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Notizie - Attualità e Costume
Che bel sito, insegna a dire stile e non look Stampa E-mail
Una campagna sostenuta dall’Accademia della Crusca a difesa dell’italiano
      Scritto da Pier Paolo Pittau
07/05/07

dante.jpgSarà forse molto fine passare il week-end facendo shopping in qualche outlet o qualche store pagando magari cash, ma in definitiva non si fa altro che trascorrere il fine settimana facendo acquisti in uno spaccio o in un negozio pagando in contanti. Tuttavia sembra che le parole inglesi, anche se storpiate, riempiano di più la bocca, impreziosiscano la conversazione, quasi migliorino una vita grigia, come se invece che al centro commerciale si fosse stati da Harrod’s o da Bloomingdale’s. Facendo shopping (detto calcando malamente sulla g finale) anziché la spesa si è trendy, cioè alla moda. Come chiamando top (ma casomai sarebbe top model) una modella.

L’invadenza dell’inglese non è però solo questione di moda; né può essere spiegata, questa occupazione del nostro vocabolario da parte di parole del mondo anglosassone, dal fatto che questi vocaboli siano in genere più brevi e adatti ai nostri dinamici tempi. L’invasione dell’inglese, ricordano due studiosi italiani, Paolo Matteucci e Marco Grosso, è avvenuta «sulla scia d’un marcato predominio economico e quindi politico» del mondo anglosassone, la cui egemonia è stata «rafforzata con inusitata veemenza dal ruolo di superpotenza esclusiva che ricoprono gli Stati Uniti dopo il crollo dell’Unione Sovietica».

«L’afflusso massiccio di forestierismi nella lingua d’oggi», avvertono Matteucci e Grosso, il primo matematico dell’università inglese di Southampton e fonetista, il secondo docente di lingue moderne a Losanna ed esperto di lessicologia, e insieme creatori di un sito internet contro il “morbus anglicus”, «rischia di compromettere sia la comunicazione sia l’identità dell’italiano». Vero che una lingua si arricchisce accogliendo parole straniere. Oggi «non diremmo bistecca, lanzichenecco, scialle, creanza, zucchero e nemmeno ammiraglio se non avessimo importato parole da inglese, tedesco, francese, spagnolo e arabo». Spiegano però Matteucci e Grosso: «Insegnava Leopardi e prima di lui il Machiavelli che si deve accogliere la parola straniera che non abbia equivalente italiano; ma diceva anche che questo deve avvenire nel rispetto delle strutture della lingua, e che il rendere italiani i vocaboli stranieri sta a noi, “sieno e non sieno ancora stati resi tali dall’uso”».

Se oggi diciamo bistecca o ammiraglio è perché «un tempo l’italiano era una lingua “potente”: italianizzava tutto quello che s’annetteva. Oggi, per qualche forma di “vergogna”, “insicurezza” o “sottomissione”, si accettano i forestierismi nella loro forma cruda, creando al parlante la duplice difficoltà di grafia e pronuncia e snaturando il genuino ritmo della lingua». Gli spagnoli, tanto per fare un esempio, non si vergognano di chiamare ordenador il computer e raton (topo, ndr), proprio così, il mouse. Né trovano sconveniente, i francesi, dire ordinateur e souris. Era dunque tempo di lanciare una campagna contro i «forestierismi inutili», ed ecco Matteucci e Grosso varare, con la benedizione del presidente dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini, un sito internet, www.achyra.org/forestierismi/, in cui si propongono le alternative italiane, i traducenti, alle parole straniere di cui si può benissimo fare a meno. E la lista di traducenti, già più di venti pagine in continua evoluzione, è il frutto di scelte lessicali maturate all’interno di un’altra loro creatura, la Società dei Cruscanti, un forum virtuale frequentato da studiosi poliglotti. Così si scopre, ad esempio, che invece di assist si può dire passaggio, che retroscena o dietro le quinte vanno benissimo al posto di backstage, che stile e immagine sostituiscono onorevolmente look, che il think tank è un pensatoio e che lo yes-man non è altro che un volgare leccapiedi.


pubblicato su Il Messaggero

Un’altra interessante risorsa linguistica on line è quella che aiuta a verificare grafia e pronunzia (con possibilità di ascolto) di 129.000 termini italiani e stranieri. Ne parliamo in un altro articolo.

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