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Prevenzione o repressione? Stampa E-mail
Ogni nuova tragedia 'annunciata' ripropone un falso dilemma
      Scritto da Giovanni Martino
03/11/08

“Nulla incoraggia il delitto come la clemenza” (William Shakespeare)

Una vignetta del 'mitico' Jacovitti
Una vignetta del 'mitico' Jacovitti
L’esplodere di tragedie ‘annunciate’ fa puntualmente rinascere la polemica: sono state prese tutte le misure necessarie ad evitare che accadesse? Per garantire la sicurezza dei cittadini bisogna puntare di più sulla “prevenzione” o sulla “repressione”?

Il dilemma tra queste due strategie (preventiva e repressiva) è un falso dilemma, creato dalla cultura sessantottina, che ha dimostrato però grandi capacità seduttive nella mentalità comune.

Il movimento di opinione generato dal Sessantotto si è battuto contro i condizionamenti sociali troppo oppressivi, che spesso degeneravano in moralismo ed ipocrisia. Ma la direzione intrapresa, come spesso capita, ha condotto all’eccesso opposto.

Non è stato contestato solo il modo forzoso di vivere i valori comuni, ma sono stati messi in discussione i valori stessi. Il rifiuto del moralismo si è tradotto in rifiuto della morale. Si è buttato via il bambino con l’acqua sporca.

Il rifiuto dei condizionamenti culturali (anche se, per inciso, sembra essersi imposto un nuovo grande condizionamento di segno diverso) si è esteso ad un rifiuto delle leggi e della loro applicazione, considerata ingiustamente “repressiva”. Sarebbe meglio - si è detto - puntare sulla “prevenzione”, intesa come incoraggiamento, sostegno economico, educazione alla consapevolezza (ma se non esistono più valori, di che cosa dovremmo essere “consapevoli”?).

Su queste basi è stato condotto un grande esperimento sociale in tutto il mondo occidentale. Un esperimento che, come possiamo ben vedere, è miseramente fallito.

Si pensava che la delinquenza fosse una manifestazione del disagio economico. E invece si è moltiplicata insieme con la diffusione del benessere.

In Gran Bretagna, l'ex Primo Ministro Tony Blair, laburista, ha accusato “la rilassatezza morale postsessantotto” di essere “la causa della criminalità giovanile”.

Gli Stati Uniti anticipano spesso i fenomeni culturali e sociali europei. Lì il “sessantotto” è scoppiato nel 1964, con l’occupazione dell'università di Berkeley, in California. In seguito, la società americana si è accorta - prima di quella europea - delle pericolose conseguenze sociali di un eccessivo permissivismo, e della necessità di porvi un freno con un’applicazione severa della legge.
Negli USA, a partire dal 1973, il tasso complessivo della criminalità è sceso del 40 per cento, quello degli omicidi del 50 per cento, quello dei furti quasi del 60 per cento.
In Europa, il tasso di criminalità ha avuto un andamento opposto. Secondo i dati dell’Interpol, nel 2001 ci sono stati negli Usa 4.161 crimini ogni 100.000 persone, mentre in Francia 6.941.

Non si tratta di esaltare la pena di morte in vigore negli States, anche perché quel tipo di sanzione sembra avere una scarsa incidenza nel trend descritto. Né si tratta di plaudire ad alcuni deprecabili eccessi delle forze dell'ordine segnalati dalla cronaca, che del resto non sono un'esclusiva americana. Si tratta piuttosto di evidenziare i meriti di una politica della sicurezza che ha puntato a ridurre il più possibile le sue smagliature. È ad esempio la politica della “tolleranza zero”, introdotta a New York dal sindaco Rudolph Giuliani, che ha completamente trasformato il volto della città. Una città che fino a pochi anni fa conoscevamo per gli scenarî di guerriglia urbana descritti nei film di Hollywood: “Bronx” era sinonimo di terra senza legge.

Meglio la “repressione” della “prevenzione”, dunque?
Insistiamo: si tratta di una falsa alternativa.

Se repressione significasse Stato di polizia che schiaccia sotto il suo tallone chi cerca di ribellarsi alle ingiustizie, o che irroga sanzioni irrispettose della dignità umana, non potremmo certo invocare un tale modello. La democrazia, un ordinamento che difenda le libertà individuali, sono un bene insostituibile. Ma devono essere tutelate sempre, da qualunque direzione – grande o "piccola" criminalità – provenga l’aggressione.

Repressione”, dunque, non è necessariamente una parolaccia. Significa anche applicazione delle sanzioni a chi viola le regole della convivenza civile. Questo tipo di tutela non è alternativa alla “prevenzione”, intesa come stimolo alla crescita culturale e sociale, come percorsi di recupero e reinserimento di chi abbia violato la legge; ma deve procedere parallelamente ad essa.
Perché – piaccia o non piaccia – l’uomo non è ineluttabilmente buono (come immaginava Rousseau): il permissivismo incoraggia il delitto. La pulsione criminale può nascere anche nel benestante o nel laureato: non esistono condizioni di favore che la prevengano. E non esistono neanche condizioni di disagio che la producano necessariamente, come dimostra la rettitudine di gran parte delle persone che si barcamenano tra le difficoltà di tutti i giorni, e che hanno il diritto di non essere considerati semplici "fessi".

"Ma non possiamo mandare tutti in galera!", è l'obiezione più frequente che viene formulata a questo punto. Solo che non si capisce se è un'obiezione sommamente ingenua o in mala fede.

Repressione e prevenzione non sono alternative anche perché sono due facce della stessa medaglia. La sanzione della legge, infatti, non è una “vendetta” sociale. Oltre che un valore “riparativo” (che pure esiste) ha anche un valore che è preventivo.

La sanzione previene nuovi reati innanzitutto perché mette in condizioni di non nuocere (anche con la rieducazione, per il periodo di tempo proporzionato alla gravità del crimine) le persone che hanno dimostrato attitudini antisociali.

Ma, soprattutto, la sanzione è di monito a chi volesse seguire lo stesso percorso sbagliato. Per cui un sistema sanzionatorio efficace toglie la sensazione d'impunità, dissuade dal commettere reati e... non riempie le carceri! (Un po' come la severità a scuola: il risultato non è di veder bocciati troppi studenti, ma di indurli a studiare)

Un altro esempio è quello dei sequestri di persona. Solo la fermezza nel non cedere a nessuna richiesta di riscatto è garanzia per la stessa vita dei rapiti: quelli coinvolti al momento (il sequestratore deve sapere che può solo aggravare la sua posizione) e - soprattutto - quelli cui può venir risparmiata questa terribile esperienza. La piaga dei rapimenti è una piaga che non attecchisce in quelle realtà dove chi delinque ha la consapevolezza che si tratta di una strada fatta di grandi rischi e nessun possibile beneficio economico. (Se poi lo Stato segue questa ispirazione quando blocca i beni delle famiglie dei rapiti, salvo pagare riscatti ai terroristi che abbiano rapito alcuni connazionali che stanno particolarmente a cuore ad alcune élites influenti... stendiamo un velo pietoso) 

Perché il monito sia veramente efficace, non è tanto importante la severità, quanto la certezza della pena. Lo ricordava Cesare Beccaria nel suo fondamentale Dei delitti e delle pene (1764), da tutti considerato manifesto della moderna concezione del diritto penale.

Non è importante nemmeno la moltiplicazione di norme dettagliate e complicate, che imbrigliano la vita quotidiana dei cittadini, rendendoli sudditi ricattabili dall'apparato statale. Infatti, quando ci sono troppe leggi, e non è evidentemente possibile garantirne l'applicazione, i reati vengono perseguiti solo quando altri motivi (politici, economici, religiosi, ecc.) lo richiedono: allora, in una selva di norme, è facile trovare quella che può essere utilizzata contro chi si vuole colpire.
"Facciamo nuove norme più severe" è uno slogan per mettersi a posto la coscienza, se non ci si preoccupa di garantirne l'applicazione, di evitare che restino grida manzoniane.
Del resto, se a garantire la sicurezza bastasse il numero di leggi, l'Italia sarebbe il Paese più sicuro al mondo! E invece, come ricordava il ministro della Giustizia dell'Italia post-unitaria, Zanardelli, "L'Italia è un Paese dalle mille leggi, temperate dalla loro generale inosservanza".
Insomma: servono poche norme, chiare, applicate con rigore.

Invocare la certezza del diritto, e l'applicazione degli strumenti sanzionatori ("repressivi"), non significa assolutamente voler intaccare il "garantismo", cioè il rispetto del diritto alla difesa di ogni cittadino. Non si tratta di chiedere allo Stato la "faccia feroce", di colpire nel mucchio. Questo tipo di politica apre la porta ad abusi pericolosissimi.
Si tratta piuttosto di chiedere che i colpevoli, tutti i colpevoli (non solo quelli di reati ritenuti arbitrariamente più gravi), individuati con ragionevole certezza secondo procedure e istituzioni garantiste (su cui sarebbe troppo lungo in questa sede soffermarsi), scontino effettivamente la pena comminata.

Troppe volte le eccezioni e i distinguo ci fanno dimenticare il rispetto di questi fondamentali principî.

Contraddicono la certezza della pena quegli indulti o quelle amnistie approvati “perché le carceri sono piene”. Non prendiamoci in giro: la soluzione a questo tipo di problema è costruire nuove carceri, non l’indulgenza con la criminalità (a proposito: che fine hanno fatto gli stanziamenti dell’ex ministro della Giustizia Castelli per l’edilizia carceraria?).
È sgradevole che, per giustificare l'ultimo indulto, sia stato ipocritamente invocato l’appello alla clemenza formulato da Giovanni Paolo II nel 1999. Quell’appello era formulato in vista del Grande Giubileo del 2000, e chiedeva un atto di clemenza che avesse un grande valore simbolico e spirituale, tale da suscitare una conversione dei cuori. Molti politici italiani non hanno voluto sposare quel significato, per non apparire succubi della Chiesa. Salvo riesumare l’appello del Papa sei anni dopo, a sostegno di un provvedimento che ha avuto un sapore totalmente diverso: quello di una resa dello Stato, incapace di offrire condizioni di detenzione dignitose ai carcerati e sicurezza ai cittadini.

Contraddicono la certezza della pena anche le grazie e gli sconti riconosciuti a molti condannati senza adeguata valutazione del loro effettivo recupero (vedi la scarcerazione del "mostro" del Circeo, tornato a uccidere); o magari sulla base delle sponsorizzazioni politiche.

È altresì scandaloso offrire – a chi ha scontato la propria pena, ma non ha fatto pubblica ammenda delle sue colpe – incarichi di prestigio sociale e accademico.
Non è accettabile che il Comune di Roma, nella precedente giunta Veltroni, abbia utilizzato il denaro pubblico per retribuire con una “consulenza” la terrorista non pentita Silvia Baraldini.
Non è accettabile che altri terroristi non pentiti come Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, tengano ai giovani lezione nelle Università.
Non è accettabile che addirittura si siano seduti al vertice delle istituzioni, nella precedente legislatura, ex terroristi come Sergio D’Elia (parlamentare della Rosa nel pugno e segretario alla Presidenza della Camera), R. D. B. [1] (segretario particolare di Francesco Bonato, sottosegretario per Rifondazione Comunista al Ministero dell’Interno), Susanna Ronconi (designata dal ministro Ferrero, di Rifondazione Comunista, quale membro della nuova Consulta nazionale sulle tossicodipendenze; si è poi appurato che la nomina era illegittima, perché la Ronconi è interdetta dai pubblici uffici, e Ferrero è stato indagato per abuso d'ufficio).

Dicevamo che la repressione deve procedere parallelamente alla prevenzione. E non voleva essere un'affermazione retorica. Perché non basta indicare ai giovani cosa non bisogna fare; bisogna anche spiegare perché, e motivare le loro speranze in una direzione positiva.

Se vogliamo fare un discorso serio sulla prevenzione, dunque, dobbiamo sapere che essa non si riduce alla valenza dissuasiva delle sanzioni. Ma neanche - l'esperienza ci insegna - alla creazione di benessere economico.
Non basta offrire ai giovani "un lavoro". E neanche "occasioni di incontro" come i cosiddetti "centri sociali", che sono veri e propri incubatori di illegalità e intolleranza (comodi solo per chi li vuole strumentalizzare politicamente).

I giovani, piuttosto, devono essere messi in condizione di dare un senso alla loro esistenza, bisogna aiutarli a comprendere l'importanza dei valori (anche se spetterà ad ognuno abbracciarli secondo la sua personale predisposizione).


[1] Il diretto interessato ha richiesto la trasformazione in forma anonima dei suoi dati personali.



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