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Un calcio che rimpiangiamo Stampa E-mail
"Bomber Fiorini" - come lo chiamavano i tifosi - era l'immagine del calcio romantico e scanzonato
      Scritto da Giovanni Martino
06/08/05
fiorini.jpg

Questo è un articolo per gli amanti del calcio, per coloro che continuano a considerarlo una passione, un divertimento, un momento di socialità.

Il calcio delle partite in un prato con gli zainetti come pali, dell'olio canforato negli spogliatoi, della lattina da prendere a calci per improvvisare una sfida con un gruppo di ragazzi stranieri. Il calcio della prima volta allo stadio col papà o con lo zio, maglietta, sciarpetta e bandiera d'ordinanza; o della prima volta in curva con gli amici, una nottata in pullman per la trasferta decisiva. L'orecchio incollato alla radio per sentire Tutto il calcio minuto per minuto, di nascosto dalla prof. nella gita scolastica; o i risultati chiesti alla persona che incontri per strada, o alla macchina che hai a fianco: prima quelli della Roma se sei laziale (e viceversa), naturalmente. La squadra del cuore che segui nella buona e nella cattiva sorte, le discussioni al bar con i soliti avventori, i compagni di classe (o i colleghi) che ti aspettano al varco dopo un derby perso. Il calciatore idolo di quando eri bambino, l'autografo e la foto che conservi gelosamente. Lasciateci, almeno nello sport, la licenza di abbandonarci ad un po' di sana retorica...

Oggi il calcio è anche (o soprattutto) industria, interessi, professionisti ben pagati, frange di tifo violento, giornalisti senza deontologia, scandali? Lo sappiamo. Ma sappiamo anche che esiste la parte sana, i protagonisti che si sforzano di essere onesti, e che non è giusto travolgere nel disprezzo. Soprattutto, c'è il sentimento di milioni di tifosi che continuano a farne lo sport più seguito al mondo. Il calcio resta - ci sforziamo di far restare - il "gioco" che consente a persone che non si conoscono, all'operaio e all'imprenditore, al professionista e allo studente, di saltare insieme ed abbracciarsi al gol della squadra del cuore: la Juve, il Milan, l'Inter, la Roma, la Lazio; ma anche la Triestina, la Reggina, il Toro, la Cavese...

Chi considera questa passione una stupida perdita di tempo, lo ripetiamo, ha sbagliato articolo; e gli risparmiamo i trattati eruditi - che pure potrebbero essere interessanti - sul valore sociale e culturale del fenomeno calcistico, sulla sua forza catartica. 
Magari potremmo consigliargli un film fondamentale: Febbre a 90°
(titolo originale: Fever pitch), di David Evans, tratto dall'omonimo romanzo di successo dello scrittore inglese Nick Hornby.

Giuliano Fiorini era un simbolo del calcio romantico, che in tutta la sua genuinità, forse, davvero non c'è più. Un ragazzone emiliano aperto, pronto alla battuta scanzonata, disincantato, generoso in campo e fuori. Un centravanti-ariete, cui mancava però l'agilità, a causa forse di qualche chilo di troppo. Simbolo - quei chili - dell'amore per la buona cucina e per la vita, anche nelle sue piccole trasgressioni (la birra, qualche sigaretta). Un ragazzo in fondo tranquillo, affezionato alla moglie e ai suoi tre figli.

Fiorini aveva le doti fondamentali che suscitano l'ammirazione dei tifosi e il rispetto dei compagni di squadra: grinta, determinazione, maglia sudata a fine patita, correttezza. Nel 1986 alla Lazio fu inflitta la penalizzazione di 9 punti in serie B: che era un po' - visto che la vittoria valeva solo due punti - come una retrocessione in C posticipata di un anno. Ebbene, Fiorini fu tra i primi a dire: "io resto, e sono sicuro che ce la faremo". Non è stato un goleador (come molti centravanti-boa, del resto); non è stato uno dei campioni che hanno fatto la storia del calcio; ma tutte le tifoserie per cui ha giocato - le più significative Bologna, Genoa, Sambenedettese, Lazio - hanno amato "bomber Fiorini".

C'è un'altra ragione per cui Fiorini ha lasciato un ricordo indelebile, e questa ragione forse non la possono capire i tifosi di squadre - come Juve e Milan - abituate a vincere. Per capirla bisogna fare una premessa: nella vita i traguardi sofferti sono più gratificanti di quelli facili; i risultati raggiunti all'ultimo, lungamente attesi, creano una gioia maggiore di quelli costruiti con sicura regolarità. Ma, soprattutto, lo scampato pericolo procura un'esplosione liberatoria maggiore di qualunque evento esaltante. Immaginate di essere di fronte ad un plotone di esecuzione: l'angoscia, la paura, i flash della vita che si affastellano, i ricordi delle persone care che non rivedremo più... e proprio quando stanno per premere il grilletto, l'annuncio ormai insperato: "l'esecuzione è sospesa!" (Questa tecnica veniva spesso usata dai sovrani, nei secoli passati, per "dare una lezione" e apparire magnanimi).

Ebbene, Giuliano Fiorini, nella memoria dei tifosi della Lazio, è legato anche ad un gol, un gol decisivo per la sopravvivenza stessa della società, giunto quando ormai tutto sembrava perduto.

Il 21 giugno 1987 si giocava Lazio-Vicenza, al termine di quel sofferto campionato di B in cui la Lazio aveva dovuto recuperare i 9 punti di penalizzazione. La squadra biancoceleste aveva un solo risultato utile per non retrocedere in serie C: il che, visti i debiti (la storia non è cambiata di molto...), avrebbe forse significato la scomparsa della più antica società della capitale (fondata nel 1900).

Si giocava in un Olimpico esaurito: 80.000 spettatori, record di sempre per una partita di serie B (62.000 il numero ufficiale di paganti; ma chi era presente ricorda che le gradinate del 'vecchio' Olimpico - che non aveva seggiolini - erano stipate all'inverosimile di persone entrate con ogni mezzo...). 
L'arrembaggio della squadra di casa non riusciva a sbloccare il risultato: il portiere del Vicenza faceva miracoli, i giocatori laziali erano sempre più appesantiti dalla stanchezza di una stagione e dal nervosismo. A pochi minuti dalla fine le speranze cominciavano ad abbandonare lo stadio, l'incitamento fino ad allora incessante si affievoliva, nella mente dei tifosi cominciavano a scorrere i ricordi di una passione che forse dalla domenica successiva non li avrebbe più accompagnati... Mancano solo 7 minuti alla fine, quando Fiorini intercetta in area un tiraccio fuori bersaglio di Podavini, si gira saltando l'avversario e, mentre la palla sembra sfuggirgli, si allunga riuscendo a toccarla di punta: GOOOL!!! A un passo dal baratro, la resurrezione.

Chi scrive queste righe - lo avrete capito - quel giorno era presente, e ricorda di aver iniziato a galleggiare sopra una folla letteralmente esplosa, riuscendo a toccar di nuovo terra solo parecchi secondi dopo, a qualche metro di distanza dal punto iniziale. Un boato che sembrava non finire mai, a cui a poco a poco si sostituiva il suono delle sirene delle ambulanze: quel giorno si contarono parecchie decine di malori (nessuno grave, per fortuna). Uomini attempati scoppiarono a piangere come bambini. Scene di isteria collettiva? Può darsi. Ma chi non ha mai vissuto momenti di gioia così intensi forse si è perso qualcosa. Saper vivere con intensità i propri sentimenti nel gioco, nello sport, aiuta a vivere con intensità anche la vita "vera".

Naturalmente, la fine di un incubo non è mai scontata: quel gol non significò la salvezza sicura, ma solo il proseguimento di una speranza, perché una serie di risultati incredibili negli altri campi costrinsero la Lazio agli spareggi di Napoli (fu il gol di Poli col Campobasso a segnare il lieto fine). Ma per i tifosi della Lazio il gol di Fiorini, giunto quando tutto sembrava ormai perso, resta unico: un momento anche più intenso delle gioie per gli scudetti o i trofei europei dell'era Cragnotti.

Sarebbe bello se i tifosi di altre squadre - o di altri sport - ci segnalassero altri momenti memorabili in cui un risultato è stato così sofferto, inaspettato, liberatorio.

E' stato un caso che quella rete sia stata realizzata da "bomber Fiorini", un giocatore che di gol ne faceva pochi, ma che era il simbolo della tenacia e della generosità fino all'ultimo? Forse no. Ogni volta che Giuliano tornava a Roma, a distanza di quasi vent'anni, veniva salutato con affetto, invitato al bar, chiamato a rievocare l'impresa "eroica" della squadra dei -9.

Insomma, una bella storia. Che, come molte belle storie, ha un finale amaro: Giuliano Fiorini ci ha lasciati per un brutto male a soli 47 anni, il 5 agosto 2005.

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