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Religione e società - Notizie e Commenti
Quando un Papa dà le “dimissioni” Stampa E-mail
Il significato del gesto, i pregiudizi nei commenti degli osservatori, il futuro del papato
      Scritto da Giovanni Martino
04/03/13
«È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò». (Gv 16,7)


“Il Papa ha dato le dimissioni”.

I parolai da bar – o da social forum – si sono subito messi al lavoro: “Ha una malattia allo stato terminale”; “Ha paura che lo facciano fuori come papa Luciani, e si è fatto da parte prima”. “Ha scoperto del marcio irriferibile, che non sa come gestire” (e qui si attinge al repertorio più tradizionale: caso Orlandi, Ior, lobby gay interna al Vaticano, ecc.). “Si è dimesso prima che vengano a galla i suoi scheletri nell’armadio” (e qui abbiamo il riciclaggio e la miscela confusionaria delle dicerie più insensate: ”Era vescovo di Potenza al tempo dell’uccisione di Elisa Claps in una chiesa, e ha coperto il fattaccio”; “È emerso che il fratello era pedofilo”; ecc.).

È inutile avventurarsi a commentare questo catalogo di assurdità, in cui si fondono fenomeni psico-sociali come il complottismo e l’intolleranza anticattolica, che ha alimentato vere e proprie “leggende nere”.

Questo non significa ignorare che anche tra gli uomini di Chiesa può albergare il peccato; o che alle “dimissioni” – rectius: alla rinuncia al ministero di Vescovo di Roma – di Benedetto XVI possano avere contribuito alcune delle difficoltà attuali della Chiesa (più avanti proveremo anche ad effettuare una ricostruzione in tal senso).
Il giudizio critico, però, è cosa ben diversa dalle suggestioni complottiste, che affascinano proprio le persone più “credulone”.


I giudizi tendenziosi di chi vuole attaccare il papato
A ben guardare, una notevole superficialità di giudizio la possiamo ritrovare anche in alcuni commenti seriosi e paludati, che lasciano però trasparire pregiudizî contro la Chiesa cattolica.

Pregiudizî non sempre facili da individuare – e per questo ancora più insidiosi – perché  presenti in commenti di provenienza e contenuto diversi.
Possiamo rinvenire un tenore anticattolico, infatti, nei giudizî di persone estranee ed ostili alla Chiesa così come in quelli di alcuni cattolici (più o meno consapevoli).
Allo stesso modo, contengono una dose di “veleno” sia molti giudizî apertamente critici verso Benedetto XVI sia alcuni giudizi che apparentemente – ma ipocritamente – esprimono apprezzamento.

Ma in che cosa si riconosce il “veleno”, il pregiudizio anticattolico? Nella contestazione di fondo al papato, al primato del Romano Pontefice, che della Chiesa cattolica costituisce l’architrave.

Le critiche aperte sostengono che il Papa – ormai “emerito” – avrebbe “abbandonato il suo gregge”.

Il giudizio negativo investe apparentemente la persona di Benedetto XVI, in realtà la sua funzione: se un Papa può sbagliare in maniera tanto grave, allora la sua guida – anche quando è in carica – non è sicura e affidabile...

La tendenziosità di questo tipo di critiche risulta evidente soprattutto quando gli autori sono le stesse persone che, nell’ultimo periodo del pontificato di Giovani Paolo II, denunciavano che il Papa malato era vittima di una manipolazione mediatica, un burattino nelle mani della curia, per cui sarebbe stato meglio se avesse dato… le dimissioni!

Ma anche quando la critica a Papa Ratzinger non è malevola (è il caso, ad esempio, delle preoccupazioni esagerate di alcuni cattolici tradizionalisti), ci sembra in ogni caso affrettata.

Infatti:
  • non si può certo parlare di mancanza di coraggio di fronte ad un gesto epocale come quello di Benedetto XVI, inevitabilmente destinato a suscitare clamore;
  • ci vogliono certo grande umiltà e grande fede, da parte di un Papa, nel riconoscere l’insorgere di una debolezza personale e nel restituire la guida della Chiesa al Signore;
  • il cardinal Ratzinger ha accettato il “fardello” di essere Papa quando il conclave del 2005 lo ha eletto, dimostrando quindi di confidare nell’aiuto che gli sarebbe venuto da Dio (del tutto fuori luogo il paragone col protagonista del mediocre e presuntuoso film di Nanni Moretti, Habemus papam, in cui il Papa eletto rifiuta la designazione). Benedetto XVI ha portato avanti la missione di Vescovo di Roma al meglio delle sue possibilità, nonostante l’età avanzata – è stato il papa più anziano dai tempi di Leone XIII ! -,  anche nei periodi più difficili del suo pontificato. Ha maturato la decisione di rinunciare al suo ministero solo in un momento di relativa tranquillità (tant’è che la notizia è giunta come un fulmine a ciel sereno).
In definitiva, la rinuncia di Joseph Ratzinger al ministero di vescovo di Roma non esprime una rinuncia ad affrontare le sfide che attendono la Chiesa. Al contrario: esprime la convinzione che la Chiesa ha bisogno di energie nuove per affrontare queste sfide con vigore.
Si tratta di una rinuncia che costituisce un segnale di forza e di fiducia, non di debolezza.

Va detto che gli altri Papi hanno effettuato quasi sempre una scelta diversa.
Non si tratta però di stabilire in astratto quale scelta, tra quelle possibili, sia la più “coraggiosa”. Secondo il giudizio di Benedetto XVI, come vedremo, oggi ricorrevano circostanze particolari che richiedevano una decisione eccezionale.

Il pregiudizio anticattolico (anche quando proviene da un certo cattolicesimo “progressista”) emerge anche in commenti che, ipocritamente, esprimono comprensione o ammirazione per il gesto di Benedetto XVI. Questi commenti esordiscono prudentemente, lodando la carica di “umanità” espressa dal Papa. Ma decollano subito, nella contestazione al ruolo del vescovo di Roma, quando aggiungono – guarda un po’! – che il papato “non sarà più lo stesso”, “sarà relativizzato”, ecc.


Il futuro del papato
Tanto i critici del gesto di Benedetto XVI, quanto coloro che quel gesto vogliono strumentalizzare, sostengono - al di là del giudizio sulla persona - che in questo modo è stata “intaccata la sacralità del papato”, la quale sarebbe connessa, almeno nell’immaginario collettivo, all’assenza di un termine temporale per l’esercizio del ministero.
Si sarebbe aperta una nuova epoca, in cui il papato è più “umano” e più “moderno”, espressioni che intendono condurre ad un ridimensionamento dell’autorevolezza e del primato del Vescovo di Roma nella Chiesa.

Ai reduci del cattolicesimo “progressista” non è parso vero di poter utilizzare l’evento per rilanciare cavalli di battaglia stantii e antistorici (in senso letterale, perché basati su paradigmi astratti e incapaci di leggere la realtà): ricondurre il vescovo di Roma al rango di tutti i vescovi, introdurre un Sinodo permanente con poteri decisionali, convocare un Concilio Vaticano III, ecc.

I critici e i falsi estimatori del Papa dimostrano di non comprendere che, nella dottrina cattolica, I Papi sono sempre stati “umani”; così come la Chiesa e il papato sono sempre “moderni”, nella misura in cui annunciano un messaggio perenne agli uomini del proprio tempo.
La sacralità non investe la persona del Pontefice (che non riceve un’ordinazione speciale), ma l’ufficio di Vescovo di Roma.
Una maggiore consapevolezza in tal senso, forse, la esprime un antico – e apparentemente cinico – detto del popolo romano, abituato alla vicinanza dei Pontefici e al loro frequente succedersi: “morto un Papa, se ne fa un altro!”
Il papato e la sua sacralità sopravvivono alla morte di un Papa, ma anche alle sue dimissioni, espressamente previste dal codice di diritto canonico.

Un diverso elemento di “desacralizzazione” e di “modernizzazione”, nei timori (o negli auspici…) di molti, è connesso al rischio che la rinuncia, costituendo un precedente concreto (non più una semplice possibilità), possa offrire l’occasione per futuri condizionamenti alla libertà dei Pontefici: si potrebbe creare l’aspettativa di un Papa “efficiente” e “in salute”, con pressioni per la rinuncia di un Papa che sia ritenuto debole o malato.
Bisogna però ricordare che le pressioni sui Papi, di diverso tipo e intensità, ci sono sempre state: alcuni sono stati incarcerati e deportati…

Benedetto XVI ha valutato questi aspetti, ritenendo che per il bene della Chiesa – attuale e futura – i lati positivi della sua decisione superassero i rischi ad essa connessi.
L’elemento centrale da considerare è che egli ha assunto la sua decisione in piena autonomia, preservando così la piena libertà decisionale dei futuri Pontefici.

È infatti l’assoluta libertà e autonomia decisionale del Papa che garantisce la sacralità dell’ufficio.
Nella convinzione dei credenti, tale autonomia decisionale è stata voluta da Cristo (potere di “legare e sciogliere” e di “confermare i fratelli”) ed è assistita dallo Spirito Santo. Del resto, lo Spirito Santo che ha ispirato gli atti del Papa durante il suo pontificato è lo stesso Spirito Santo che lo ha ispirato nella decisione sofferta – e lungamente meditata – della rinuncia.

Non dimentichiamo che anche Cristo preannunciò agli apostoli il momento della separazione, suscitando in loro sbigottimento e smarrimento…

Ciò detto, non bisogna nemmeno negare l’elemento di novità contenuto nel gesto del Papa.
La novità non risiede – per i motivi esaminati – in un mutamento della natura profonda del ministero petrino, in una cesura con la Tradizione.
Piuttosto, la novità risiede nell’attualizzarsi di una modalità eccezionale di esercizio di questo ministero, già contemplata nella dottrina tradizionale ed oggi più idonea - secondo la lettura dei “segni dei tempi” effettuata da Benedetto XVI – a dare risposta a una situazione parimenti eccezionale.
I futuri Pontefici dovranno valutare se si ripresenteranno situazioni di eccezione e se sarà opportuno riproporre, in tali situazioni, questo tipo di risposta.


Le ragioni generali della rinuncia di Benedetto XVI
In astratto, quindi, le “dimissioni” di un Papa sono ammissibili e non intaccano la “sacralità” e autorevolezza del suo ufficio.

Ma quali sono state, in concreto, le ragioni che hanno indotto Papa Ratzinger a questo gesto?

Le parole pronunciate all’atto della rinuncia sono abbastanza chiare: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”.

La decisione, quindi, è stata determinata dal concorso di due circostanze eccezionali: da un lato la situazione particolare del mondo e della Chiesa, dall’altro la fragilità delle condizioni di salute di un Papa.

La particolarità di questo momento storico dovrebbe essere evidente a tutti, senza il bisogno di ricorrere a pettegolezzi e fantasie su complotti.

Assistiamo innanzitutto ad una trasformazione epocale e velocissima non solo degli assetti sociali, ma anche dell’idea stessa di uomo, che molti vorrebbero prometeicamente – e faustianamente - rimodellare nella sua natura più profonda: identità sessuale, diritti fondamentali (vita, libertà religiosa), istituzioni in cui forma la sua personalità (famiglia) e – persino – identità genetica. La cosiddetta “questione antropologica”, insomma, la cui deriva non è governata ma subita dall’uomo moderno, paralizzato dal relativismo.

Abbiamo assistito alle difficoltà di molti uomini di Chiesa nell’ammettere prontamente ed emendare i proprî peccati. Si trattava magari di peccati risalenti a decenni fa (scandali legati alla pedofilia), magari numericamente esigui, ma non per questo meno laceranti per la coscienza dei credenti e di tutti gli uomini che dalla Chiesa si attendono una condotta conforme al messaggio annunciato.

Abbiamo assistito a divisioni interne al corpo della Chiesa, con suoi esponenti prigionieri di rivalità personali, di astrazioni ideologiche, del desiderio di compiacere la “pubblica opinione”, anche al prezzo di critiche ingenerose verso lo stesso Pontefice.

Abbiamo assistito, infine, a virulente campagne di aggressione nei confronti della Chiesa, considerata l’ultimo baluardo contro la manipolazione delle coscienze individuali.

Benedetto XVI ha delineato con straordinaria lucidità la natura dei problemi dell’umanità contemporanea, componendo un magistero che continuerà a costituire un punto di riferimento ineliminabile per le coscienze – laiche e religiose – più avvedute. Ha condotto un’operazione di pulizia morale e trasparenza totali. Ha lavorato incessantemente per ricostruire una piena unità di intenti nella Chiesa, rilanciando il Concilio Vaticano II nel suo significato più autentico.

Ha segnato la strada, insomma. Ma ha deciso di passare la mano nel momento in cui ha ravvisato l’esigenza di energie nuove e vigorose per percorrere questa strada, che resta impervia.


Una ragione “speciale” della rinuncia di Benedetto XVI
Il quadro che abbiamo delineato, individuando le ragioni alla base della rinuncia di Benedetto XVI, non si basa su rivelazioni sconvolgenti: riassume le analisi più avvedute che sono state proposte in queste settimane. Anche le questioni più riservate a conoscenza del Papa, a nostro parere, si dovrebbero inserire in questo insieme.

Un supplemento di riflessione, però, si rende necessario.

Un Papa – come visto - può “dimettersi” legittimamente senza che ciò significhi intaccare la sua funzione.
In presenza di circostanze eccezionali – seppure mai identiche - sono possibili due opzioni, come quelle cui abbiamo assistito negli ultimi due pontificati. Come spiega il prof. Pietro De Marco (citato da Sandro Magister su L’espresso del 7 marzo), “Papa Karol Wojtyla affidò al carisma del suo corpo malato un guadagno spirituale per la Chiesa che sovrastasse la crescente inefficienza del suo governo. Mentre Benedetto XVI affronta un rischio simmetrico: affida il governo della Chiesa, cioè il suo "bene", alle forze integre di un suo successore, invece che ai benefici spirituali offerti da un prolungato consegnarsi alla propria debolezza, restando in carica. Il carisma di Giovanni Paolo II e la razionalità di Benedetto XVI sono le due facce inscindibili dei due ultimi pontificati”.
Entrambe le opzioni sono legittime, affidate al discernimento del Papa regnante (e al consiglio dello Spirito Santo).

Ma perché l’opzione di Benedetto XVI non veniva presa in considerazione da secoli?

La Chiesa attraversa un momento storico particolarmente critico, è vero. Ma certamente non è il momento più critico della sua storia. Eppure da oltre sette secoli nessun Papa, anche se vecchio e malato, ha deciso di far fronte a situazioni drammatiche con le sue dimissioni. (A dire il vero molti hanno preso in seria considerazione l’ipotesi, per svariati motivi: in tempi più recenti Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II).

Per trovare una risposta, bisogna ricordare che nel passato, quando in un Papa si attenuava il vigore, allora si estendeva il raggio di azione e di influenza della curia romana. Una struttura sviluppatasi proprio per rafforzare l’istituzione del papato: per sostenere l’azione del Pontefice quando è nel pieno delle forze, ma anche per garantire continuità di governo quando l’azione del successore di Pietro si fa debole (o addirittura quando trascorre troppo tempo tra la morte di un Papa e l’elezione del successivo).

La forza della Chiesa cattolica, però, risiede proprio nel carattere monocratico della figura di vertice, il Papa, che garantisce tanto l’unità simbolica quanto la coerenza dell’insegnamento e dell’azione.
La curia, invece, è un organo collegiale, inevitabilmente soggetto a divisioni. La sua “supplenza” è possibile solo per periodi brevi, e se gli eventuali contrasti – anche in buona fede, sulle linee da seguire – non diventano troppo evidenti e quindi fonte di disorientamento per i fedeli (oltre che appiglio per campagne esterne di denigrazione).

Ebbene: nel XXI secolo, nell’età dell’informazione totale e invasiva, è diventato quasi impossibile “nascondere” debolezze o divisioni. L’esigenza di un governo della Chiesa forte e unitario è diventata ancora più pressante che in passato.

La vera novità, la ragione “speciale” della rinuncia del Papa, quindi, va a nostro avviso ricercata nel potere decisivo che oggi ha assunto la dimensione dell’informazione.

Un problema simile – se ci è perdonato il paragone tra sacro e profano – lo hanno i regnanti e i governanti di oggi, i quali non possono più tener celate, come avveniva in passato, “scappatelle” di vario genere…

Papa Ratzinger deve aver avuto ben presenti le difficoltà dell’ultima parte del pontificato di Giovanni Paolo II: il Papa sofferente attirava l’ammirazione e l’affetto di tutto il mondo, ma molti nodi di governo (anche gravi: il caso Maciel, un’azione ancor più risoluta contro alcune coperture di casi di pedofilia, ecc.) restavano insoluti.

Benedetto XVI deve aver temuto il ripetersi di questo scenario, che sarebbe stato oggetto di speculazioni impietose da parte dei media. Per cui ha ritenuto di avere esaurito il suo compito e di dover passare la mano ad una guida più salda.
D’altronde, come ha ricordato ai fedeli riuniti il 27 febbraio per la sua ultima udienza generale, “ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è Sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto”.


Giudizio Utente: / 7

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