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Economia - Notizie e Commenti
Economia sociale di mercato Stampa E-mail
La risposta politica alla tecnocrazia contemporanea
      Scritto da Carlo Baratta
19/03/12

Il periodo di crisi economico-finanziaria che il mondo sta vivendo da alcuni anni ha generato, tra l’altro, un generale clima di sfiducia nella politica, associato alla convinzione che i “politici” siano incompetenti e ladri.

Ora: se è vero che la corruzione del ceto politico (ma non solo…) è diffusa; se è vero che i politici, in molte parti del mondo, hanno commesso gravi errori; è anche vero che tali errori sono spesso da ritrovare non nell’eccesso, ma nella carenza di politica, nella mancanza di capacità di analisi e di visione. Ed anche nella mancanza di indirizzi e controlli su molti “tecnici” che – soprattutto nel campo della finanza – hanno assunto comportamenti privi di etica e lontani dall’interesse generale.

La condanna degli errori di alcuni politici, quindi, non può tradursi in un confuso appello alla “competenza” e alla “tecnica”. Anche perché un governo di tecnici sciolto dal controllo politico-democratico, la “tecnocrazia”, non è mai neutrale, ma piuttosto espressione di una politica mascherata.

Rinasce quindi la necessità di mettere a fuoco una visione politico-economica – come quella dell’economia sociale di mercato – profonda, innervata ovviamente di onestà e competenza, capace di favorire la comprensione del funzionamento della economia contemporanea e di condurre ad una possibile soluzione di equilibrio generale. Una visione che mal si concilia con quella tecnocratica.


La tecnocrazia, avversario dell'economia sociale di mercato

Le origini dell'idea tecnocratica risalgono al pensiero sviluppatosi a seguito della Rivoluzione francese, in particolare ad opera di Comte e Saint-Simon.

Auguste Comte (1798-1857), uno dei padri della moderna sociologia, considerava la società perfetta come una grande organizzazione industriale guidata dalla ricerca scientifica e dalla tecnologia; quest'ultima avrebbe dovuto eliminare la fatica e rendere il futuro un paradiso in terra (per la cronaca, Comte soffrì di disturbi psichici). Da questa pretesa di controllare e manipolare la natura fece discendere la necessità di una direzione tecnologica e non politica della società.

Claude-Henri Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825), il profeta del socialismo utopistico, fu il primo autore che propose un governo degli esperti. Secondo Saint-Simon gli esperti destinati ad essere titolari del nuovo potere temporale erano gli “industriali” (categoria in cui comprendeva produttori e i lavoratori, nei tre settori in cui divideva l'economia: agricoltura, manifattura e commercio), sostenuti dagli scienziati (titolari di un nuovo potere spirituale).

Gli esperti non sono gli stessi, da Saint-Simon fino a noi. A seconda dei problemi politici ci si è rivolti a ingegneri, economisti, informatici, esperti di organizzazione, capi di azienda, direttori di produzione; a coloro, insomma, che in un certo momento incarnavano il sapere considerato indispensabile per risolvere un problema che nasceva, interpretando la realtà con certi indicatori.

Il pensiero tecnocratico, dall’inizio a oggi, è un'idea che proclama l'eguaglianza, le pari opportunità, ma di fatto si fonda sul principio che i “migliori” devono governare le masse incolte e senza coscienza civica, per renderle sempre più uguali. Questo pensiero considera la politica una pratica inutile.

In una società industriale, affermavano i primi pensatori tecnocrati, la politica non è più necessaria a governare la società; chi faceva politica veniva identificato come incompetente.

Oggi, come visto, quest'idea si sta diffondendo nuovamente.


L'origine della teoria dell'economia sociale di mercato. L’ordoliberalismo

La definizione “economia sociale di mercato” sembra un ossimoro. La parola “mercato”, in effetti, indica diritti di proprietà, accordi di scambio ed effetti di utilità marginale; mentre l’aggettivo “sociale” richiama ciò che è comune a tutti al di là dei rapporti economici. Quella definizione, in realtà, è una sintesi che studia il rapporto fra l’etica e l’economia.

Un precursore di questa teoria può essere considerato l’economista austriaco Ludwig von Mises (1881-1973), che col libro Nation, Staat und Wirtschaft (Nazione, Stato ed economia) cercò di fornire alternative al liberalismo germanico (il quale allora – era il Primo Dopoguerra – aveva venature nazional-socialiste). L'insuccesso di questo libro fu causato anche dal clima culturale dell'epoca e dalle difficoltà economiche vissute in Germania dalla Repubblica di Weimar.

Von Mises fu un liberale a tutto tondo, e sottolineò sempre la centralità del mercato come unico strumento possibile per conciliare responsabilità, libertà, soddisfacimento dei bisogni economici. Fu però tra i primi che mise in evidenza che il mercato ha bisogno di regole (e di un arbitro), cosicché deve essere attentamente declinata l’idea – sostenuta da Adam Smith - della spontanea armonia generata dalla "mano invisibile" del mercato.

Le vere basi della cosiddetta “economia sociale di mercato” furono in seguito poste dagli studiosi (ricordiamo l’economista tedesco Walter Eucken) che costituirono la Scuola di Friburgo; la filosofia che ispirava tale scuola venne chiamata "ordoliberalismo", dal titolo della rivista Ordo, fondata nel 1948 (e tutt’oggi pubblicata).

Gli ordoliberali pensavano che il sistema economico, per sviluppare meglio le proprie risorse, dovrebbe operare con vincoli sanciti dalla "Costituzione economica" che lo Stato pone in essere con la Politica.

L’economista svizzero-tedesco Wilhelm Röpke (1899-1966), nel Secondo Dopoguerra, provvederà a definire in maniera organica una teoria dell’economia sociale di mercato, e sarà anche consigliere di Adenauer nella Germania della ricostruzione e del boom economico.


L’economia sociale di mercato, strumento per rilanciare la Politica

Per la teoria ordoliberale il mercato è un sistema di relazioni che va governato giuridicamente dallo Stato. L'equilibrio di mercato più o meno efficiente è un problema costituzionale, è un problema di scelte politiche.

Lo "Stato forte" degli ordoliberali, però, non è dirigista (non pone obblighi di azione e di programmazione alle imprese, non regola i prezzi) né interventista (non è attore diretto dei processi produttivi). I vincoli posti non hanno lo scopo di cancellare le regole di mercato, ma di renderle in grado di funzionare meglio, contrastando la formazione di monopolî e i cacciatori di rendite. La Scuola di Friburgo è per il mercato, ma non è “mercatista”; per loro la libera concorrenza è un "bene pubblico" e in quanto tale andrebbe tutelata.

Gli ordoliberali vogliono tutelare anche valori e interessi non dotati di capacità contrattuale: quelli legati a vincoli solidaristici, ma anche quelli necessari al miglior funzionamento del ciclo produttivo e del mercato stesso (formazione, correttezza commerciale, ecc.). Nel campo del welfare, però, criticano l’assistenzialismo di Stato, in quanto riduce la responsabilità individuale. Interventi sono previsti attraverso il principio di sussidiarietà, che si fonda sull'azione dei corpi intermedi, i quali danno forma e sostanza alla società civile.

Nel campo della politica economica internazionale sono favorevoli alle liberalizzazioni degli scambi e perciò contrari alle politiche fiscali che incentivano le concentrazioni di capitale e a quelle che alterino la concorrenza attraverso elargizioni di sovvenzioni.

Questo modello del sistema sociale si fonda sul talento individuale, sul merito, sulla valorizzazione delle capacità di tutti, mediante la tutela del diritto all'istruzione, alla sicurezza, alla salute e alla qualità ambientale.

Insomma, se per la teoria liberista il motore dell'economia è la forza economica dei privati; se per la teoria collettivista il motore è quello dell'economia collettiva; per l'economia sociale di mercato, invece, il motore sta nella forza equilibratrice che le regole hanno rispetto all’iniziativa privata. Le regole sono lo strumento per garantire che il principio di concorrenza non sia sopraffatto: né dalla furbizia dei privati, inclini a fare cartelli, né dall’azione onnivora e inefficiente del pubblico.

La realizzazione più concreta dell’economia sociale di mercato è forse il cosiddetto “modello renano”, il modello socio-economico della Germania, solitamente giustapposto – nell’ambito delle economie libere – al “modello di capitalismo anglosassone”. Quest’ultimo è capace di crescite impetuose, ma anche di produrre diseguaglianze sociali, distorsioni economiche (vedi le “bolle” speculative”), recessioni. Il modello tedesco, al contrario, sembra garantire una crescita più graduale ma stabile.


Economia sociale di mercato, dottrina sociale della Chiesa, Europa

Il modello dell’economia sociale di mercato è derivato dalla dottrina sociale della Chiesa. La “Costituzione economica”, in particolare, richiama la nozione di giustizia sociale.

Lo scorso 12 gennaio la Commissione delle conferenze dei vescovi europei (COMECE) ha diffuso un documento favorevole all'economia sociale di mercato.

Nel documento si ricorda come alla base di questo modello economico vi siano due concetti della dottrina sociale della Chiesa: la solidarietà e la responsabilità.

Inoltre, questo modello è molto flessibile e si può adattare a svariate economie reali. Nel documento si ricorda come già nel Trattato sull’Unione Europea (versione consolidata) il riferimento all'economia sociale di mercato sia forte. Questo trattato, all'art.3.3, recita: “L'Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un' economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente”.

L'economia sociale di mercato, ricordano i Vescovi, si fonda su tre pilastri interdipendenti: crescita intelligente, economia della conoscenza, innovazione. Per questa teoria il mercato non è un obiettivo, ma uno strumento di politica economica: la concorrenza deve servire a realizzare prodotti migliori e a soddisfare i bisogni sociali, perché il fine di questo modello è sociale.



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