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Cultura - Storia
Chi fu Salvador Allende? Stampa E-mail
Il vero volto dell’ex presidente cileno, eletto a martire dai socialisti sudamericani (e nostrani)
      Scritto da Gabriele Vecchione
14/01/08

allende_salvador.jpg“Robespierristi, antirobespierristi, noi vi chiediamo grazia: per pietà, diteci semplicemente, chi fu Robespierre”, così Marc Bloch nella sua “Apologia della Storia”(1). Parimenti potremmo ripetere l’accorato appello per Salvador Allende, Presidente della Repubblica cilena dal 1970 destituito dal golpe del generale Pinochet addì 11 settembre ’73.

Certamente in Italia (Enrico Berlinguer, dopo il fallimento del socialismo democratico allendiano, rivide tutta la strategia isolazionista del Pci in favore della “solidarietà nazionale” e propose di tornare alla vecchia alleanza resistenziale, quella che poi si chiamerà compromesso storico), in Europa ed in molte sinistre planetarie, e soprattutto quelle sudamericane attuali, Salvador Allende ha rappresentato un eroe (uno di quelli sopravvissuti alla caduta del muro di Berlino), un martire caduto per la causa, o meglio, un mito inteso come “costante accompagnamento della fede vivente che ha bisogno di miracoli, dello status sociologico che domanda precedenti, della norma morale che esige sanzione” (Brunislaw Malinowski) (2).  Tuttavia, se il mito regge in politica in virtù di una sua chiara funzione, non può reggere nella storiografia.

Chi fu veramente Salvador Allende? Cercheremo di analizzare, sine ira et studio, tre periodi della sua vita e della sua storia fin ora coperti dalla coltre della politica (3).


La tesi di laurea

Nel 1933, proprio nell’anno in cui Hitler saliva legalmente al potere, Allende si laurea in Medicina all’Università di Santiago del Cile con una tesi intitolata Higiene Mental y Delincuencia (4), in cui viene fissata una corrispondenza tra demenza e criminalità; si sostiene la liceità della pena di morte, dell’eugentica e dell’eutanasia; si considera l’omossessualità una malattia mentale da operare; si legge una certa venatura di antisemitismo (gli ebrei, secondo il neo – medico, sono naturalmente inclini alla delinquenza); si lodano Cesare Lombroso, Enrico Ferri e Nicola Pende.

Pende era un medico italiano che nel ’38 firmerà il Manifesto della Razza, Ferri era uno studioso socialista poi vicino al fascismo che si concentrò sullo studio delle caratteristiche psicologiche che egli credeva responsabili della sviluppo della delinquenza, tra cui: il modo di parlare, la grafia, i simboli segreti, la letteratura, l’arte. Ma val la pena di soffermarsi sulle teorie di Cesare Lombroso che G. L. Mosse inserisce, a buon diritto, tra gli scienziati della razza e tra i responsabili, diretti o indiretti, della “penetrazione” della razza negli ultimi anni dell’800.

Lombroso (1836 – 1909) “non era un razzista, ma un liberale, in passato un socialista, un ebreo che sino alla sua morte credette nella sua assimilazione. Ma come fondatore dell’antropologia criminale e fautore di quella corrente della psicologia che assumeva le caratteristiche fisiche come indizi esterni delle condizioni mentali egli ebbe un’influenza decisiva sul pensiero razziale da lui personalmente avversato. La degenerazione divenne un segno di criminalità innata, di un intelletto inesorabilmente condannato alla perdizione (…) della degenerazione (…) Forniva poi un dettagliato elenco delle sue manifestazioni esteriori: tra le altre, fronte convessa, sguardo sfuggente, naso all’insù e naturalmente volto asimmetrico (…) risulta determinante l’ideale dell’armonia e della moderazione, dato che per Lombroso esorbitanza di sentimenti, incostanza, mancanza di carattere ed egomania erano i segni della degenerazione che si affiancavano all’aspetto esteriore. Le teorie di Lombroso elogiavano il normale, l’aurea mediocrità; e tutto il resto era degenerato. Egli divulgò queste idee in Genio e Follia (1863) dove sostenne che persino il genio (…) sarebbe in realtà conseguenza di condizioni patologiche del corpo (Lombroso considerava Molière e Beethoven due degenerati, ndA) (…) Anche Lombroso risentì dell’influenza del darwinismo e ciò lo indusse ad atteggiamenti crudeli e severi verso i criminali abituali, che a suo parere mostravano esteriormente i segni della degenerazione, indizio di atavismo, di un ritorno ad una razza barbarica e primitiva. Enormi mascelle e zigomi alti (…) orecchie a sventola “quali si ritrovano nei criminali, nei selvaggi e nelle scimmie”. Lombroso era convinto che questi fossero i segni della criminalità abituale e faceva distinzione tra questi individui e i criminali occasionali o coloro che si lasciavano trascinare da passioni momentanee. Gli ultimi due tipi potevano essere emendati e devono essere trattati umanamente, ma una persona condannata a una vita criminale che deve essere soppressa, essendo questo l’unico modo per proteggere la società. La pena capitale dovrebbe quindi far parte di un processo di “selezione volontaria” inteso a completare e rafforzare la selezione naturale (…) Non vi è alcun dubbio che i nazisti e i fascisti abbiano in genere respinto Freud e accolto invece la psicologia lombrosiana” (5).

Allende loda Lombroso “perché contiene delle brillanti intuizioni” tra cui il tipo antropologico del “delinquente nato”. Nel VI capitolo della sua tesi di laurea - che dimostra una certa “mediocrità accademica che gli valse il minimo dei voti” -, intitolato Delitto, delinquenti e loro classificazione, il laureando scrive di non condividere la tesi secondo cui i delinquenti sono “tutti dotati di libero arbitrio” e quindi sostiene che è “assurdo classificarli tutti in distinte categorie in base alle loro particolarità antropologiche”, ma, nello stesso capitolo, dice che, “utilizzando l’immenso lavoro degli antropologi e le conclusioni osservate e verificate dalla sociologia sulla base di ragionamenti e dati di grande valore scientifico”, “la grande massa di delinquenti va classificata in cinque grandi categorie”, tra i quali “i delinquenti nati, incorreggibili” che “presentano i segni più accentuati di differenziazione antropologica, rispetto al tipo che viene considerato normale” e nei quali prevalgono “i caratteri atavici su quelli atipici o morfologici”. Nel V capitolo, Clima, razza, delitti collettivi, Allende accenna ad alcune popolazioni composte da individui “delinquenti nati” tra cui la tribù indiana degli Zackakhail e gli ebrei che “si caratterizzano per determinate forme di delitto: truffa, falso, calunnia e, soprattutto, usura”. “Questi dati (in precedenza si parla anche di arabi, zingari, boemi e indiani, ndA) lasciano sospettare che la razza influisce sulla delinquenza. Ma ci mancano dei dati precisi per dimostrare questa influenza nel mondo civilizzato”(6).

Allende, giovane medico, si serviva di un certo razzismo scientifico radicato in diverse mentalità e accompagnato da alcune, ed ormai tipiche in quegli anni, propaggini antisemite (G. L. Mosse colloca la fusione tra razzismo ed antisemitismo alla fine dell’800). Certamente, Allende è sempre stato un massone socialista, e nel ’33 non era un criptonazista, né c’è da meravigliarsi che potesse conciliare il suo socialismo con l’eugenetica, l’antisemitismo ed il razzismo, perché - come scrive ancora G. L. Mosse - “il razzismo si appropriò della moralità delle classi medie, del nazionalismo e di tutte quelle idee che sembravano avere un futuro”(7) , tra cui, senza dubbio, anche un filone del pensiero socialista.


Ministro della Salute

Negli anni in cui il Comintern (nel VII congresso, Mosca, agosto 1935) smise di denunciare la socialdemocrazia come un’ “ala del fascismo” (da cui l’espressione socialfascismo) e lanciò la parola d’ordine di combattere primariamente il fascismo, per cui divenne necessario stipulare “patti di unità d’azione” con i socialisti, in Cile, come anche in molti altri paesi, salì al potere un Frente Popular (1937 – 1941), composto da socialisti, radicali e comunisti. Allende, già co-fondatore del Partito Socialista Cileno, fu Ministro della Salute, mentre il governo era presieduto dal suo mentore politico, Marmaduke Grove Vallejo, un uomo politico corrotto dal III Reich nazista. Questo, lo dimostra un telegramma datato 21 novembre 1938 dell’ambasciatore tedesco in Cile, von Schoen, in cui si legge che il governo socialista si era impegnato “a fornire tutte le importazioni necessarie alle industrie sotto controllo statale della Germania, a inviare rame e ferro in quantità da fissare, nonché a cedere tutti i diritti di pesca e altri sull’isola di Ipùn, nel caso che il Reich avesse concesso al Cile crediti per l’industria e materiale bellico per un totale di 150 – 200 milioni di Reichmark”. Si legge anche: “per il solito corrotto (Grove, ndA) avrei bisogno di 500.000 pesos”. In base a tali accordi, l’isola di Ipùn doveva diventare una base per i sommergibili nazisti. In un telegramma dello stesso ambasciatore, del 6 gennaio ’39, leggiamo: “le trattative con il Ministro delle Finanze, il Ministro degli Esteri e il presidente del Frente Popular Grove aprono eccellenti prospettive”. In una nota del 9 gennaio ’39 di Becker, consigliere del Dipartimento di politica economica del Reich, si legge: “i cileni coinvolti in questa operazione esigono che tutto resti segreto, anche nei confronti dell’ambasciata del Cile nella capitale del Reich”(8) .

In quegli stessi anni, Allende cercò di varare una legge – ne affidò il progetto a due noti razzisti, il dott. Eduard Brücher e il dott. Hans Betzhold (9) – per sterilizzare gli schizofrenici, i maniaco – depressivi, gli epilettici, gli affetti da corea di Huntington, da idiozia e da imbecillità, chi dimostrava una debolezza mentale profonda, una follia morale costituzionale e chi era colpito da alcolismo cronico. Era poi previsto il trattamento obbligatorio delle tossicomanie e della malattie sessuali. Particolarmente, circa gli omosessuali, Allende propose l’impianto coatto di tessuto testicolare nel ventre degli omosessuali al fine di “restituire al paziente un sesso definito”. Questo progetto legislativo era stato definito da Allende “il tripode legislativo di difesa della razza, con un aspetto coercitivo che è composto, possiamo dire, da misure eugenetiche preventive”(10) . Se la legge non fu approvata, non lo si deve ad un ripensamento dell’autore circa presunti “peccati di gioventù”(11) , ma alla decisa contrarietà dell’Associazione medica del Cile e del suo organo ufficiale, Amech, su cui vennero pubblicati articoli di strenua opposizione.


Presidente della Repubblica

Dopo venti anni di opposizione a governi liberali e democristiani, nel ’70, Allende riesce a salire democraticamente (con il 36% dei suffragi) al potere grazie ad un’alleanza con i cattolici di sinistra, coalizzati ai socialisti in Unidad Popular. Molto si può discutere del suo operato, ciò che è comunque indubbio è che cercò di controllare la stampa libera vietando la diffusione di notizie non approvate dalla Officina de Radio difusion de la Presidencia de la Repubblica, che allestì i Jap, Juntas de abastecimento popular, cioè una rete di commissari politici controllori dell’ordine rivoluzionario (forse soprattutto in questo si avverte l’influenza politica del suo amico Fidel Castro che gli regalò il mitra con il quale si suiciderà durante il golpe di Pinochet (12)  e che soggiornò in Cile, suo ospite, per più di un mese) e che le sue nazionalizzazioni forzate fecero crollare la produzione e triplicare l’inflazione. In uno Stato padrone del 90% delle miniere, dell’85% delle banche, dell’84% delle imprese edili, dell’80% delle grandi industrie, del 75% delle industrie agricole, il “paese reale” fu vicino allo stremo e fu costretto, per diversi periodi, al razionamento dei cibi (13) . A questo proposito, Sergio Romano ha scritto che il golpe di Pinochet, tramutatosi subito in una dittatura militare, sarebbe stato molto più difficile se non fosse stato preceduto da “clamorose proteste dei ceti sociali e delle categorie professioniste”(14).

Allende diede anche asilo a Walther Rauff, colonnello dell’ufficio centrale del Terzo Reich, un organismo creato dal gerarca Himmler per raggruppare la Gestapo, i servizi di sicurezza SS e la Reichskriminalpolizei. Rauff fu tra gli ideatori della “soluzione finale” e responsabile di 100.000 morti, oltreché creatore di un commando di SS incaricato di sterminare gli ebrei di Palestina di concerto a Haj Amin al – Husseini, muftì antisemita di Gerusalemme residente nella Berlino hitleriana. Nell’ottobre ’72 Simon Wiesenthal, “il cacciatore di nazisti” che catturò o contribuì a catturare decine di nazisti latitanti, tra cui A. Eichmann, K. Silberbauer, F. Stangl, chiese ad Allende la consegna di Rauff. Ma lo stesso Allende gli scrisse: “Al Presidente gli è vietato, in virtù della legge, di esercitare funzioni giudiziarie, avocare per cause pendenti o fare rivivere processi chiusi, queste sono le disposizioni costituzionali e legali vigenti nel Cile, alle quali è mio dovere attenermi”(15). In effetti, la Costituzione liberale del 1925 separava chiaramente i poteri dello Stato, ma l’articolo 17 della legge 6026 del 1937 permetteva al “Capo di Stato di espellere, per ragioni di sicurezza, qualunque straniero indesiderabile senza informare né consultare la magistratura”(16).

Resta un mistero perché Allende non si attivò per consegnare Rauff e farlo sottoporre a processo: addurre però questa come prova del suo filonazismo pare francamente eccessivo. Tuttavia gli elementi fattuali di cui attualmente si dispone fanno di lui, oltreché un socialista marxista, sebbene democratico, un affiliato alla massoneria, un eugenista, un sostenitore della necessità della salvaguardia della razza almeno fino ai primi anni ’40.


NOTE:

(1) Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Torino, 1969, p. 123
(2) Nicola Abbagnano, Storia della Filosofia, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2006, vol. 11, alla voce “mito”
(3) Il dibattito storico sulla figura di Allende è stato rilanciato dal ricercatore Victor Farìas, in Salvador Allende la fine di un mito. Il socialismo tra ossessione totalitaria e corruzione. Nuove rivelazioni, Medusa, 2007
(4) La tesi è consultabile a questo indirizzo
(5) G. L. Mosse, Il razzismo in Europa, Laterza, Roma – Bari, 2007, pp. 92 – 94
(6) Si veda: G. Arrigoni, Il socialista delle Ande che giocava al dottor Faust, Tempi, 20 aprile 2006
(7) G. L. Mosse, op. cit-, pag. 95
(8) Anche in Julio Loredo, Salvador Allende: il mito e la realtà, Radici Cristiane, n.30, dicembre 2007
(9) Ibidem
(10) Si veda: Marco Respinti, Salvador Allende eugenetico e razzista, Il Timone, dicembre 2007
(11) Sergio Romano, Allende e i suoi pretesi peccati di gioventù, Corriere della Sera, 18 ottobre 2007
(12) Lo dice Luciano Aguzzi, in Salvador Allende. L’uomo, la realtà, il mito, Ediesse, 2003, un’opera “partecipe” e nella quale si riconosce anche l’affiliazione del confratello Allende alla massoneria
(13) Renato Bersana, Il mito di Salvador Allende, Libero, 3 agosto 2003
(14) Sergio Romano, Il tiranno ambiguo e il tè con la Thatcher, Corriere della Sera, 11 dicembre 2006
(15) Jose Luis Pizarro, Con alcune pagliuzze si può fare un rogo, Avvenire, marzo 2007
(16) Anche in M. Respinti, op. cit.

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