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Religione e societą - Notizie e Commenti
Cristianesimo e identitą europea Stampa E-mail
Il secolare confronto con la cultura atea e il potere politico
      Scritto da Matteo Veronesi
12/11/12

La cultura atea (dal Settecento razionalista e illuminista all'Ottocento positivista, materialista e riduzionista, fino agli odierni New Atheists, che riprendono  e banalizzano, ora su base pseudostorica e pseudofilologica, ora in un'ottica scientistica, rozzamente e meccanicamente appiattita su di un determinismo biologico ed evoluzionistico, tradizionali e ormai triti argomenti antireligiosi) ha cercato e cerca non solo di negare ogni trascendenza, ogni possibilità di un ordine superiore e di una rivelazione metafisica, ma addirittura di rimettere in forse la storicità stessa, l'esistenza stessa di Cristo.


Cristo, uomo e Dio al centro della storia

In realtà, la storicità di Cristo è attestata anche da fonti extrabibliche: Tacito, Svetonio, Plinio il Giovane, Giuseppe Flavio (il cosiddetto Testimonium Flavianum, di autenticità lungamente discussa, viene però oggi considerato sostanzialmente autentico, malgrado possibili interpolazioni minori, dalla maggior parte degli studiosi).

Agli occhi dell'ebreo Giuseppe Flavio, appunto, Gesù era artefice di opere sovrumane, quasi divine. Nulla a che vedere con le rappresentazioni gravemente offensive che non mancano nella successiva letteratura giudaica, dal Talmud alle Toledot Yeshua, che ne fanno addirittura il figlio di una prostituta e di un soldato.

Né si potrà sostenere, come pure si è fatto, che Cristo non abbia mai proclamato la propria divinità, che l'idea di Cristo come figlio di Dio sia solo un'invenzione tardiva, imposta dalle istituzioni, e che la fondazione del mistero eucaristico e della Chiesa come istituzione non trovino ragion d'essere nelle scritture: «Io sono nel Padre e il Padre è in me»; «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare», e «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre»; l'espressione «Figlio dell'Uomo» non nega la divinità di Cristo, ma designa tanto l'autentica e profonda umanità del Verbo incarnato, quanto l'idea di Dio, del Dio-Uomo e dell'Uomo-Dio come inarrivabile ed archetipica perfezione a cui l'ideale dell'umanità può essere condotto ed innalzato («archetipo disceso fra noi dal Paradiso», dirà Kant, razionalista, ma insieme animato da una profonda spiritualità pietistica).

Proprio per sostituire il vuoto lasciato dalla dissoluzione dell'idea del Cristo-Dio provocata dal positivismo, Nietzsche proclamerà la morte di Dio come preludio alla nascita dell'Oltreuomo; ma, in pari tempo si domanderà, angosciato, chi, morto Dio, salverà l'uomo.

Analogamente, l'Ultima Cena fonda il mistero eucaristico; l'investitura di Pietro («Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa») fonda la Chiesa Cattolica Apostolica Romana (com'è confermato dalle ricerche di Margherita Guarducci, che ha riportato alla luce il sepolcro di Pietro nel sottosuolo del Vaticano); la divinità di Cristo era già ben chiara, e oggetto di celebrazione, agli occhi delle prime comunità cristiane, i cui adepti, dice Plinio il Giovane, «carmen Christo quasi deo dicunt secum invicem».

Certo, il Cristianesimo non nasce dal nulla. La sua matrice è decisamente ebraica. Inoltre, esso pare prefigurato da certi aspetti misterici ed iniziatici dei culti orfici e dionisiaci (il rapporto diretto con la divinità, fino al simbolico cannibalismo rituale; l'idea dello smembramento del Logos che si effonde, si trasmette e si comunica alla collettività dei fedeli, pur se in modo ormai simbolico ed incruento, eppure sulla base della credenza nella transustanziazione, ovvero nell'effettiva presenza della carne e del sangue di Cristo nel pane e nel vino) come pure dal culto solare del dio Mitra (si pensi, a riscontro, all'iconografia del Christus Sol Oriens). Cristo fu, con tutta probabilità, legato alla setta degli Esseni, «figli della luce» persuasi di una contrapposizione gnostica fra luce e tenebre, spirito e carne, vincoli della materia e purezza dell'intelletto e dell'anima.


Un messaggio rivoluzionario

Ma il messaggio del Cristianesimo, nel suo predicare non solo l'amore, la fratellanza, il perdono, ma addirittura l'amore per i nemici e il bene da rendere in cambio dell'odio, rappresenta una rottura decisiva e rivoluzionaria sia rispetto all'etica classica della gloria, dell'impegno civile, o di una più blanda e generica philanthropia, sia rispetto all'ideologia tanto spesso bellicosa e vendicativa dell'Antico Testamento (sebbene certi passi di Isaia, per non fare che un esempio, già prefigurassero tempi messianici di pacificazione universale, in cui le spade sarebbero divenute vomeri, e l'umanità, con tutte le sue genti, sarebbe risalita, concorde, lungo il sentiero che conduceva al Tempio del Signore).

Inoltre, il rifiuto (che motivò le feroci persecuzioni anticristiane) di rendere onori divini all'imperatore, e la polemica contrapposizione dell'euanghelion – “vangelo, lieto annunzio” - come divina Rivelazione all'euanghelion precedentemente inteso come annuncio del genetliaco del sovrano, pongono indirettamente le basi per la moderna separazione fra potere politico e sfera religiosa, la cui fusione è invece base di ogni integralismo.


Potere politico e sfera religiosa

Certo, non mancarono, nella storia, specie nel Medioevo, alleanze opportunistiche e torbide, alternate a periodi di contrasto, fra i due poteri, fra i due Soli, fra la Spada e il Pastorale, di cui Dante lamentava la malaugurata congiunzione; ma la Chiesa si trovò spesso (come mostra ancora Dante in modo emblematico: «e nel vicario suo Cristo esser catto») a dover salvaguardare la propria sempre minacciata autonomia.

Dove la Chiesa fu priva di un braccio secolare che la sostenesse (basi pensare ai paesi comunisti - e oggi alla Cina, al Vietnam, alla Nigeria, a certe regioni dell'India...), essa ha dovuto nuovamente subire persecuzioni e vessazioni, e si è vista minacciata nella sua stessa legittimità, e nella sua stessa sopravvivenza.

La violenza verbale e dialettica, l'astio profondo e beffardo di molta odierna cultura atea pare avere, come fine, quello di un analogo annientamento in nome di una “libertà”, di un “progresso” e di una “democrazia” non sempre definiti con precisione, e non necessariamente benèfici e condivisibili.  

La laicità, e peggio il laicismo, non sono sinonimo di neutralità e di pacificazione, nella misura in cui portano a marginalizzare e a svilire quella componente religiosa che è, almeno in linea di principio, componente essenziale di ogni identità culturale.

L'ateismo di Stato non porta al rispetto alla convivenza di tutti i credi, ma al loro annientamento.


Cristianesimo e illuminismo

L'Illuminismo, facendo propri ed ipostatizzando valori di matrice cristiana come libertà, eguaglianza e fraternità (cui il Marxismo, nato dal grembo del messianismo ebraico, affiancò idee anch'esse eminentemente religiose come quella della “redenzione” delle masse oppresse e quella dell' “uomo nuovo” da costruire sulle rovine dell'uomo vecchio, poco importava con quali e quanto brutali metodi quest'ultimo dovesse essere annientato), finì per creare una religione laica, un culto ateo della Dea Ragione che si manifestò, sistematicamente e programmaticamente, con un cieco, feroce e sanguinoso fanatismo (splendidamente e terribilmente ritratto da un intellettuale laico come Anatole France nel romanzo Les Dieux ont soif: gli dei hanno sete, sete di sangue), di cui ben poche persecuzioni religiose (ma comunque esse stesse perlopiù animate, sotterraneamente, da motivazioni politiche che prendevano la religione a pretesto) conobbero l'eguale.

Il primo genocidio della storia moderna fu quello della Vandea. «Non vi è più Vandea, cittadini repubblicani! È morta sotto la nostra libera spada, con le sue donne e i suoi bambini. Ho appena sepolto tutto un popolo nelle paludi e nei boschi di Savenay. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli e massacrato le donne così che, almeno quelle, non partoriranno più briganti. Non ho neppure un prigioniero da rimproverarmi. Ho sterminato tutti». Così scriveva il generale Westermann al Comitato di Salute pubblica: gli storici della Shoah sarebbero ben lieti di avere fra le mani un documento altrettanto limpido di una sistematica e scientifica intenzione genocidiaria.

E, al cimitero di Parigi, la massa di cadaveri prodotta dal Terrore Bianco impose la progettazione di un immenso crematorio, con la forma quanto mai razionale, ed evocativamente massonica, della piramide.

Nelle parole del Michelet, «Un architecte (…) imagina un monument pour la combustion des morts qui aurait tout simplifié. Son plan était vraiment propre à saisir l’imagination (…) Au centre, une grande pyramide, qui fume au sommet et aux quatre coins. Immense appareil chimique qui, sans dégoût, sans horreur, abrégeant le procédé de la nature, eût pris une nation entière» (“Un architetto (...) concepì un monumento per la cremazione che avrebbe reso tutto molto più semplice. Il suo piano era quello di catturare completamente l'immaginazione (...) Al centro, una grande piramide, fumante in alto e ai quattro angoli. Un enorme impianto chimico che, senza disgusto, senza orrore, abbreviando il corso della natura, catturò un’intera nazione”). Lo scientifico ed asettico annientamento di un intero popolo era già sistematicamente delineato, secondo una logica cui non era certo estraneo lo spirito anticristiano.

Il primo genocidio della storia moderna, lo si voglia o no, fu perpetrato contro la religione, contro la tradizione, contro il passato, in nome del progresso e della libertà.

Del resto, l'avversione per la religione condusse Voltaire a divenire uno dei padri dell'antisemitismo moderno, per via dell'odio, logico e consequenziale, nei confronti di quello che era il popolo per antonomasia di Dio, della Fede e del Libro. 

Analogamente, si potrebbe dire, in nome di una suprema razionalità, di un Logos ancora astratto e disincarnato, e per questo ancor più dogmatico, inumano, senza perdono (che per Panezio, Posidonio, Lelio, Polibio, ideologi del circolo degli Scipioni, e poi per Elio Aristide e per il Plinio del Panegirico a Traiano, guidava la storia, e trovava nelle istituzioni romane la sua eterna ed immutabile manifestazione terrena), tanto gli Ebrei, quanto i Cristiani, quanto gli Stoici dissidenti in età neroniana (devoti all'homo interior, al primato dell'interiorità e della coscienza rispetto alla pomposa esteriorità e alle dispotiche imposizioni del potere costituito), e prima ancora i devoti di Dioniso, orgiastici, visionari e ancora brancolanti profeti della sovrarazionale fede nella risurrezione della carne, furono sottoposti a persecuzione e martirio.


Logos cristiano e idealismo

Viceversa, come ricordava Benedetto Croce in Perché non possiamo non dirci cristiani, la matrice stessa dell'idealismo hegeliano (tutt'altro che astrattamente e misticamente spiritualistico, anzi panlogistico, e profondamente connesso al divenire storico) poteva essere ricondotta al mistero della Trinità e dell'incarnazione.

Decisamente, originalmente cristiana (e forse anticipata, solo in parte, nebulosamente, dai miti indoeuropei dello spirito divino che si manifesta in Krishna e delle diverse, successive incarnazioni di Buddha) è l'idea del Logos che si fa carne, dell'eterno che entra nel tempo, di un ordine divino che si manifesta nella storia all'atto dell'incarnazione, così come lo Spirito, l'Idea, l'Assoluto discendono, si declinano e si alienano nella Natura, nel Mondo, nell'accadere.

Certo, nella versione più matura di Hegel la filosofia verrà posta come una fase successiva, più alta, più compiuta, più lucidamente autocosciente, dell'attività dello Spirito.

Ma, a quel punto, la filosofia, più che superare la religione, cercherà di soppiantarla, di divenire essa stessa una religione assoluta, una razionalità quasi dispotica, che sfocerà nello stato etico, norma principio e fine a se stesso, con tutte le insidiose implicazioni totalitarie che ciò può comportare (mentre la pur così ordinata, solida e sistematica civitas agostiniana è pur sempre un'istituzione umana che cerca, umilmente, gradualmente, faticosamente, attraverso un'infinita sequela di cadute e di erramenti, di ricongiungersi e collimare con la perfezione e la purezza, già date ab aeterno, dell'archetipo divino, della Gerusalemme celeste).

«Questi è il figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Qui è già prefigurata l'autocoscienza dello spirito che si specchia in se stesso, che conosce se stesso, che assurge a conscientia sui, a noesis noeseos in termini aristotelici. Ma, in questa sua prima formulazione, l'autocoscienza del Logos che si incarna nella storia non è raggelata dal freddo raziocinio, dalla solitudine del pensiero puro e scorporato, ma accompagnata e raccesa dalla gioia e dal calore dell'amore e dell'esperienza.

Il giovane Hegel, memore dell'esperienza cristiana, per esemplificare la dinamica della triade dialettica porterà l'esempio dell'amore. Più tardi, affermato il primato assoluto della filosofia sulla religione, delineerà una dialettica dell'odio, della contrapposizione, della guerra, del vicendevole annientamento, o “superamento”. Questa inversione di tendenza, questo mutamento di segno sono, anche alla luce delle sue successive implicazioni storiche e politiche, non certo privi di conseguenze.

Ancora una volta, non si può escludere che il razionalismo ostinato e troppo fiducioso in se stesso, il panlogismo, l'idea di un progresso unilineare e inesorabile, di un'inalterabile ed infallibile “epopea dello Spirito”, comportino, ben più di un ordine divinamente fondato, infuso ed illuminato da una sfera superiore, il rischio dell'autoritarismo. 

Molto si è discusso, specie in relazione alla Costituzione Europea, sulle «radici cristiane dell'Europa» (infine non menzionate in tale Costituzione).


Le “radici” dell’Europa

Si è obiettato che le radici dell'Europa sono piuttosto greco-latine, o illuministiche, insomma tendenzialmente laiche e razionalistiche.

Certo, nel campo spirituale, le tre grandi religioni monoteistiche, pur diverse e in contrasto anche violento nel corso della storia (com'è noto, l'Ebraismo non riconosce in Cristo il Messia, mentre l'Islam vi vede solo uno dei tanti profeti, e accusa il Cristianesimo di politeismo per via della credenza nella Trinità), se da un lato differiscono sotto l'aspetto dottrinale, dogmatico, istituzionale, strutturale, dall'altro coincidono, per larga parte, nelle loro esperienze mistiche, che presentano significativi tratti comuni: il rapporto diretto, intimo, con la divinità; il riconoscimento dell'ineffabilità, dell'inesprimibilità della visione e dell'esperienza del divino, il che porta a fare silenzio nel profondo dell'anima per ascoltare la voce silenziosa di Dio; il motivo della radiosa luce divina, o meglio della luminosissima tenebra, che nessuno sguardo può sostenere, e che dunque è pura luce intellettuale; il motivo, analogo, della musica universale e celeste che nessun suono umano e fisico può tradurre ed esprimere.

Nella stessa misura in cui divergono, in cui sono distanziate e addirittura bellicosamente contrapposte dalla verbosità criptica ed istituzionale di certe enunciazioni dogmatiche, prescrizioni rituali e strutture gerarchiche, le grandi esperienze religiose paiono invece accomunate e avvicinate dall'autenticità profonda, dalla spontaneità meditata e riflessa, dell'esperienza mistica.  

Dante, poeta cristiano per eccellenza, ebbe nell'islamico Liber Scalae Machometi, con la sua potente visione del Trono di Luce su cui è assisa la Divinità, e del Libro di Luce in cui è scritto il suo Verbo, una possibile fonte d'ispirazione.

Ad ogni modo, tornando al rapporto tra la sfera religiosa e quella del potere, della libertà o dell'oppressione, dall'età ellenistica alla tarda antichità paleocristiana dei padri della Chiesa fino al Medioevo della Scolastica, di Dante e di Petrarca, e poi all'Umanesimo (si rammenti che la dignità dell'uomo, così cara agli umanisti, è concetto di matrice cristiana, non scindibile dall'idea dell'uomo come immagine di Dio: nelle parole di Bernardo di Clairvaux, «O imago Dei, agnosce dignitatem tuam»; e, per Pico della Mirandola, l'uomo raggiungerà il culmine del proprio compimento se diverrà «unus cum Deo spiritus, in solitaria Patris caligine»), la cultura classica si conciliò, in vari modi e misure, con quella ebraico-cristiana: dagli sviluppi che, in àmbito ebraico, le nozioni di Logos e di Intelletto Divino ebbero in Filone e in Maimonide, al Discorso ai giovani di Basilio di Cesarea (non a caso apprezzato e tradotto dagli umanisti fiorentini), al Christus patiens, straordinaria tragedia in stile euripideo, opera di Gregorio di Nazianzo, in cui due elementi apparentemente inconciliabili (la hybris, la colpa inconscia e sovrapersonale, della tragedia greca e il “peccato” in senso cristiano, forma, del resto, ineluttabile ed umanissima del Male) trovano una potente sintesi poetica e drammaturgica, fino al Petrarca delle Epistulae metricae, pervase da un Virgilio reinterpretato cristianamente.

La Scolastica, con la dottrina della duplex veritas, di fede e di ragione, che derivando entrambe da Dio possono e devono coesistere, non fu certo inconciliabile con l'idea di un progresso scientifico; del resto, pensatori scolastici furono quei calculatores oxoniensi che posero le basi degli studi sull'inerzia, se non addirittura del calcolo infinitesimale.

La condanna di Galileo (egli stesso formatosi al Collegio Romano, alla scuola di uno scolastico innovativo e audace come Domingo de Soto, che poté influenzarlo per la dottrina delle species e delle qualitates intrinseche, insite negli elementi e nelle forze), pur dolorosa, matura in un contesto di incertezza dottrinale.

Il moto della terra non era stato dimostrato. Nel momento in cui Galileo cerca di offrire una prova della sua teoria, sbaglia, attribuendo al moto della terra, e non all'attrazione lunare, il fenomeno delle maree.

Il dottissimo, e tanto vilipeso, Cardinale Bellarmino era il primo ad ammettere che, qualora le sacre scritture fossero state dimostrate, al di là di ogni dubbio, essere in palese contrasto con i dati di fatto, allora non i fenomeni sarebbero dovuti essere negati, ma l'interpretazione delle Scritture essere modificata, come auspicava lo stesso Galileo.

Gioverà citare Feyerabend, “dadaista scientifico”, relativista quant'altri mai: «La Chiesa all’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta». «Vi sono molti modi di mettere a tacere le persone, e oggi li vediamo usati tutti. Il processo della produzione e della distribuzione del sapere non è mai stato lo scambio libero, “oggettivo” e puramente intellettuale che i razionalisti dipingono» (quest'ultimo punto è particolarmente vero, oggi, per tutte le forme, più o meno innominabili e abiette, di “revisionismo”). 


Il futuro dell’Europa

Viviamo, certo, in un'epoca convulsa, segnata dal tramonto dei valori, dalla crisi o dalla dissoluzione dei punti di riferimento. Ma, come scrive Novalis - fermo assertore dell'Europa come Christianitas - , forse l'autentico mutamento, l'autentica svolta possono derivare dall'impulso metafisico e spirituale, oltre, e forse più, che da quello razionale e scientifico.

«La vera anarchia è l'elemento generatore della religione. Dalla distruzione di tutto ciò che è positivo essa solleva il suo capo glorioso di nuova fondatrice del mondo». 



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