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Cultura - Storia
Monaco 1938: quando la viltà e il cinismo conducono alla guerra Stampa E-mail
La Germania nazista fu incoraggiata dall’arrendevolezza delle democrazie
      Scritto da Giovanni Martino
06/10/08

“Regno Unito e Francia potevano scegliere tra la guerra ed il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra.” (Winston Churchill)


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I protagonisti della Conferenza: Chamberlain, Daladier, Hitler, Mussolini

Historia est magistrae vitae” (“La storia è maestra di vita”), scriveva Cicerone nel suo De oratore. Conoscere i fatti della storia significa conoscere molte motivazioni dei comportamenti umani, anche in contesti sociali ed economici diversi; e può significare imparare dagli errori dell’umanità, per non ripeterli. Ebbene, tra gli eventi storici che hanno un significato esemplare per le generazioni future possiamo indicare proprio la Conferenza di Monaco del 29-30 settembre 1938, di cui ricorrono i settant’anni.


L’antefatto

Gli anni Trenta del secolo scorso sono quelli della repentina ascesa al potere, in Germania, del nazionalsocialismo e di Hitler. Una causa remota di questa ascesa va ricercata nell’atteggiamento delle potenze vincitrici della I Guerra Mondiale, in ispecie Francia e Gran Bretagna, che col Trattato di Versailles avevano imposto alla Germania sconfitta condizioni di resa umilianti. Il senso di rivalsa del popolo tedesco, la crisi politica ed economica della repubblica di Weimar, le agitazioni operaie che facevano temere una rivoluzione bolscevica, crearono terreno fertile perché trovassero ascolto le promesse di riscatto, stabilità economica e sociale fatte dal movimento di Hitler.

Il progetto politico di Hitler era molto chiaro, ed era stato dichiarato nel suo Mein Kampf: la Germania doveva ritrovare la sua grandezza, basata sulla nobiltà della “razza ariana”; questa grandezza necessitava di un Lebensraum, uno “spazio vitale”, che andava ben oltre i confini antecedenti la guerra del 1914-18, e doveva estendersi soprattutto ad Est (asservendo la “razza slava”), alle fertili pianure ucraine, alle miniere di carbone del Don, ai giacimenti di petrolio della Romania e del Caucaso. Il nuovo popolo tedesco, insomma, doveva fondare un nuovo Impero, il Terzo (dopo l’Impero Germanico medievale e l’Impero bismarkiano) Reich.

Dopo l’ascesa al potere, nel 1933, Hitler cercò di rassicurare i settori moderati interni e le opinioni pubbliche internazionali: iniziò a parlare di pace, alternando minacce e lusinghe. Ma i suoi comportamenti concreti erano perfettamente coerenti con l’ideologia imperialista e razzista.

All’interno, le libertà politiche venivano progressivamente eliminate: nel 1934 Hitler sterminò le frange potenzialmente eversive del movimento nazista, le SA (con la “notte dei lunghi coltelli”) e - morto il Presidente della Repubblica – creò per sé la carica di Führer, che riassumeva i poteri di Capo dello Stato e Capo del Governo. I partiti e le associazioni potenzialmente rivali del nazionalsocialismo venivano progressivamente sciolti, nel disegno di uno stato totalitario.
Ritenere che queste condotte fossero “questioni interne” alla Germania, che non fossero destinate a riversarsi all’esterno, fu la prima manifestazione di un’imperdonabile politica dello struzzo da parte delle potenze democratiche.

Ben presto, infatti, si ebbe una proiezione internazionale di quella politica aggressiva, con forzature militari sempre maggiori, sia pure intervallate da pause di dialogo (più che altro per saggiare le reazioni delle altre potenze europee). Nel 1935 la Germania ripudiò il Trattato di Versailles, reintrodusse la leva obbligatoria, iniziò a ricostruire l’esercito. Nel marzo 1936 occupò la Renania, alla quale il Trattato di Versailles aveva attribuito lo status di zona smilitarizzata. Nel marzo del 1938 – ancora in violazione dei Trattati di Versailles e di Saint-Germain-en-Laye - occupò l’Austria (Anschlüss), profittando del clima favorevole creato dai nazisti austriaci.
Anche in questi casi le potenze democratiche levavano flebili lamenti, perseguendo piuttosto una politica che fu detta di appeasement ("distensione"), giustificata con l’alibi che, dopotutto, la Germania aveva qualche buona ragione a voler modificare le ingiuste condizioni del Trattato di Versailles. Peccato che queste modifiche avvenivano unilateralmente e con la forza...


La questione dei Tedeschi dei Sudeti. Le cause dell’arrendevolezza delle potenze europee

La Conferenza di Monaco del settembre 1938 sarà indetta per tentare una composizione alla crisi tra Germania e Cecoslovacchia.

Hitler aveva sollevato la questione dei Tedeschi dei Sudeti, cioè delle popolazioni di lingua tedesca che abitavano il cosiddetto territorio dei Sudeti (una catena montuosa al confine tra Germania e Cecoslovacchia); popolazioni che la Germania sosteneva essere discriminate. La difesa dei diritti dei Tedeschi dei Sudeti era ovviamente un pretesto. Gia dal 1937 la Germania aveva fatto trapelare il “piano verde”, che prevedeva l’invasione dell’intera Cecoslovacchia. Il Partito dei Tedeschi dei Sudeti (finanziato da Berlino) rifiutò ogni offerta di autonomia fatta dal Governo di Praga. L’obiettivo era evidentemente quello di acquisire nuovo “spazio vitale”, per di più in una regione fortemente industrializzata e ricca di minerali. Inoltre, acquisire la regione dei Sudeti significava eliminare il pericolo di un “cuneo” interno al nuovo Stato formatosi con l’unione di Germania e Austria.

Per la Germania l’unica remora all’invasione era l’alleanza stretta anni addietro dalla Cecoslovacchia con Francia e Unione Sovietica. La Germania non era pronta ad una guerra con queste potenze. La sola esistenza di questa ipotesi spinse alle dimissioni, nel maggio 1938, il capo di stato maggiore dell’esercito tedesco, Ludwig Beck. Anche Hitler era, almeno in parte, consapevole di questa debolezza. Le sue minacce, però, servivano a saggiare la reazione delle altre potenze.

Le potenze democratiche già nel 1936, quando Hitler aveva occupato la Renania, potevano vantare una superiorità militare netta: se fossero intervenute in maniera decisa, avrebbero potuto far valere, probabilmente senza ingenti spargimenti di sangue, le leggi del diritto internazionale. E avrebbero messo in crisi, al suo interno, un regime nazista ancora non consolidato.
Perché restarono inattive?

Un’uguale possibilità di intervento esisteva ancora all’inizio della crisi cecoslovacca.
Perché Francia e Unione Sovietica si sottrassero (con cavilli pretestuosi) agli obblighi che imponeva loro l’alleanza con la Cecoslovacchia? Perché la Gran Bretagna appoggiò questa linea di arrendevolezza? E perché l’Italia, che aveva sempre manifestato timore verso l’espansionismo tedesco, ed era sempre stata contraria all’Anschlüss dell’Austria (iniziando addirittura a costruire una linea fortificata a Nord-Est, il “Vallo Alpino”), si spinse tra le braccia di Hitler?

Ancora una volta, le cause remote sono da ricercare nella Prima Guerra Mondiale, che ha gettato i semi di tutte le tragedie del secolo scorso . Quella “inutile strage” sacrificò quasi quindici milioni di vite umane sull’altare dei nazionalismi e delle utopie massoniche. Ogni famiglia francese aveva in casa il ritratto di un familiare morto. L’idea di una nuova guerra atterriva in particolare le democrazie europee, e paralizzava la volontà di leader deboli, timorosi di perdere consensi.

Questi timori, ovviamente, si ammantavano di nobili principî, come quello di “autodeterminazione dei popoli” invocato da Hitler per i Sudeti.
Nel nostro tempo dovremmo aver imparato che l’autodeterminazione può realizzarsi meglio con l’autonomia delle minoranze all’interno di Stati democratici, piuttosto che con la pretesa di creare uno Stato nazionale per ogni comunità etnico-linguistica, di ridisegnare all’infinito i confini nazionali. Eppure oggi sentiamo discorsi simili a quelli di allora: proviamo a paragonare la Cecoslovacchia alla Georgia, i Sudeti agli Osseti, i Tedeschi ai Russi... Paragoniamo anche i distinguo di oggi a quelli di allora: “però la Georgia [Cecoslovacchia] non doveva cercare di risolvere i suoi problemi interni con la forza”; “però la Georgia [Cecoslovacchia] è sobillata da potenze straniere come gli Usa [la Francia]”; “però la Russia [la Germania] è un partner strategico che non si può emarginare”...

I timori dei Governi (e dei popoli) democratici venivano espressi anche in maniera brutale. Il primo ministro inglese Neville Chamberlain, nel suo discorso radiofonico alla nazione del 27 settembre 1938, affermò che “è orribile, fantastico ed incredibile che si debbano scavare delle trincee qui, per via di una lite scoppiata in un paese lontano, fra popoli di cui nulla sappiamo”...
Ancora l’anno successivo, quando Hitler aveva messo nel mirino la Polonia, c’era chi, nell’opinione pubblica europea, si interrogava se valesse la pena “morire per Danzica”. E ancora Chamberlain affermava che per Danzica “nessun Governo britannico vorrà o potrà rischiare le ossa di un granatiere”.

Il fortissimo desiderio di pace, insomma, confondeva l’illusione con la speranza, impedendo di fermare in tempo chi preparava la guerra.

Solo ingenuità o pavidità? Anche cinismo.

Francia e Gran Bretagna temevano la Germania di Hitler, ma anche l'Unione Sovietica di Stalin. Consentire alla Germania di rafforzarsi ed espandersi ad Est serviva anche a creare un contrappeso alla Russia dei Soviet, e costringere l'Unione Sovietica, a sua volta, a impegnarsi direttamente in una politica di contenimento della Germania.
L'Unione Sovietica percepì chiaramente l’atteggiamento ostile nei suoi confronti (non verrà nemmeno invitata alla Conferenza di Monaco), per cui non accettò di essere la sola a difendere la Cecoslovacchia, ed anzi iniziò a cercare un accordo separato con la Germania: il risultato sarà il famigerato patto Molotov-Von Ribbentrop per la spartizione della Polonia. Patto che però segnò anche il raggiungimento dell’obiettivo anglo-francese: mettere in contatto (e contrasto) diretto Russia e Germania.

Anche verso l’Italia le potenze democratiche tennero un atteggiamento di distacco, dovuto sia alla diffidenza verso il regime fascista, sia al fastidio per le ambizioni coloniali italiane. Nulla fu fatto per tranquillizzare l’Italia rispetto all’Anschlüss. Pure qui, il risultato fu di indurre chi si sentiva debole (l’Italia) a cercare l’accordo col potenziale avversario (la Germania).
Va anche detto che Mussolini cercò intenzionalmente di ritagliare per l’Italia, nella questione cecoslovacca, il ruolo furbesco di “mediatore” (una tentazione che sembra non abbandonarci...). Ovviamente, la “mediazione” tra le esigenze della libertà e del diritto – da una parte – e le pretese (artatamente esagerate) della prepotenza – dall’altra – si tradurrà nel sostanziale cedimento ai disegni nazisti.


L’ingloriosa Conferenza di Monaco

Viste le premesse che abbiamo delineato, il destino della Cecoslovacchia era segnato. Ma Francia e Gran Bretagna – e con esse l’Italia – non seppero sottrarsi alla tentazione di trasformare il loro cedimento in farsa.

Hitler intensificò, nel corso del ’38, le sue minacce alla Cecoslovacchia.
Il 13 Settembre Chamberlain dichiarò di voler incontrare il Führer per trovare una soluzione pacifica alla questione dei Sudeti. A questo punto Hitler ebbe chiaro che le altre potenze non erano disposte a sacrificarsi per la Cecoslovacchia. Nell’incontro con Chamberlain del 15 settembre pose le sue richieste di annessione dei Sudeti in termini perentorî, dichiarando di essere disposto ad una guerra mondiale, ma aggiungendo che quella era “l’ultima rivendicazione” tedesca.
Francia e Gran Bretagna si incontrarono e, senza consultare la Cecoslovacchia, decisero di cedere alle richieste tedesche, proponendo un percorso di cessione di sovranità con plebiscito delle popolazioni interessate. Ma Hitler volle affondare il colpo, e lanciò il suo ultimatum: se i territorî dei Sudeti non gli fossero stati ceduti spontaneamente dalla Cecoslovacchia entro il 28 settembre, li avrebbe invasi.

Chamberlain pensò di coinvolgere Mussolini perché inducesse Hitler ad accettare una conferenza di pace. Hitler, ancora una volta, volse la situazione a suo vantaggio: invitò Francia, Gran Bretagna, Italia e Cecoslovacchia (che però non fu fatta partecipare ai lavori) a Monaco di Baviera per il 29 e 30 settembre, prorogando di un giorno il suo ultimatum. Accolse Mussolini prima dell’inizio della conferenza, sottoponendogli le sue condizioni e ottenendo che il Duce le presentasse durante la conferenza come proposta di mediazione italiana.

L’accordo fu raggiunto quasi subito: immediato passaggio dei Sudeti alla Germania, senza nemmeno il paravento di un plebiscito e senza nessun risarcimento e nessuna garanzia tedesca verso la Cecoslovacchia (la quale ottenne solo un rinnovato impegno franco-britannico alla difesa dei nuovi confini).

La dimostrazione di uno stolto cinismo non fu data solo dalle potenze partecipanti alla conferenza: la Polonia pretese dalla Cecoslovacchia la cessione del distretto di Teschen (e questa arroganza le si sarebbe ritorta contro meno di un anno dopo); ed anche l’Ungheria cercò di partecipare alla spartizione delle spoglie cecoslovacche, ma le sue richieste furono accolte solo in minima parte.

L’esito paradossale di questa Conferenza, che segnava il trionfo della politica guerrafondaia hitleriana (ed il suo definitivo rafforzamento presso l’opinione pubblica interna), è che Daladier (Primo Ministro francese), Chamberlain, Mussolini, al ritorno nei loro Paesi, furono accolti dalle folle plaudenti come... “salvatori della pace”!

Poche voci si levarono a denunciare le vergognosa resa delle democrazie. Voci come quella del principale oppositore del governo Chamberlain, Winston Churchill, il quale nel suo discorso alla Camera dei Comuni del 5 ottobre pronunciò la (ragionevole) profezia che abbiamo riportato in epigrafe di questo articolo.


Gli esiti della Conferenza

L’arrendevolezza delle potenze democratiche incoraggiò l’aggressività dell’Italia (invasione dell’Albania), dell’Ungheria (invasione della Rutenia subcarpatica, già cecoslovacca). Spinse, come visto, l'Italia tra le braccia della Germania; indusse l'Unione Sovietica ad un accordo separato.

L’annessione dei Sudeti doveva rappresentare “l’ultima rivendicazione” di Hitler...

Il 13 marzo 1939 il Führer ottiene lo smembramento definitivo della Cecoslovacchia, invadendo con le sue truppe Boemia e Moravia (che saranno costituite in protettorato), e favorendo la nascita in Slovacchia di uno Stato satellite.
Francia e Gran Bretagna si sottraggono ancora agli impegni di soccorso presi pochi mesi prima, riconoscendo immediatamente il nuovo protettorato. La Banca d’Inghilterra, addirittura, consegna prontamente alla Germania 6 milioni di sterline oro che aveva avuto in deposito dalla Repubblica Cecoslovacca.
All’opinione pubblica europea, però, cominciava ad esser chiaro che la Germania nazionalsocialista andava fermata.

Il 1 settembre 1939 la Wehrmacht invade la Polonia. Ha inizio la Seconda Guerra Mondiale, che causerà più di cinquanta milioni di morti.

La reazione di Francia e Gran Bretagna era ormai inevitabile, anche se ambigua. Incoraggiano verbalmente la Polonia a resistere, promettendo soccorso militare. Ma alle dichiarazioni di guerra non fa seguito l’iniziativa militare: le due potenze occidentali lasciano che la Polonia venga smembrata tra Germania e Unione Sovietica, e che quindi le due superpotenze totalitarie entrino in contatto (e in contrasto). Lo spiegò il ministro degli Esteri francese Bonnet: "È assolutamente necessario tirare dentro la Polonia, altrimenti l’aiuto russo non potrà essere efficace. È una semplice constatazione geografica: la Polonia confina con la Germania, la Russia no". Bisognava ottenere l’aiuto (non immediato, visto il patto Molotov-Von Ribbentrop, ma in prospettiva inevitabile) della Russia sovietica, impedendo che stesse a guardare e si rafforzasse a spese delle altre potenze in guerra. Emerge ancora una volta – a spese della Polonia – un grande cinismo; anche se, forse, non stolto come quello precedente, ma dettato dalla necessità di rimediare agli errori commessi.


Dicevamo inizialmente che pochi eventi storici hanno un significato esemplare per le generazioni future come l’atteggiamento delle democrazie di fronte al nazismo, culminato nella Conferenza di Monaco. Un esempio speculare, forse, è quello della crisi dei missili a Cuba del 1962: la reazione degli Stati Uniti e del presidente Kennedy alla minaccia sovietica quella volta fu ferma, sebbene non temeraria, salvaguardando la pace.

Abbiamo anche accennato ad alcune situazioni odierne che conferiscono attualità a quegli esempi. Certamente, è da evitare la tentazione di chiamare in causa Monaco 1938 in chiave strumentale, magari mascherando politiche aggressive come necessità di neutralizzare preventivamente presunti nuovi Hitler.

Ma questi rischi si possono superare con l’intelligenza storica e il confronto aperto delle idee. Senza rinunciare a tener viva la memoria, a servirci della ricchezza degli insegnamenti della storia.



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