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Notizie - Attualità e Costume
L’educazione dei giovani non è un’esercitazione di democrazia Stampa E-mail
Dubbi sulla "genitorialità positiva" (senza punizioni) secondo Save the children
      Scritto da Giovan Battista Orsini
02/04/12

“Più vergognoso del comportamento dei ragazzi violenti e devastatori c’è solo quello dei loro genitori. Fuori dal carcere, in attesa, speranzosi, indulgenti. Addolorati.
Ma non per le vittime della violenza, bensì per i loro figli. Fino al punto di piangere e difendere l’innocenza di quei mostriciattoli da loro stessi cresciuti”.

Con queste aspre parole di condanna la pubblicista e avvocato Annamaria Bernardini De Pace apriva un suo editoriale, su il Giornale dello scorso 21 ottobre, sugli esiti della manifestazione dei giovani “indignati” che pochi giorni prima avevano scatenato la guerriglia urbana nel centro di Roma, provocando danni e devastazioni di ogni tipo.

Secondo la sua interpretazione delle cose, la problematicità sociale di questi ragazzi - in equilibrio precario tra piercing, rave party, stragi del sabato sera e un idealismo contraddittorio deturpato dalla smania della violenza - sarebbe ascrivibile ai genitori; o, meglio, all'inadeguatezza dei loro metodi educativi, che ne avrebbero indebolito il senso di responsabilità, a volte sino alla pratica cancellazione.

Quanto c’è di vero in questa interpretazione che si traduce anche in una precisa denuncia sociale?

Chiariamo subito: non tutto il malessere delle nuove generazioni può essere ragionevolmente ricondotto ad un problema pedagogico, e questo è scontato.

Eppure questa chiave di lettura qualcosa ci spiega, soprattutto se messa in relazione ad altre forme di eccessi giovanili abbastanza frequenti, come la cultura dello sballo, la banalizzazione e il commercio del sesso sin dall'età scolare o il culto della trasgressione fine a sé stessa. Non c’è davvero bisogno di scomodare cifre e statistiche per affermare che qualcosa non va come dovrebbe nei processi di maturazione di molti ragazzi e ragazze.

Visto da una certa angolatura, questo “qualcosa che non va” può essere identificato con la crisi di principi messi pesantemente in discussione dal Sessantotto in poi, sino alla loro sostanziale negazione attuale:

- una generale crisi di valori – anche sotto il profilo della responsabilità - nei genitori stessi, i quali durante la loro giovinezza hanno introiettato il mito di una “libertà” sregolata (cosicché non possono trasmettere ai figli valori in cui non credono e che non praticano fino in fondo);

- la crisi del principio d’autorità (incarnato dalla figura paterna), sulla quale lo psicoterapeuta Claudio Risé, il saggista Marcello Veneziani ed altri hanno scritto pagine illuminanti (cosicché anche genitori i quali credono nell’importanza della responsabilità hanno difficoltà a trasmetterla ai figli).

Valori e principio di autorità sono tanto negletti nella società contemporanea quanto necessari all’educazione dei giovani, come ricordava Giovanni Bollea in un articolo già da noi ripreso.

Proprio sull’aspetto dell’autorità vorremmo in particolare soffermarci.

Che cos’è l’autorità se non il soggetto – insegnava Max Weber - legittimato in via principale a comminare sanzioni? E come si può esercitare una funzione disciplinante senza autorità e, quindi, senza lo strumento correttivo della sanzione?

Quasi a voler dare risposte da un’altra angolatura di marca anti-autoritaria (appunto) a simili domande, l’articolazione italiana dell’organizzazione non governativa Save the children ha lanciato nei giorni scorsi una campagna di sensibilizzazione contro le maniere educative “forti”, denominata A mani ferme, che a sua volta si inserisce nel più ampio progetto “Educate, do not punish (Educare, non punire)” finanziato dalla Commissione europea e condotto in più Paesi dalla stessa ONG.

L’intento è chiaramente nobile: salvaguardare bambini e ragazzi dagli abusi correttivi dello scapaccione facile e della sculacciata selvaggia.

Ma come molte strade lastricate di fervide e buone intenzioni anche questa sembra condurre direttamente verso l’inferno metaforico di cui parlava la Bernardini De Pace qualche mese fa, a proposito dei giovani indignati e dei loro irresponsabili genitori.

In effetti, saper educare significa anche saper punire con la giusta misura; i due termini sono tutt'altro che in opposizione l'uno con l'altro, ci dice il normale buon senso.

Per realizzare il nobile scopo di promuovere una pedagogia fondata su “dialogo e ascolto”, invece, Save the children ha commissionato un sondaggio d’opinione alla società di ricerca IPSOS - un questionario mirato su un campione di 1.000 genitori (con figli in tre diverse fasce d’età) e 250 ragazzi (tra gli 11 e i 16 anni) – tirandone fuori una Guida alla genitorialità positiva, diffusa dalla Società italiana di pediatria e dall’Associazione Nazionale Pedagogisti.

Come spesso capita in circostanze simili, i dati ottenuti con il sondaggio si prestano ad interpretazioni diverse, se non addirittura opposte a quelle che la ONG finanziata dalla Commissione europea si preoccupa di mettere in evidenza.

A malapena un genitore su 10 (tra il 10 e il 13% nelle tre fasce d'età) ritiene che sia educativamente importante punire un figlio quando sbaglia, considerando più importante, nell'ordine, dialogare con loro (46-55%), donargli attenzione (21-35%), saper ascoltare (29-42%), donargli tempo (15-28%) e far sentire la propria presenza (28-34%). (Bisogna rilevare che non è stata prospettata, come risposta possibile, quella di “dare l’esempio”: che è l’aspetto forse più impegnativo – ma anche più importante – del mestiere di genitore…).

La cosa più difficile per un genitore, di conseguenza, è ritenuta non viziare i propri figli (33-48%), donargli tempo (25-37%), non urlare (24-27%) e farsi rispettare (17-27%).

Il ricorso allo schiaffo è pressoché bandito dalla stragrande maggioranza dei genitori che non se ne serve mai o solo in circostanze eccezionali (66-75%); una piccola parte ne fa ricorso in modo sporadico poche volte al mese (18-22%) mentre solo un'esigua minoranza (3-5%), sebbene in crescita rispetto al passato, ne fa prassi quotidiana.

Le punizioni considerate più efficaci da questi genitori sono: limitare la sua libertà di uscire o di giocare (58-72%), sgridare i figli con decisione (30-43%) e costringerli a fare attività non gradite come le faccende domestiche (31-35%); la punizione fisica, schiaffo o sculacciata, è all'ultimo posto della graduatoria (10-18%).

Indicativo del fatto che qualche seme del dubbio sopravvive anche in quei genitori assuefatti alle pedagogie democratiche e negoziali c’è che più della metà degli intervistati (51-59%) ritiene che lo scapaccione occasionale, oltre a non aver mai fatto male a nessuno, può avere in determinate circostanze una precisa valenza educativa; di contrario avviso poco meno dell’altra metà (41-49%) che considera la punizione fisica un danno psicologico da evitare a qualunque costo.

Secondo Save the children questi dati dimostrerebbero che ancora molto ci sarebbe da fare per debellare la “genitorialità negativa” identificata, in sostanza, con la sopravvivenza di un principio seppur minimo di autorità e di severità educativa. Sarebbe ancora troppo alta la percentuale di genitori che, anche solo episodicamente, si avvale di mezzi educativi decisi, come il sano sganassone di fronte alla malefatta imperdonabile, con cui le generazioni precedenti sono felicemente cresciute senza andare a finire in massa sul lettino dello psicanalista.

Intendiamoci, non si vuole qui sostenere una pedagogia fondata su violenza gratuita e ceffoni a gogò, sembra evidente.
Un genitore che non sa dare l’esempio di valori positivi, che non sa relazionarsi con i bisogni e le difficoltà dei figli, che non dedica loro tempo e attenzioni, non può pensare di trovare una scorciatoia negli atteggiamenti impositivi.

Ciò detto, Save the children sposa un unilateralismo di segno opposto.

I quattro principi fondamentali su cui si sostiene la pedagogia politicamente corretta dei genitori “non violenti” sarebbero, secondo Save the Children Italia: “…individuare i propri obiettivi educativi di lungo termine; far sentire il proprio affetto e fornire punti di riferimento ai nostri figli in ogni interazione con loro; comprendere cosa pensano e cosa provano i nostri figli in diverse situazioni; infine assumere un approccio che mira alla risoluzione dei problemi piuttosto che uno punitivo”.

Principi di per sé condivisibili, la cui realizzazione però si complica se si esclude categoricamente l’uso di “ogni forma di punizione di fisica nei confronti dei bambini in tutti i contesti, compreso quello familiare”, uso che Save the children vorrebbe addirittura vietare per legge (come si spiega nella Premessa della Guida).

Il paradigma secondo il quale esisterebbe una “genitorialità positiva”, che si realizza senza il ricorso a sanzioni significative e all’occorrenza severe, cozza frontalmente con quella descrizione dei giovani viziati e violenti di cui parlava, nel nostro incipit, la Bernardini De Pace – avvocato specializzato in diritto di famiglia e, quindi, addentro a certe questioni per competenza diretta – da lei efficacemente descritti con queste parole: “ Mai un no, mai uno schiaffone, mai un castigo, un sacrificio o un sano arràngiati”.

In realtà, bambini e adolescenti hanno bisogno di attenzioni, ma anche di regole. Non asfissianti, però rispettate.

Inoltre, nel criticare i metodi punitivi, la Guida di Save the Children fa un po’ un calderone: mette la sculacciata sullo stesso piano dei pugni o della chiusura in un armadio; considera “umilianti”, tra le punizioni non fisiche, tanto il semplice rifiuto o la strillata quanto l’umiliazione pubblica o la negazione di affetto.
In effetti, bisogna distinguere le punizioni effettivamente umilianti (e quindi controproducenti) da quelle semplicemente necessarie al rispetto delle regole o al superamento di una situazione di “emergenza”.

I guasti educativi che emergono negli studi sociopedagogici richiamati dalla Guida di Save the Children sono riconducibili all’abuso degli strumenti correttivi (o all’idea della loro autosufficienza), non alla necessità di far rispettare le regole.

Viene in mente, alla luce di queste considerazioni, l’episodio che qualche tempo fa ha visto un consigliere comunale pugliese messo in carcere per tre giorni dalle autorità svedesi, solo per aver dato uno scappellotto al figlio capriccioso davanti ad un ristorante di Stoccolma.

Don Mazzi, noto fondatore di Exodus, nel commentare quell’episodio surreale ha fatto opportunamente notare che è stato sicuramente molto ma molto più traumatizzante per quel bambino ritrovarsi senza il padre in un paese straniero - e con l’angosciosa incertezza di quella situazione per sé e per gli altri familiari – piuttosto che lo scappellotto sfuggito per probabile esasperazione dalle mani dell’uomo.

Anche questo, insieme con la violenza devastatrice dei giovani indignati, è uno di quegli effetti perversi delle pedagogie “democratiche” di cui i cultori del luminoso progresso educativo come Save the children sembrano davvero non rendersi conto.



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