Maurizio Sacconi
Ai liberi e forti
ed. Mondadori (anche e-book) 2011
Maurizio Sacconi, già ministro del Lavoro nel governo Berlusconi, ha scritto un libro da militante e non da intellettuale per dare criteri di giudizio e di scelta a coloro che si identificano nel centrodestra. Il titolo del libro, Ai liberi e forti, è uno slogan di Don Sturzo, e si rivolge a tutti i moderati e ai cattolici che non attendono con passività dallo Stato le risposte ai propri bisogni, perché intenti a costruirle attraverso forme comunitarie.
Il senatore ha presentato il suo lavoro in una conferenza presso un hotel di Torino, al termine sono seguite alcune domande.
La presentazione
Il libro vuole essere un manuale che mette insieme un pensiero collettivo, cercando di individuare prospettive generali. Parte dall'esperienza di governo centrale e locale del centrodestra, per dare visibilità alla cultura dei “liberi e forti”. Cultura che fa riferimento al popolarismo europeo.
Il testo inizia con un'analisi delle tre principali rotture che hanno caratterizzato la trasformazione del nostro tempo: le nuove tecnologie, la demografia e il debito pubblico.
Le nuove tecnologie riguardano l'informatica e la biologia.
Con il diffondersi di internet e delle reti nascono forme di apprendimento informali, a volte anche sbagliate: la libera diffusione di idee può essere apparente, nasconde trappole. Sorge il problema di definire cosa sia davvero scienza, di misurare la sua presunta neutralità.
Altro mutamento riguarda la concezione antropologica che sta alla base della genomica, cioè quella concezione che pensa di costruire la vita manipolando il codice genetico dell'uomo. E’ una fonte di ricerca che riduce l'uomo a cosa; non serve per ridurre la povertà, ma solo per abbrutire le persone.
Sul problema demografico l'analisi di Sacconi parte dall'evidenza dell'asimmetria tra le società del benessere e quelle nate dalla fine del colonialismo.
Per un lungo periodo le società europee hanno vissuto nel lusso: dapprima costruito con la crescita demografica, che ha prodotto sviluppo e consentito di costruire un sistema di Stato sociale; poi questo benessere è stato garantito con il controllo demografico e il modello di 2/3 e 1/3 (i due terzi abbienti della popolazione garantivano al sistema la stabilità del consenso democratico).
Con l'indipendenza delle colonie nuovi paesi sono entrati nella Storia e hanno copiato i modelli della società del lusso con il controllo delle nascite. Ciò rende però questi paesi più deboli di quelli occidentali, giacché non hanno fatto precedere al controllo delle nascite un sistema moderno di welfare; insomma, c'è il pericolo che si trovino poveri prima di essere diventati ricchi. Comunque nel futuro prossimo si sta delineando una nuova gerarchia tra le nazioni.
Quanto al tema del debito pubblico, la globalizzazione e l'economia controllata dalla finanza, hanno fatto venir meno la politica del deficit spending (spesa basata sul debito). Oggi non si può far crescita aumentando il debito privato, come hanno fatto gli USA, né quello pubblico, come ha fatto l'Italia.
La risposta alle nuove trasformazioni sociali sta in un diverso modello antropologico, una diversa visione dell'uomo e dei suoi rapporti con la società.
Il popolo dei “liberi e forti” – ha spiegato ancora Sacconi - non costruisce il benessere solo per sé, ma cerca il bene comune o il benessere anche per gli altri. La tradizione italiana, di matrice cristiana, va riscoperta, perché è quella che ha permesso la nascita del capitalismo; non l'etica protestante, ma la dottrina sociale sono alla base del capitalismo. La tradizione italiana è ancorata a valori forti è alternativa al pensiero debole e nichilista, oggi maggioritario.
I “liberi e forti” sono gli artigiani, i professionisti, gli impiegati del settore privato, coloro che non chiedono aiuti allo Stato e che oggi lo considerano distante. Quindi il problema politico è avvicinare lo Stato a questi cittadini.
Questo problema è antico, perché l'Italia come nazione, come popolo, è sempre esistita. Poi è nato lo Stato, che però fin dalla sua formazione è stato nelle mani di una ristretta minoranza contraria alla tradizione del popolo. Anche nel periodo 1968 -77 la cultura dominante era lontana dalla tradizione popolare e ha fortemente condizionato lo sviluppo.
Il modello antropologico oggi necessario è “nuovo” perché deve superare quello affermatosi negli ultimi decenni; ma, al tempo stesso, deve recuperare i valori della Tradizione.
L'antropologia tradizionale pone al centro la persona che vive in modo socievole con gli altri attraverso relazioni non strumentali. Parlare di persone e non di “attori sociali” significa porre il tema della vita al centro di ogni azione, ribadire che la tradizione è precedente alla Stato, significa affermare che la famiglia è la prima relazione su cui si fonda la nostra società.
E' proprio grazie alla formazione delle famiglie e al loro risparmio trasferito sulle nuove generazioni che si è sviluppato il capitalismo italiano, da Aldo Bonomi chiamato “molecolare”. Queste comunità sono idonee a fronteggiare la crisi attuale.
L'Italia ha sviluppato meno di altri paesi i difetti della società dell'opulenza perché non è stata un paese colonialista né internazionalista; la sua prospettiva è l'universalismo cattolico, come attestato ad esempio dalla grande opera del gesuita Ricci in Cina. L'universalismo ha come fine quello di proporre la nostra cultura e non di imporla con le baionette.
La felicità - ha concluso Sacconi - non va ricercata nel modello socialista dello Stato padrone che assiste dalla culla alla bara, ma nella consapevolezza dei propri limiti, nel dono delle proprie competenze. I liberi e forti puntano alla realizzazione di sé, non nel senso che tutti devono laurearsi, ma nel senso che ognuno deve poter sviluppare le proprie personali attitudini. Non serve perciò uno Stato hobbesiano, cioè che ti controlla prima di qualsiasi azione tu ponga in essere, ma uno Stato leggero che si fida di te.
Le domande all'autore
Queste alcune domande mie e del pubblico presente.
Come è possibile che i rappresentanti dei liberi e forti siano stati estromessi dal governo ad opera dei tecnici?
Senza dubbio la crisi internazionale ha contribuito alla chiamata dei tecnici al governo, ma oltre a questo elemento endogeno straordinario ha pesato anche una fragilità soggettiva rappresentata dal comportamento di Fini, che ha preso una ferma posizione contro l’impostazione della rappresentanza dei liberi e forti, e che ha confuso con lo stato etico l’impostazione antropologica basata sulla persona e la difesa della tradizione.
Non le sembra che la ricerca della felicità sia un obiettivo astratto? Non sarebbe meglio parlare di obiettivi più concreti, come la maggior occupazione?
Questi due obiettivi sono complementari, ma occorre partire dalle cause di questa crisi per cercare una soluzione. La crisi è nata per l’autoreferenzialità dei mercati finanziari, che hanno cercato, attraverso l’uso spregiudicato di algoritmi, di creare la crescita economica solo con la finanza; insomma, il calo demografico è stato sostituito da potenti algoritmi. Questa impostazione considera il lavoro umano solo come uno dei fattori produttivi. Occorre perciò porre al centro la persona che si realizza, occorre acquisire la consapevolezza che la finanza non è autosufficiente.
Lo Stato per funzionare ha bisogno di risorse, qual è la sua idea sulle tasse?
Il problema va correlato alla forma di Stato. Col federalismo è possibile avere uno Stato meno centrale è possibile costruire un modello di sussidiarietà. Cioè far fare le cose là dove servono, evitando le sovrapposizioni di competenze. La sussidiarietà implica la fiducia tra le parti, richiede un controllo ex post meno rigido di quelli presenti oggi, che si basano sulle verifiche preventive e che hanno come antropologia quella negativa hobbesiana, “homo nomini lupus”, la quale presume che ogni uomo cerca sempre ed esclusivamente di sopraffare gli altri. Va esplicitato che le sussidiarietà richiede un dimagrimento dei servizi pubblici a favore di quelli del terzo settore e delle associazioni private.
Può precisare meglio la sua idea di sussidiarietà?
La sussidiarietà, orizzontale e verticale, è un metodo, non un'idea. Deve favorire l'attitudine di ognuno al dono, nella prospettiva di costruire una rete sociale protettiva, per erogare servizi socio-assistenziali, che vada dagli enti locali alla carità privata. Meno Stato non significa meno servizi, ma migliori, perché pensati e erogati in prossimità del bisogno, quindi con minori sprechi. Usare il metodo della sussidiarietà vuol dire valorizzare la storia del territorio.
Non le sembra che questo discorso sulla realizzazione personale, soprattutto per i giovani che non trovano lavoro, sia astratto? Oggi i giovani non sono né liberi né forti…
La realizzazione personale non va confusa con l'idea rivoluzionaria dell'eguaglianza, ma si rifà alla fraternità francescana più antica, più tradizionale. La realizzazione di sé implica anche la capacità di fare come dono, quindi cercando il bene comune e non solo il profitto personale. Il problema è che i giovani oggi sono pieni di cultura nichilista e di cattivi maestri che hanno insegnato che i giovani sono un costo che rovinano l'ecosistema e che è meglio non fare figli. Anche i genitori, che alcune menti progressiste hanno rinominato adulti di riferimento, non sono più autorevoli. Nei giovani ciò è interpretato come inutilità di pensare al futuro. Solo cambiando il modello antropologico si può pensare di cambiare il corso di questa storia. Solo favorendo la diffusione della cultura dei liberi e forti si può inculcare l'idea di futuro e di progetto per il futuro.