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Economia - Notizie e Commenti
Il fisco di Prodi non vuol essere thatcheriano, provi almeno a copiare Kennedy Stampa E-mail
L'esperienza dei Paesi in cui ridurre le tasse ha stimolato la crescita e incrementato le entrate
      Scritto da Il Foglio
19/01/07

kennedy_john.jpgPubblichiamo quest'articolo apparso su Il Foglio del 26-3-2006. Le parti in corsivo sono nostre aggiunte redazionali.


Per Fausto Bertinotti il sistema fiscale italiano è iniquo perché viene meno alla sua funzione redistributiva.
L'obiettivo politico del leader di Rifondazione comunista è l'aumento dell'imposizione sulle rendite finanziarie, che egli giudica troppo bassa, e la lotta all'evasione fiscale. Suggerisce un innalzamento dell'aliquota sulle attività finanziarie al 20 per cento e una feroce campagna contro chi sfugge al fisco. Forse però, anziché brandire l'arma spuntata dell'ideologia, farebbe bene a guardare a quanto è accaduto altrove.

Sia in termini di equità, sia di distribuzione del prelievo fra i ceti sociali, i paesi più all'avanguardia sono quelli che hanno scommesso sulla riduzione e l'appiattimento delle aliquote. E' un dibattito costante nella dottrina economica.

Negli Stati Uniti, le sforbiciate di John F. Kennedy misero benzina nel motore dell'economia, favorendo una crescita economica media del 5 per cento annuo tra il 1961 e il 1968: gli introiti fiscali crebbero del 62 per cento. L'aliquota marginale sul reddito, che Kennedy aveva piegato dal 90 al 70 per cento, fu drasticamente ridotta da Ronald Reagan, che la portò al 28 per cento, grazie anche al supporto di una nutrita pattuglia di parlamentari democratici. Una manovra tanto spregiudicata non produsse, come temevano i Bertinotti dell'epoca, una contrazione delle entrate: nel 1990 l'imposta sul reddito fruttò 1.253 miliardi di dollari, contro i 517 di dieci anni prima, segnando un incremento, in termini reali, del 26 per cento. Non solo: il 5 per cento più ricco dei contribuenti, che nel 1980 pagava il 35 per cento del gettito dell'imposta sul reddito, nel 1990 ne sborsava il 49 per cento. (Alcuni osservatori denunciano che negli anni di Reagan il debito pubblico americano aumentò. Questo accadde, però, perché all'aumento delle entrate corrispose un aumento ancora maggiore della spesa pubblica, soprattutto quella militare, che consentì agli USA di vincere la Guerra fredda mettendo in crisi l'Unione Sovietica, incapace di reggere a quell'escalation - ndr.)

Nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher le cose non andarono diversamente: nel 1979 il cancelliere dello Scacchiere Sir Geoffrey Howe ridusse l'aliquota marginale dall'83 al 60 per cento; nel 1986 il suo successore Nigel Lawson la abbassò al 40 per cento. Nell'arco degli anni Ottanta il prodotto interno lordo pro capite crebbe del 24 per cento in termini reali. Il contributo dell'imposta sul reddito alle entrate fiscali complessive passò dal 55,9 al 58,2 per cento, mentre il contributo del 10 per cento più ricco della popolazione s'impennò dal 35 al 42 per cento del totale.

L'esempio inglese è all'origine della riforma fiscale irlandese. Ha scritto il Commissario europeo al Mercato interno Charlie Mc-Creevy: "Quando all'inizio degli anni '90, da ministro delle Finanze in Irlanda, cominciai a tagliare le tasse, molti temevano che la perdita di entrate sarebbe stata così massiccia da costringerci a fare marcia indietro. Accadde il contrario. La riduzione delle aliquote generò una più intensa attività economica, una maggiore lealtà da parte dei contribuenti, e un aumento dei proventi del fisco". La riduzione dell'imposta sul reddito d'impresa dal 38 al 12,5 per cento determinò un aumento delle entrate da quella fonte, tra il 1996 e il 2002, del 24,3 per cento all'anno.

L'esperienza comune di tutti gli altri paesi che si sono avventurati in questo genere di politiche è esattamente questa: la riduzione fiscale per un verso alimenta lo sviluppo e gli investimenti, per l'altro scoraggia il ricorso all'evasione o all'elusione. La crescita della base imponibile si traduce in un aumento del gettito; rendendo meno attraenti i comportamenti opportunistici, la riforma ha favorito uno spostamento del baricentro della tassazione verso le fasce sociali a più alto reddito.

Altri casi di grande successo sono quello australiano (la riduzione dal 36 al 30 per cento dell'aliquota sul reddito d'impresa ha generato un aumento del gettito del 16,6 per cento all'anno) e sudafricano (l'imposta è passata dal 35 al 29 per cento, il gettito è salito del 43,2 per cento all'anno). La pietrolina fatta rotolare dai paesi anglosassoni ha innescato una valanga quando i paesi dell'Est europeo si sono affacciati al capitalismo, facendo della riduzione e semplificazione fiscale una parola d'ordine. Quella che l'analista della Heritage Foundation ha definito la "rivoluzione della flat tax", cioè dell'aliquota unica, ha contagiato l'Estonia (dove vige un'aliquota del 24 per cento, destinata a scendere al 20 nel 2007), la Lettonia (25 per cento), la Lituania (33 per cento), la Russia (13 per cento), Serbia (14), Slovacchia (19), Ucraina (13), Romania (16), Georgia (12).

Naturalmente aliquote così basse possono essere introdotte senza difficoltà in paesi che non devono fare i conti con l'invecchiamento del sistema fondato sullo stato sociale. (In effetti, la crescita è stimolata anche dall'aumento di consumi dovuto al maggior reddito disponibile. Ma perché questo accada, serve un sistema produttivo davvero concorrenziale, in cui le imprense interne siano in grado di soddisfare prontamente l'incremento della domanda - ndr). In tutti questi paesi, la riforma fiscale ha prodotto finora benessere abbastanza diffuso ed equità sociale. Il fatto che, dovunque sia stata adottata, si sia finanziata da sé nel medio termine, la scagiona dall'accusa di essere un'azzardata scommessa liberista: l'abbattimento della pressione tributaria è semmai un'opportunità che chi si candida al governo di un paese non dovrebbe scartare a priori.



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