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Politica - Notizie e Commenti
Primarie: nuova frontiera della democrazia o moda propagandistica? Stampa E-mail
L’iniziativa introdotta in Italia dalla sinistra
      Scritto da Giovanni Martino
10/12/12
renzi_bersani.jpgLe “primarie” sono una consultazione interna a un partito, o a una coalizione, per selezionare i candidati alle elezioni per una carica pubblica.

In Italia le primarie si stanno affermando come strumento per “dare più potere ai cittadini”; per impedire che l’elettorato   si ritrovi davanti, al momento delle elezioni, a candidati “scelti dagli apparati dei partiti”.

Sono quindi la nuova frontiera della democrazia? I partiti che (ancora?) non le utilizzano sono meno democratici?

Diciamolo subito: le cose non stanno proprio così.

Le primarie possono essere uno strumento utile – o addirittura necessario – nel contesto di particolari sistemi elettorali e se vengono rispettate determinate regole. E portano con sé, in ogni caso, una serie di controindicazioni.

In mancanza di determinati requisiti sono uno strumento che risponde non a logiche di democrazia, ma di propaganda o di equilibri di potere.

A che cosa servono le “vere” primarie
Una prima considerazione: tra i grandi Paesi democratici, le primarie per selezionare i candidati a cariche esecutive (Presidente, Governatori) vengono utilizzate soltanto negli Stati Uniti. Questo è possibile perché in quel Paese esiste l’elezione diretta delle cariche esecutive: i cittadini che scelgono un candidato sanno che questo concorrerà realmente all’elezione per quella carica.

Ad oggi, questo esempio è stato seguito da altri Paesi una sola volta: nel 2011 dal Partito Socialista (PS) francese, per scegliere l’avversario di Sarkozy alle elezioni presidenziali. Poiché il candidato selezionato, Hollande, è divenuto poi presidente, e sarà quindi ricandidato automaticamente nel 2017, dovremo attendere il 2021 (!) per sapere se i socialisti francesi ripeteranno l’esperimento (o il 2016 per vedere se vi si cimenteranno i gollisti).

Esistono poi le primarie per selezionare i candidati alle elezioni dei membri di assemblee rappresentative. In questo caso l’esempio USA è stato imitato solo dai partiti inglesi, negli ultimi decenni. Anche in questo caso si tratta di primarie “vere”, perché si seleziona il candidato a elezioni che si svolgono col sistema uninominale: ogni collegio esprime un solo eletto, per cui il candidato selezionato con le primarie concorrerà realmente all’elezione per la carica di parlamentare.

Come si svolgono le vere primarie
Negli USA, il solo Paese che ha una tradizione consolidata nelle primarie, queste consultazioni sono regolate per legge (sia pure con modalità diverse da Stato a Stato). Infatti, poiché hanno un’incidenza reale sulle istituzioni, non sono considerate “fatti interni” dei partiti. Le regole precostituite garantiscono chiarezza sia sull’impegno organizzativo ed economico necessario per tenerle (i brogli non sono concepibili) sia sugli equilibri politici che possono determinare (le regole non possono essere ritagliate di volta in volta sul candidato di apparato).

Le conseguenze delle vere primarie
Laddove c’è elezione diretta a cariche pubbliche, le primarie sono uno strumento pressoché necessario. L’unica alternativa potrebbero essere assemblee degli iscritti dei partiti, che però è più difficile sottoporre a regole di garanzia esterna.

La conseguenza di un sistema costruito su elezioni dirette e primarie (soprattutto se si tratta di primarie “aperte”, non limitate a cittadini registrati come simpatizzanti di un partito), però, è la fine dei partiti come organismi capaci di mediare interessi diversi sulla base di una chiara base di valori. "Al Congresso Usa i partiti non sono altro che coalizioni fluide di imprenditori politici che ottengono l’elezione con risorse loro proprie e che emettono messaggi quanto mai difformi. (...) le primarie negli Usa, anziché democratizzare i partiti, ne hanno provocato la scomparsa"  (Jonathan Hopkin, Elezioni primarie e crisi dei partiti).

Esaminando gli argomenti di Grillo, abbiamo già ragionato sul fatto che non sono i partiti in sé il male della politica (casomai la loro degenerazione).

Quando le primarie non sono possibili
Se non c’è elezione diretta della carica esecutiva, oppure se non c’è il collegio uninominale per l’elezione a membro di un’assemblea, le elezioni primarie sono una finzione giuridica.

Nel caso delle cariche esecutive, se il sistema è parlamentare, il Primo Ministro è normalmente incaricato dal Capo dello Stato e deve ottenere la fiducia del parlamento.

In un sistema bipartitico, ci sono buone possibilità – ma non la necessità – che un candidato premier designato con consultazioni primarie possa effettivamente avere, se il suo partito vince le elezioni, la fiducia del parlamento, e quindi l’incarico del Capo dello Stato.

In un sistema pluripartitico, le primarie di partito sono inutili, perché la maggioranza parlamentare dovrà essere di coalizione.

Potrebbero essere indette primarie di coalizione, ma ciò penalizza i partiti minori della coalizione: questi sono necessari per vincere le elezioni (e governare), ma si ritroverebbero ridotti ad una funzione insignificante rispetto al partito di maggioranza relativa.
Servirebbero quindi, in ogni caso, accordi preventivi tra partiti: “io non mi candido e sostengo il tuo candidato, in cambio di ...”.
Inoltre, gli accordi preelettorali, basati su sondaggi o elezioni precedenti, potrebbero rivelarsi superati da risultati a sorpresa nelle elezioni.

Discorso simile può essere fatto per i membri delle assemblee rappresentative.

Se il collegio non è uninominale, con le primarie bisognerebbe selezionare la lista dei candidati. Sistema certamente molto migliore delle liste bloccate attualmente in vigore in Italia. Ma con il sistema delle preferenze durante le elezioni vere e proprie si ha in pratica lo stesso risultato; il tutto con maggiore semplicità, in un quadro di garanzie – la macchina elettorale pubblica – molto maggiore di quello che è in grado di offrire un singolo partito, e con una partecipazione ancora più larga (l'intero corpo elettorale).

Se il collegio è uninominale, ma non a turno unico, si ripropone il problema dell’accordo -  preventivo oppure tra i due turni - tra coalizioni.

Le primarie “finte” in Spagna e Italia

Le primarie, introdotte in Paesi i cui sistemi elettorali non rispondono ai requisiti per renderle “vere”, hanno quasi sempre assunto il sapore di una finzione propagandistica o il significato di rafforzare determinati equilibri di potere.

In Spagna, nel 1998, il Partito Socialista (PSOE)  indisse primarie per i candidati a cariche elettive (anche se queste non erano ad elezione diretta), ma non per i candidati a membri delle assemblee rappresentative (che restavano così stretta emanazione dell’apparato di partito). Il segretario del partito, Joaquín Almunia, intendeva semplicemente rafforzare la sua leadership, con un’investitura popolare a candidato Presidente del Governo. A sorpresa, però, vinse l’outsider Josep Borrell.
Vittoria della “base”, dunque? Niente affatto. In pochi mesi Borrell fu coinvolto in una serie di scandali, senza ottenere solidarietà dal PSOE (qualcuno insinuò che quegli scandali fossero stati alimentati dagli stessi compagni socialisti). E, prima ancora che si svolgessero le elezioni politiche, fu costretto a cedere il passo ad... Almunia!

In Italia le primarie furono volute da Prodi nel 2005. Il professore bolognese era restato scottato dall’esperienza del 1998, quando era stato sfiduciato dal Parlamento per il venir meno di parte della maggioranza (Rifondazione Comunista) che lo aveva sostenuto alle elezioni del 1996. Come se non bastasse, gli altri partiti della sua maggioranza non avevano ritenuto di restituire la parola agli elettori, ma lo avevano sostituito con D’Alema.

Prodi attribuì questo “tradimento” ad una sua debolezza: avere una forte immagine presso l’elettorato, ma non un suo partito capace di sostenerlo. Quando fu richiamato “alle armi”, in vista delle politiche del 2006, accettò solo a condizione di ottenere un’investitura simbolica forte con il nuovo strumento delle “primarie” della coalizione, la cosiddetta “Unione” (che raccoglieva tredici partiti). Le primarie, quindi, non servivano a scegliere davvero il candidato, visto che nessun esponente di peso del maggior partito della coalizione, i DS, sfidò Prodi (i concorrenti erano Bertinotti, Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio, Scalfarotto, Panzino...). Le primarie servivano semplicemente a rafforzare un leader debole, espresso da un accordo preventivo; e sottoporre a una “conta” i leader dei partiti più piccoli, in vista della spartizione dei collegi uninominali (al momento dell’indizione delle primarie la legge elettorale era ancora il c.d. “mattarellum”; la nuova legge elettorale, proporzionale a liste plurinominali bloccate - il c.d. “porcellum” -, non era ancora stata approvata).

Prodi era debole senza primarie e lo restò anche con quelle, visto che il suo Governo durò solo due anni...

Nel frattempo, infatti, il nuovo PD (nato dalla confluenza di DS e Margherita) aveva pensato di istituire le "primarie" per l’elezione a segretario. In quel caso le chiamarono "primarie" del tutto a sproposito (ma ormai il termine era diventato di moda), perché non era una consultazione finalizzata ad individuare il candidato ad una carica pubblica: si trattava, semplicemente, dell'elezione diretta di un segretario di partito. Però anche Veltroni voleva il suo bagno di folla, e lo ottenne nel 2007.
Ancora una volta si trattava della ratifica di una decisione già assunta a tavolino dall’apparato di partito, che aveva consentito partecipassero - come avversari di Veltroni - esponenti non di primo piano in cerca di visibilità (Enrico Letta, Rosy Bindi e gli sconosciuti Adinolfi, Pier Giorgio Gawronski, Schettini): per dare un’impressione di democrazia, senza però mettere a repentaglio una larga vittoria del prescelto. “Forte” di quel consenso, Veltroni iniziò a scavare il terreno sotto i piedi a Prodi (imitando il D’Alema di dieci anni prima): parlando di PD a “vocazione maggioritaria” (e scaricando così gli alleati che in quel momento ancora appoggiavano il governo Prodi); stringendo accordi sottobanco con Berlusconi per disegnare in chiave di confronto diretto la nuova competizione elettorale. Che ovviamente perse.

Dopo Veltroni, anche Bersani non poté fare a meno di un'ampia consultazione popolare per diventare Segretario nel 2009 (con i soliti sfidanti di contorno: Franceschini e Marino).

La sfida Bersani-Renzi: primarie “vere”... solo in parte
Lo statuto del PD “a vocazione maggioritaria” prevedeva che il Segretario del partito fosse automaticamente candidato alla carica di Presidente del Consiglio.

Ma Bersani si era accorto che la prospettiva non era più realistica, che bisognava stringere di nuovo accordi a sinistra (Vendola), che la sua figura aveva bisogno di un’ulteriore iniezione di consenso in una fase di rigetto dei cittadini verso la politica.

Quindi... nuove primarie per la candidatura a Presidente del Consiglio in vista delle politiche 2013.

Anche se, rispetto alle precedenti, le primarie del 2012 hanno visto per la prima volta un elemento di vera competizione, con la candidatura di Matteo Renzi.

Se avesse vinto, probabilmente, avrebbe fatto la “fine” dello spagnolo Borrell: il partito non gli avrebbe consentito di essere davvero leader in vista delle elezioni, giudicandolo poco ‘omogeneo’. Lo avevano già preannunciato i D’Alema, i Fassina, le Bindi, giudicando l’eventuale vittoria di Renzi un “pericolo per l’unità del partito”.

La candidatura Renzi, però, ha certamente introdotto un elemento di rottura nella liturgia delle primarie “finte”, nel senso di consultazioni volte a dare copertura ad assetti di potere già definiti.

Primarie “vere”, quindi, nel senso che sono state realmente combattute. Ma ancora “finte” nel senso che abbiamo in precedenza descritto: non sono state consultazioni utili a designare davvero il candidato alla carica elettiva in questione. Non è detto che l’alleanza PD-SEL abbia la maggioranza assoluta nel prossimo parlamento e che, quindi, Bersani diventi Presidente del Consiglio.

Inoltre, sono mancate le regole certe: l’apparato PD le ha modificate (primarie “chiuse” anziché “aperte”) proprio per blindare la vittoria di Bersani (sono state cambiate anche le regole che non avrebbero consentito a Renzi di candidarsi: ma questa modifica è stata fatta sulla base di un calcolo preciso, e rafforza l’osservazione sulla disinvoltura con cui le regole sono state modificate).

Del resto, la diffidenza dello stesso PD verso le primarie si vede da un elemento molto chiaro: le primarie non vengono organizzate sempre, per tutte le cariche elettive (Presidenti delle Regioni, Sindaci, ecc.), ma solo in alcuni casi, seguendo particolari calcoli di convenienza.

Che cosa resta delle primarie all’italiana
Possiamo dire, almeno, che la competizione ha tracciato la via verso una maggiore partecipazione dei cittadini, una via di non ritorno?

Possiamo dire che tutti i partiti farebbero bene a seguire l’esempio del PD?
Beh, lo spirito con cui Alfano insegue le primarie nel PDL non sembra molto diverso da quello che ha caratterizzato le finte primarie del PD: avere un’investitura dal basso che rafforzi la sua autorità (che gli dia il “quid”?), affrancandosi dall’etichetta di “designato” da Berlusconi. Anche in questo caso, peraltro, si tratta di un disegno sostenuto dai maggiorenti del partito.

Forse le recenti primarie possono aver dato uno scossone ad una vita politica ormai autoreferenziale. Ma non bastano.

In assenza di un sistema elettorale ad elezione diretta delle cariche esecutive (o uninominale per le assemblee), nonché in assenza di regole chiare e stabili, le primarie sono destinate a non mantenere le promesse: all’illusione seguirà la delusione.

Ed anche qualora si affermi un movimento di riforme istituzionali verso un sistema “all’americana”, bisognerà riflettere se sia la scelta davvero migliore per rafforzare la volontà popolare.

O se non sia preferibile scegliere la strada di una riforma elettorale capace di dare più peso agli elettori (riforma che il PD e Berlusconi, guarda caso, non vogliono...); di una vera democratizzazione dei partiti (nello spirito della Carta costituzionale); di riforme del sistema politico-economico che impediscano l’invadenza dei partiti nella vita sociale ed economica, facendone venir meno la tentazione di farsi sistemi di potere totalizzanti.

Giudizio Utente: / 3

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