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Rubriche - Sport
Le Olimpiadi dell’ipocrisia Stampa E-mail
L’amaro bilancio di una generale indifferenza verso le violazioni dei diritti umani
      Scritto da Giovanni Martino
08/09/08

Le Olimpiadi sono finite. Ci eravamo detti, prima del loro inizio, che era opportuno lanciare un segnale per evitare che i Giochi fossero la vetrina propagandistica per un regime dittatoriale, e avevamo ipotizzato che iniziative di protesta pacifica durante l’evento fossero uno strumento migliore del boicottaggio.

Constatiamo con rammarico che molti Governi che avevano preannunciato azioni chiare come l'assenza alle cerimonie ufficiali si sono rimangiati la parola (il dio denaro...). Alcuni (Germania, Gran Bretagna, Italia) hanno scelto di non presenziare con il Primo Ministro, ma col Ministro degli Esteri; una scelta svuotata di ogni significato simbolico se questi ministri (vedi il nostro Frattini) si sono sperticati in elogi dell'organizzazione cinese e dello “spirito olimpico”. Altri (USA, Francia) hanno presenziato con il Presidente, unendo però alcune significative denunce delle violazioni dei diritti umani che si verificano in Cina.
Insomma, i soliti equilibrismi (e qualche ministro italiano ha chiesto agli atleti quelle iniziative di protesta che non ha avuto il coraggio di chiedere al suo Governo...).

Gli atleti, che potevano essere i grandi e positivi protagonisti? Praticamente non pervenuti (né italiani né stranieri).
Il pugile medaglia d'argento Russo è stato il primo ad offrire una dedica spontanea ai cinesi che soffrono la violazione dei loro diritti più elementari. A Olimpiadi finite (bella forza...), altri atleti (Granbassi, Idem, Rossi) hanno lanciato l'idea di inviare al Dalai Lama i loro "cimeli" olimpici. La canoista Josefa Idem ha dichiarato: "Va denunciata la grossa ipocrisia dei politici. Chiedono a noi atleti grandi gesti, mentre loro non hanno gli attributi. E tutti fanno affari con la Cina". Giusto: la responsabilità maggiore, normalmente, è quella dei politici, che non la possono delegare. Ma una tantum una responsabilità ricadeva anche sugli atleti, proprio perché le circostanze li rendevano protagonisti; e quindi potevano dimostrare coraggio e sensibilità senza bisogno di sollecitazioni.
Più ‘coerente’ e meno retorico, a questo punto, il pugile Roberto Cammarelle: “Sono vicino al popolo tibetano, ma non penso che userà i guantoni per sconfiggere i cinesi. Darglieli sarebbe poco utile”.

Nel mondo della stampa, solo "Reporter senza frontiere" - ci sembra - ha tentato qualche iniziativa significativa (la diffusione di un messaggio di protesta in una frequenza radiofonica cinese).
Il Circolo della stampa estera ha segnalato almeno 260 casi di interferenza delle forze di sicurezza nell’attività giornalistica degli inviati.

Vanno segnalate inoltre le "incursioni" degli attivisti dell'associazione americana Students for a free Tibet: otto di loro sono stati arrestati e poi espulsi dalla Cina. Stessa sorte toccata agli altri due autori di proteste, una britannica ed un tedesco di origine tibetana; quest’ultimo, Florian Norbu Gyanatshang, ha raccontato di essere stato sottoposto a sedici ore di interrogatorio e quattro giorni di prigione con il divieto di dormire.

Il regime aveva annunciato la disponibilità di parchi cittadini per manifestazioni di protesta autorizzate. Su 77 richieste di cui è pervenuta notizia, non ne è stata autorizzata nemmeno una... Gli autori delle richieste stranieri ancora attendono una risposta; quelli cinesi (ingenui? disperati?) sono caduti in una trappola, perché si sono autodenunciati e autocondannati alla “rieducazione sociale mediante il lavoro”.
Toccante il coraggio (o la disperazione?) di due signore cinesi di oltre 70 anni: hanno diligentemente compilato il modulo per la segnalazione di disservizi, denunciando che sei anni fa furono sfrattate e le loro case abbattute per far spazio alle costruzioni olimpiche, e che non hanno mai visto i risarcimenti promessi. Risultato? La "rieducazione attraverso il lavoro"...

Per non parlare degli “effetti collaterali” delle Olimpiadi.

Il Sunday Times ha condotto segretamente un’inchiesta nella regione dell’Hebei, che è stata privata di larga parte delle risorse idriche per convogliarle su Pechino. Il risultato? 31mila persone senza acqua potabile a casa o con campi andati in malora per mancanza di irrigazione. E un numero imprecisato di suicidi.

Il giorno stesso della chiusura delle Olimpiadi è stato arrestato il vescovo di quella provincia, Jia Zhiguo, 73 anni. “Colpevole” di aver celebrato messa nella cattedrale di Wuqiu il giorno dell’Assunta.

Il presidente del CIO Rogge, quando nel 2001 aveva affidato l’organizzazione dei Giochi a Pechino, aveva proclamato alla BBC che sarebbero stati adottati  “provvedimenti” se non fosse migliorata la situazione dei diritti umani. Oggi, l’unico “provvedimento” preso è stato quello di strigliare il buon Bolt perché esulta troppo...

Qualche spiegazione? Denaro, ovviamente.
Il CIO ha incassato dai Giochi 1,4 miliardi di dollari. La Lenovo ha annunciato che da quando (quattro anni fa) è diventata sponsor olimpico, le vendite sono cresciute del 500%, giungendo a 17 miliardi di dollari. Degli affari di molte imprese che hanno i loro impianti in Cina (e che sono capaci di adeguate ‘pressioni’ sui nostri governi), ben sappiamo.

Un dubbio ulteriore ci assale. Abbiamo sentito molti commentare con ammirazione le cerimonie cinesi: “grandiose”, “spettacolari”, “ordinate”, “moderne”. La propaganda cinese può far danni anche da noi? Ci sono persone ancora capaci di credere che un modello politico autoritario, tutto sommato, è capace di “grandi conquiste” (e magari di “far arrivare i treni in orario”)?

Insomma, è stata scritta una pagina che sarà ricordata come vergognosa. Peccato che chi era presente abbia fatto finta di non vedere.

Che cosa poteva fare ognuno di noi?
Avevamo infine proposto di aderire all'idea di un gesto simbolico come il "boicottaggio televisivo" delle dirette, per dare un sia pur piccolissimo dispiacere agli sponsor che hanno sostenuto questa grande vetrina propagandistica.
Oggi dobbiamo chiederci che cosa potremo fare: non stancarci di sensibilizzare le (anzitutto nostre) coscienze, per ottenere misure concrete a tutela dei diritti umani. Sostenere le organizzazioni attive in Cina per la tutela di questi diritti. Ricordando le dignitose e coraggiose vecchine cinesi...

 



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