizzati, e una scuola incapace di educare, è impossibile.

Dobbiamo renderci conto che l'età che va dai dodici, tredici anni fino ai diciotto, il periodo in cui si forma la personalità di un individuo, è un'età terribile. In questi anni, il genitore pensa che sia giusto intromettersi poco nella vita dei figli, non interferire, con la scusa che bisogna concedergli la libertà, il potere di fare ciò che vogliono. È un gravissimo errore da parte degli adulti, che poi si trovano poi a dover gestire dei ragazzi lasciati allo sbando, privi di ogni riferimento di autorità e di una visione "buona" della vita che li attende.

I genitori hanno il dovere di parlare con i figli, di trasferire il valore del sacrificio, il principio di autorità, la forza sana e gioiosa di costruire il futuro con le proprie mani, cercando di dare un senso positivo alla loro vita. Devono sapere tutto dei loro figli adolescenti, come trascorrono le loro giornate, chi sono e cosa pensano i loro compagni di classe, se la loro scuola è colpita dal fenomeno del bullismo, se provano attrazione per qualcuno o qualcuna.

Ma devono sapere, prima di ogni altra cosa, quali sono le aspirazioni dei loro figli, magari ponendosi loro stessi una domanda cruciale: che cosa sono stato in grado di insegnare loro? Quando ci troviamo di fronte a dei ragazzi disposti a mettere in gioco la loro vita per un niente, o inabissati nel tunnel della droga, o più semplicemente privi di qualsiasi aspirazione positiva verso il loro futuro, dobbiamo guardare al modello di esistenza che i loro genitori gli hanno trasmesso. Noi oggi abbiamo sempre più spesso a che fare con genitori insicuri, devastati dall'ansia, timorosi, lacerati dal senso di insicurezza. È la famiglia come luogo primario di formazione e di socializzazione ai valori che è entrata in crisi.

Conosciamo, così, padri demotivati e incapaci di offrire ai loro figli un modello di autorità, genitori "contrattuali" che non insegnano ai loro figli ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma preferiscono impostare con loro una relazione fondata sullo scambio: se prendi un bel voto, se ti comporti bene, ti compro il motorino, il computer, la macchina, il cellulare di ultima generazione. I genitori sono terrorizzati dal fatto che i loro figli possano scappare di casa, o suicidarsi, e allora cercano di accontentarne ogni capriccio, senza nemmeno provare a stabilire nei loro confronti una gerarchia di valori: i ragazzi vogliono tutto e subito, e loro glielo danno. La possibilità di accaparrarsi beni materiali, allora, diventa l'unica molla che scatena la fantasia dei ragazzi: ma se non ci sono i soldi, se non si possono soddisfare tutte le voglie legate al mero consumismo, arrivano rapide e devastanti la depressione e la rabbia, la vita perde di senso e di valore.

E, a proposito di valori, è triste osservare che non insegniamo più ai ragazzi il valore del lavoro, il senso profondo e positivo del "far bene" come molla per "fare meglio". Al contrario, sono per primi i genitori che riducono la loro esistenza a una continua lamentela sul denaro che manca, sulle troppe tasse da pagare, non capendo che è proprio a causa della svalutazione sociale del lavoro come valore in se stesso che le nuove generazioni finiscono per inseguire il sogno del successo, o del guadagno economico senza fatica, come uniche ragioni di vita (è questo il messaggio che, ad esempio, arriva dalla televisione e dai suoi miseri divi). Se mio padre o mia madre sono depressi, e mi trasmettono un senso di demotivazione e di sfiducia nella società e nel futuro, che messaggio ne posso ricavare in termini di autostima?

I ragazzi hanno bisogno di genitori dotati di una personalità che gli studiosi anglosassoni definiscono hardy: una personalità forte, consapevole del ruolo degli adulti nella società, capace di affrontare gli eventi senza farsene sopraffare. Ho parlato dell'adolescenza come di un'età altamente critica. È in questo periodo che siamo più influenzati dalle figure che ci circondano e sviluppiamo reazioni di adattamento al nostro ambiente sociale: se le figure di riferimento trasmettono agli adolescenti una totale assenza di autostima e un'incapacità di resistenza alle sfide esistenziali, i ragazzi cresceranno privi di fiducia in sé stessi e ossessionati dalla paura di fallire nella loro vita. La società è ricca, e loro si sentono poveri. E la distanza tra questa forma di paura e l'annullamento della propria esistenza nella droga, nel gorgo delle cattive compagnie o nella voglia di trovare adrenalina nelle corse in moto a trecento all'ora, è davvero molto breve.

Cosa fare, allora? Dei genitori ho detto: devono tornare a occuparsi dei propri figli trasmettendogli sicurezza, fiducia, autorità.

Ma non basta, anche le istituzioni devono fare la loro parte.

In primo luogo, devono favorire la partecipazione dei più giovani alla vita pubblica: anni fa ho sostenuto la proposta di concedere il voto amministrativo a partire dai quindici anni per garantire sia una maggiore coscienza civile dei più giovani sia la possibilità di trasformare i genitori in buoni educatori civici, e ritengo questa proposta ancora più valida oggi, quando l'esasperazione dell'individualismo rischia di trasformare gli adolescenti in monadi incomunicanti.

In secondo luogo, bisogna ripristinare il principio di autorità. Sono stato per anni uno dei più fieri avversari del carcere minorile ma, arrivati a questo punto, penso che debba essere reintrodotto, nelle forme adeguate, per i reati collegati alle forme più cruente di violenza della criminalità organizzata, in casi che film come Gomorra hanno purtroppo ben delineato. Solo colpendo alla radice questo fenomeno, si può spezzare quel circolo vizioso che nell'adolescenza trova il più fertile terreno per lo sviluppo delle mafie che infestano il nostro tessuto nazionale.

In terzo luogo, deve intervenire il nostro sistema educativo, che va profondamente ripensato e riformato. La scuola deve adeguarsi ai più alti standard europei. Deve produrre nuove idee che interessino i ragazzi. Deve ritornare a essere il luogo dove, anche attraverso la disciplina, si trasmettono i valori del merito, della solidarietà, della responsabilità, del "ben fare" e della fiducia nel futuro, sottraendo i ragazzi agli effetti perversi della pubblicità come meccanismo ubiquo di creazione di falsi idoli. Un luogo dove le sfide della modernità vengono accolte e declinate positivamente, nell'interesse dei ragazzi e delle famiglie. Sappiamo, ad esempio, che Internet ha completamente sconvolto l'immaginario degli adolescenti. Per questo, ho intenzione di proporre al governo un intervento legislativo che introduca, a partire dalla quinta elementare, due ore settimanali in cui genitori e figli insieme vengano istruiti a una fruizione razionale e costruttiva delle reti telematiche, per evitare che si trasformino in strumenti di violenza, depravazione sessuale e alienazione.

In questo modo, solo in questo modo, trasformeremo un allarme sociale in una speranza per il futuro dei nostri figli e della nostra società.


pubblicato su Il Messaggero
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