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Politica - Notizie e Commenti
La conferma di Napolitano: un argine all’impazzimento generale (e della sinistra in particolare) Stampa E-mail
Speranze e incognite per il futuro. Le contraddizioni dei fan(atici) di Rodotà
      Scritto da Giovanni Martino
29/04/13

I “grandi elettori” hanno riconfermato Giorgio Napolitano quale Presidente della Repubblica.

In questo momento drammatico che vive la nostra nazione, dobbiamo guardare il bicchiere mezzo pieno: un vasto raccordo tra quasi tutte le forze parlamentari ha consentito di restituire alle istituzioni una guida capace, autorevole, responsabile, realmente rappresentativa delle diverse sensibilità del Paese, e quindi dell’unità nazionale, come richiede l’art. 87 della Costituzione. In questo senso, Napolitano ha dato ottima prova di sé nel settennato appena concluso (anche se non possiamo dimenticare l’amara eccezione del caso Englaro).

Esiste anche il bicchiere mezzo vuoto: le forze politiche hanno dimostrato un soprassalto di responsabilità in un momento in cui – soprattutto il Pd – sembrano allo sbando, incapaci di reagire alle proteste populiste con risposte chiare e coraggiose. Hanno costretto ad un grande sacrificio un uomo di 87 anni, costruendo quindi una prospettiva che non è di lungo periodo (Napolitano non avrà certo la forza di restare in carica per i prossimi sette anni).

La scelta si rivelerà felice se la stessa responsabilità sarà dimostrata nel sostenere un Governo che faccia davvero le riforme di cui il Paese ha bisogno (in primis la nuova legge elettorale), senza ripetere il copione già visto nell’ultima fase del governo Monti, in cui Pd e Pdl, in vista delle elezioni, si sono vergognosamente sfilati dal sostenerlo. I punti programmatici redatti dai “saggi” nominati nelle settimane scorse sono un eccellente riferimento.

Questa classe politica ha pochi mesi di tempo per recuperare credibilità, e non più di uno-due anni per risolvere realmente i problemi. Solo così potrà depotenziare il movimento di Grillo, evitando che questo utilizzi i suoi buoni argomenti (la critica a sprechi e privilegi) per imporre i suoi pessimi metodi e obiettivi (populismo inconcludente, fanatismo ideologico, intolleranza parafascista).

Un’annotazione particolare, però, la vogliamo riservare all’impazzimento che ha contagiato la sinistra radical chic, quella che si professa ostentatamente “democratica” e “garante della Costituzione”, che pretende di essere espressione della “società civile”.

Quali sono i sintomi di questo impazzimento?

Il primo è l’ossessione per la “protesta della base”, cioè per le urla telematiche di una minoranza che si caratterizza solo per essere assidua frequentatrice dei social network (chi ha qualche anno in più ricorderà, agli albori della “Seconda Repubblica”, le proteste del “popolo dei fax”. Quanti fossero davvero, questi fax, lo sapeva solo la redazione de la Repubblica…)

Il secondo sintomo di impazzimento è che questa sinistra è ormai affetta dalla “sindrome di Stoccolma”, dall’innamoramento per il suo persecutore: pensa che la propria salvezza verrà dal rincorrere Grillo, mentre gli sta solo “regalando la corda con la quale verrà impiccata” (forse qualche insegnamento di Lenin poteva pure essere conservato).

Un terzo sintomo di impazzimento è l’ossessione contro il cosiddetto “inciucio, il rifiuto di ogni accordo con le altre forze politiche (Berlusconi, ma non solo) persino per l’elezione del Capo dello Stato. La sinistra del Pd (e Sel, che ha immediatamente rotto il patto pre-elettorale di rispettare le decisioni comuni prese a maggioranza) ha sostenuto più o meno apertamente la tesi di convergere su Rodotà, che meglio incarnava la figura di un Presidente politicamente schierato, l’uomo di cui sentivano di poter dire “è il mio presidente”. Il tutto a costo di affossare due fondatori del Pd, Marini e Prodi.

Ebbene, quelli che si professano “garanti della Costituzione” (nel Pd, ma anche in Sel e – se qualcuno di loro l’ha mai letta – nel M5S), dovrebbero ricordare – ripetiamolo con forza -  che il Presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale”. Non può essere il presidente di qualcuno (il “mio” Presidente), ma il Presidente di tutti. Non può essere il Presidente che sponsorizza una linea politica particolare (anche se si ha l’ipocrisia di promuoverla come “cambiamento voluto dal popolo”), perché questo sarebbe un esercizio eversivo della sua funzione. L’ “inciucio” nella sua elezione, quindi, non è una degenerazione, ma una nobile necessità alla quale ci si è sempre attenuti (con più o meno fatica).

Per dirla tutta: si può dare anche il caso di un Presidente che esprima una linea politica, ma solo con la sua elezione diretta. Un’elezione diretta, infatti, non consente mediazioni (come avviene invece con l’elezione indiretta, parlamentare, che è ugualmente espressione della volontà popolare) e quindi conduce giocoforza alla scelta di un Presidente con forte connotazione politica.

Però bisognerebbe cambiare la Costituzione! Bisognerebbe consentire davvero al popolo, con le garanzie di una competizione elettorale, e nel quadro di rinnovati contrappesi costituzionali, di designare il suo Presidente “politico”, espressione di una maggioranza (che almeno sarebbe una maggioranza reale, non le poche migliaia di smanettoni frequentatori del blog di Beppe Grillo).

Assistiamo invece allo spettacolo di quanti si proclamano “garanti” della Costituzione e al tempo stesso la manipolano (come fanno, del resto, per altre parti del suo testo: si pensi agli articoli sulla famiglia). Dimenticando persino – o fingendo di dimenticare - che gli attuali quorum di elezione del Presidente della Repubblica furono pensati per un corpo elettorale - il Parlamento - eletto con un sistema proporzionale. Oggi qualcuno pretenderebbe che, grazie all’attuale legge per l’elezione delle Camere, un’esigua minoranza di cittadini (anche poco più del 20%) possa eleggere un Presidente di garanzia.

Ipocriti - o ignoranti - all’ennesima potenza.



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