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Notizie - Attualità e Costume
Un gesto di pietà che non merita polemiche Stampa E-mail
Il "Progetto Arimatea" per la sepoltura dei bambini non nati a causa dell’interruzione di gravidanza
      Scritto da Giovan Battista Orsini
19/03/12

Il 'Giardino degli angeli' a RomaLo scorso 4 gennaio è stato inaugurato, nel cimitero Laurentino di Roma, il cosiddetto “Giardino degli angeli”, un lembo di terra consacrata, riservato alla sepoltura ed alla memoria dei bimbi che non hanno visto la luce a causa di interruzioni di gravidanza.
Alle spoglie terrene di alcuni di questi piccoli non nati che non hanno mai potuto fare una corsa su un prato vengono offerti, da quel giorno ed in quel luogo, un’identità postuma con un nome di fantasia, le esequie religiose e uno spazio verde di 600 metri quadri immerso nella quiete del posto.
E' un atto di humana pietas senza condizioni, senza pretese rivendicative, senza capi d'imputa-zione o violazione di diritti.

In realtà non è neanche un fatto nuovo, visto che è sin dall'anno 2000 che la piccola associazione cattolica di Novara “Difendere la vita con Maria”, in collaborazione con la fondazione “Ut Vitam Habeant presieduta dal cardinale Elio Sgreccia, si impegna silenziosamente in questo compito invisibile: dare degna sepoltura anche a chi non è nato, prendersi cura delle sue spoglie mortali ed accompagnarlo in terra consacrata con rispetto ed attenzione.

Si chiama Progetto Arimatea - si legge nel sito dell'associazione - in quanto trae ispirazione, appunto, dalla figura di Giuseppe d'Arimatea il quale, animato dalla pietà e dalla devozione, si prese cura delle spoglie terrene del Cristo morto in croce per onorarne il corpo, prepararlo alla sepoltura e tumularlo nel sepolcro da cui, poi, sarebbe risorto.

L’impegno oscuro ma fattivo ha consentito a questa piccola associazione, nel tempo, di raccogliere adesioni su tutto il territorio nazionale, fondare comitati attivi in diverse province e stipulare numerose convenzioni con altrettante strutture ospedaliere per l’accompagnamento religioso alla sepoltura dei feti, quando a farne formale richiesta non siano i genitori o i parenti della piccola salma entro le ventiquattr’ore dall'espulsione od estrazione del feto stesso.

Dal punto di vista strettamente burocratico l’inumazione o la tumulazione di “prodotti abortivi” - questa la cruda definizione legislativa - è una possibilità già da tempo prevista dalla normativa vigente che, con lo specifico regolamento della materia (DPR 10 settembre 1990, n. 285), individua nell'Azienda sanitaria locale l’autorità pubblica competente al rilascio dei relativi permessi di sepoltura; sia a domanda dei genitori, sia ad istanza dei parenti o di chi per essi.

Già da prima che i riflettori dei media venissero puntati sul cimitero Laurentino di Roma, quindi, il Progetto Arimatea aveva consentito ai suoi comitati distribuiti sul territorio di stipulare convenzioni con le strutture ospedaliere di diverse città e di accompagnare all'inumazione circa 40.000 bimbi che non sono nati.

Per dare a Cesare quel che è di Cesare, va anche detto che il progetto ora realizzato nella capitale è stato patrocinato e sostenuto, per la parte di competenza, dall’Assessorato alle politiche sociali del Comune di Roma in collaborazione con le strutture municipali addette.

Lo scopo fondamentale dell'iniziativa comunale – si legge tra le dichiarazioni riportate nel comunicato ufficiale – "...non vuole intaccare assolutamente i principi sanciti dalla L. 194, quella sull'aborto, ma vuole dare una risposta alle richieste di coloro che nel seppellire il loro figlio mai nato intendono restituire valore a quel feto che altrimenti verrebbe violato perché considerato rifiuto ospedaliero (l’evidenziazione in grassetto è nostra, ndr)".
La forte sottolineatura delle motivazioni che hanno condotto a questa come ad altre identiche iniziative - ossia, restituire dignità umana a quei corpicini in via di formazione che, altrimenti, verrebbero ridotti al rango di materiale biologico di scarto - ha una forza evocativa notevole ed emotivamente 'pungente'; tale, comunque, da avere ridestato attenzione verso le pieghe nascoste di un problema sostanzialmente irrisolto.

La vasta eco mediatica intorno alla costituzione di spazi cimiteriali riservati ai bambini non nati ha, infatti, rinfocolato le polemiche mai realmente sopite sull'aborto e sulla contrapposizione, implicita nella prassi applicativa della legge 194, tra diritti della gestante e diritti del nascituro.

Già nel luglio dello scorso anno, un analogo progetto portato avanti nella città di Caserta aveva incontrato la sdegnata opposizione del sindacato FP - CGIL Medici e di altre forze politiche nazionali, con argomentazioni che andavano dall'accusa di fomentare sensi di colpa ingiustificati nelle donne alla negazione di validità delle teorie che intendono riconoscere la dignità umana del feto.

Analoghe prese di posizione si sono registrate all'indomani dell'inaugurazione del progetto ro-mano nel cimitero Laurentino. Quando, ad esempio, il gruppo radicale presente nel Consiglio regionale del Lazio ha ufficialmente presentato un'interrogazione alla Giunta, con cui ha inteso manifestare e rendere pubblica la propria contrarietà all'iniziativa. L'interrogazione chiedeva di conoscere l'entità delle risorse messe a disposizione dalle aziende sanitarie locali per la sepoltura dei feti (neanche si trattasse di gravare sulla spesa pubblica con funerali e trasporti speciali che, invece, non rientrano neanche tra le competenze ordinariamente previste delle strutture sanitarie).
Altre prese di posizione 'ostili' ed altrettanto pretestuose si sono registrate su diversi organi di stampa di ispirazione laicista e non è difficile prevedere che, in occasioni simili, altre ce ne saranno anche in futuro.

Tutte le polemiche rimangono incentrate, in fondo, intorno all'annosa, insuperata questione se quel piccolo ed immaturo aggregato di cellule - prima della maturazione che si verifica tra la ventesima e la ventottesima settimana di gestazione - possa o debba essere considerato una persona.
Di conseguenza, si ripropone anche la questione se in articulo mortis debba o meno ricevere il minimo della considerazione e del rispetto degni della dimensione umana, piuttosto che essere liquidato frettolosamente come rifiuto ospedaliero, come un’appendice inerte di cui disfarsi senza troppi ripensamenti.

Le ragioni della contesa, in effetti, non si svolgono tanto sul piano giuridico - considerato che non viene richiesta una revisione normativa -  quanto, piuttosto, sul piano della concezione etico-morale (e, per i credenti, anche di fede) retrostante a quella scelta.

Ma è proprio in virtù di queste considerazioni che l'ostilità ideologica nei confronti del Progetto Arimatea appare animata da una contraddizione insanabile.

Quando una donna sceglie l'interruzione volontaria della gravidanza, infatti, con quella stessa sua scelta probabilmente ha già optato per una visione etico-morale che estingue la problematica del feto come persona alla radice.
Per lei quel piccolo grumo di vita non è un essere umano, non può esserlo a priori e, dunque, non ha alcun senso l’affermazione secondo la quale evocare l’idea del feto come rifiuto ospedaliero può rappresentare una forma di “violenza psicologica” ai suoi danni.
Né può definirsi 'violenza psicologica' un semplice richiamo alla sensibilità sociale a considerare l'aborto in tutte le sue diverse sfaccettature, comprese quelle che si preferirebbe non osservare ma che esistono e fanno parte del fenomeno come le altre.

Perché, dunque, apporre il sigillo della censura su una realtà che, proprio in ragione della sua complessità e dei suoi agganci inesauribili con i temi della vita e della morte, può dare adito a riflessioni, considerazioni, percorsi e soluzioni diverse?
Perché negare il libero e consapevole esercizio della pietà e del dubbio in una materia che ne dovrebbe essere pervasa?

La pretesa di negare voce a queste istanze, di tacitare le possibili risonanze che possono diffondersi su questi temi da una prospettiva diversa, più ampia di quella ridotta al conteggio dei diritti e dei doveri, dei vantaggi e degli svantaggi, del calcolo utilitaristico e di convenienza non sembra disporre, in ultima analisi, di buoni argomenti.

Ed è per questo che, per molti, non è una posizione credibile quanto riesce ad esserlo, in definitiva, l'impegno umile, silenzioso e paziente di chi intende dare umana sepoltura ai bimbi non nati.



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