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Il costo umano del comunismo - URSS IV Stampa E-mail
Metodi polizieschi / 1936-1938: arresti ed esecuzioni in massa
      Scritto da Robert Conquest

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In coincidenza con l'avvento dell'era dei processi-spettacolo, a milioni di detenuti comuni, che non subirono processi pubblici, vennero chieste confessioni, nel loro caso solamente per iscritto. Ovviamente, nessuna confessione fu ottenuta con mezzi umani. Torture (autorizzate retrospettivamente con un decreto del Comitato Centrale del 20 gennaio 1939); interrogatori continui, fino a sette giorni, senza interruzione, senza poter dormire; e, per i processati in pubblico, un lungo lavoro di distruzione della volontà e della personalità, per mesi e mesi, furono i metodi adoperati.
Un Generale sovietico così descrive le torture subite: "Per caso venni a sapere che il nome del mio diabolico inquisitore era Stolbunsky... Oltre a lui, all'interrogatorio prendevano parte due robusti aguzzini. Tuttora le mie orecchie rintronano del suono della voce malvagia di Stoihunsky, che urlava: 'Firmerai, firmerai', mentre mi portavano fuori, come uno straccio, intriso di sangue. Resistetti alla tortura anche durante la seconda parte dell'interrogatorio, ma quando arrivò la terza fase mi augurai di poter morire" (41).
Un fisico ha dichiarato che l'interrogatorio prolungato senza limite era "doloroso come qualsiasi tortura fisica: l'inguine si gonfiava, e i dolori crescevano: dopo due o tre giorni, il detenuto si trovava come avvelenato fisicamente dallo sforzo" (42).
Né il Generale né lo scienziato subirono un processo pubblico. E questo vale per la grande maggioranza di coloro che caddero nell'ingranaggio della più spaventosa operazione terroristica: la Yezhovshchina del 1936-1938, così chiamata dal nome dell'ultimo capo della polizia segreta di Stalin, Nikolai Yezhov.

1936-1938: arresti ed esecuzioni in massa

Il numero degli individui arrestati nell'URSS nel periodo 1936-1938 può essere accertato in vari modi. E sebbene non si possa ottenere un'assoluta precisione, né la si può pretendere, tutte le prove e gli argomenti tendono verso la cifra di circa sette milioni.

Le prigioni ospitavano nel 1938 suppergiù un milione di detenuti. Le sofferenze dovute al sovraffollamento in carcere si possono capire da un resoconto pubblicato a Budapest nel 1965 dallo scrittore ungherese Joszef Lengyel. Egli descrive la sua cella nel carcere moscovita di Butyrka, che ospitava circa 30.000 detenuti: 275 uomini che vivevano "su, tra e sotto 25 brande di ferro" (e, malgrado ciò, questa era migliore della cella in cui Lengyel era stato "preparato" per l'interrogatorio) (43).
Esistono tante altre testimonianze uguali. Le celle di punizione erano ancora peggiori, giungendo fino ad una "muratura" letterale delle vittime.
La popolazione dei campi di lavoro in quell'epoca, inclusi numerosi detenuti che avevano incominciato a scontare le condanne prima del 1936, si può valutare a circa 8 milioni.
Il tasso di mortalità nei campi era alto, specialmente prima che venissero in qualche modo razionalizzati, nel 1950-1951. Nell'intero sistema dei campi (lasciando però da parte i campi di sterminio, poco noti e ubicati nel lontano settentrione), questo tasso non sembra sia mai sceso sotto il 10 per cento all'anno, ma spesso dev'essere risultato assai più alto. Ora, se facciamo una stima prudenziale e fissiamo il tasso di mortalità media nei campi al 10 per cento, calcolando che nei campi furono racchiusi 8 milioni di individui all'anno, arriviamo a concludere che nel periodo staliniano devono essere morte nei campi di concentramento non meno di 12 milioni di persone.
Per quanto, come abbiamo osservato, cifre precise non si possano ottenere, non c'è alcun dubbio che il numero delle vittime è stato dell'ordine ricordato. Valutazioni non dissimili sono state fatte, del resto, anche dall'accademico sovietico Andrei Sakharov, il noto fisico. E le hanno accettate eminenti social-comunisti, come Roger Garaudy, mentre era ancora membro del Politburo del partito social-comunista francese.
La principale causa di morte era la distrofia, dovuta all'inedia progressiva. Le razioni alimentari erano assolutamente inadeguate al lavoro che si doveva fare: erano, per intenderci, notevolmente più basse di quelle assegnate, ad esempio, ai prigionieri di guerra nei celebri campi giapponesi del fiume Kwai.
Il numero delle persone effettivamente uccise in quel periodo fu qualcosa come un milione. L'accademico Sakharov ha dichiarato che soltanto fra i membri del partito 600.000 furono i fucilati, mentre altri 550.000 o 600-000 morirono nei campi; il che significa, tutto sommato, circa la metà degli iscritti al partito (44).
Oltre alle esecuzioni e alle condanne comuni all'internamento in campi di lavoro forzato, dove il tasso della mortalità era alto ma casuale, c'erano anche condanne particolari, come, ad esempio, quella ai lavori forzati senza diritto alla corrispondenza. Nessun sopravvissuto dei campi di lavoro ricorda di aver mai incontrato uno di questi condannati speciali. Molti di loro venivano semplicemente fucilati sul posto. Sembra che altri siano stati mandati nei campi di morte della penisola Tamyr e di Novaya Zemlya, dei quali ancora oggi si sa pochissimo. Pare, ad ogni modo, che Ì condannati venissero uccisi quando faceva comodo ucciderli. L'accademico Sakharov ha dichiarato che in quei campi migliaia di detenuti furono abbattuti a colpi di mitra soltanto per ridurre l'affollamento, o in seguito a disposizioni speciali (45).
Al pari dell'attacco portato contro i contadini, questa fase del terrore colpì dovunque. Il partito stesso, come si è visto, soffrì enormemente, come soffrì il Corpo degli ufficiali. Un'altra categoria che sopportò persecuzioni terribili fu quella dell'intelligentsia. Malgrado la morte e l'emigrazione, che avevano mietuto fra gli intellettuali, coloro che erano rimasti difendevano valori umani permanenti, non facilmente assimilabili per Stalin. Perirono così parecchi fra i maggiori: i grandi prosatori Isaac Babel e Boris Pilnyak; il grande produttore cinematografico Vsevolod Meyerhold; il grande poeta Osip Mandeishtam; il grande biologo russo Nikolai Vavilov e tutti i suoi eminenti collaboratori. Gli scrittori soffrirono in modo particolare, Alexander Solzhenitsyn ci dice che almeno 600 furono spediti nei campi o in celle della morte. Parimenti gli scienziati: degli otto capi del principale Istituto di fisica dell'URSS, quello di Kharkov, appena uno si salvò. Tutti i 15 capi dell'Accademia universitaria delle Scienze di Kiev, che si succedettero dal 1921 al 1938, furono arrestati in varie epoche.
Le ingenti cifre dei morti potrebbero quasi rendere il lettore meno sensibile alle conseguenze umane individuali, prese singolarmente. Ormai parecchi documenti descrivono la vita terribile di paura, di persecuzione e di stenti delle mogli degli arrestati. Sovente, esse mancavano di notizie sulla sorte dei rispettivi mariti. La moglie di Titsian Tabidze, il poeta georgiano arrestato e fucilato nel 1937, non seppe nulla della morte del marito per quasi vent'anni. Il suo lungo calvario è stato descritto con grande commozione da Boris Pasternak nelle sue "Lettere agli amici georgiani". Una storia analoga è quella del poeta russo Pavel Vasiliev: arrestato il 7 febbraio del 1937, venne fucilato il 16 luglio seguente. Anche sua moglie saprà della sua morte vent'anni più tardi (46).
Le famiglie degli arrestati erano soggette al principio degli ostaggi: principio effettivamente incluso nella legislazione socialista, resa pubblica, per il caso particolare dei rifugiati all'estero. Col decreto del 9 giugno 1935, anche i familiari che non fossero al corrente dei piani di fuga del congiunto erano passibili di pena. In pratica, però, gli ostaggi venivano utilizzati anche per altri motivi, ed in specie nei processi pubblici a base di confessioni estorte.
Come sappiamo da un portavoce sovietico del periodo di Krusciov (47), furono comminate condanne a morte anche sotto l'accusa di essere "moglie di un nemico del popolo".
Nemmeno i figli vennero risparmiati: un decreto del 7 aprile 1935 estese la pena di morte ai dodicenni. Figli di trotskysti di quest'età furono uccisi nei campi. Ci furono anche processi nei quali figurarono come imputati soltanto bambini. Quando, al principio del 1939, la stampa socialista cominciò a dar notizia di arresti di vari ufficiali della NKVD colpevoli di aver estorto confessioni false, in un caso si trattava di bambini di meno di dieci anni. Il fatto è stato descritto con molti particolari dal liberale sovietico Leonid Petrovsky nella sua "Lettera al Comitato Centrale", in data 5 marzo 1969, Quattro ufficiali della polizia e dell'ufficio del pubblico ministero avevano radunato in tutto 160 bambini, la maggior parte tra i 12 e i 14 anni, e, dopo drastici interrogatori, avevano fatto loro confessare atti di spionaggio, di terrorismo, tradimento e rapporti con la Gestapo. Un ragazzo di dieci anni, dopo un interrogatorio protrattosi tutta una notte, era crollato e aveva ammesso le sue attività antistatali, durante circa tre anni, e cioè da quando aveva appena sette anni. Petrovsky aggiunge che simili processi di massa con bambini come imputati si erano svolti in parecchie altre città.
In effetti, di fronte a tanti incredibili orrori accumulatisi in quel periodo, è difficile valutare e naturalmente è impossibile tradurre in cifre le sofferenze morali dell'epoca. Va, comunque, notato che, oltre alle torture fisiche, alla morte per condanna o per inedia, c'erano anche l'angoscia delle famiglie spezzate, il costante timore del domani. Boris Pasternak ha scritto che ci fu un senso di sollievo quando scoppiò la guerra, malgrado i suoi orrori:
"Fu non solo in confronto alla vostra vita di forzati, ma paragonata a tuffo negli anni trenta, anche alle mie favorevoli condizioni nell'Università, in mezzo a libri, denaro e comodità, fu anche per me che la guerra giunse come un soffio di aria fresca come un auspicio di liberazione, come una bufera purificatrice... E quando la guerra scoppio, i suoi effettivi orrori, i suoi pericoli reali, la sua minaccia di morte effettiva, furono una benedizione rispetto al disumano potere della menzogna...".
Dover recitare, pretendere l'entusiasmo per un enorme sistema di falsità malvagie, significava corrompere l'anima ed era questa, forse, come Pasternak lascia capire, la peggiore fra tutte le cose per molta gente. Morire o perdere i propri cari è abbastanza duro. Farlo per una falsa accusa, e praticamente tutte le accuse erano false, è peggio. Ma essere costretti a denunziare il proprio padre o marito nella speranza di salvare il resto della famiglia, e, in generale, essere obbligati ad esprimere in pubblico la propria gioia per tutta la strage, dev'essere addirittura intollerabile. La verità quasi scomparve. Come aveva notato Io scrittore Isaac Babel: "Oggi un uomo parla liberamente solo alla propria moglie, di notte, con le coperte sopra la testa" (48). Ogni uomo divenne, in un certo senso, ciò che Donne dice che l'uomo non dovrebbe essere; un'isola.

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