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Politica - L'azione del Governo
Il Governo dei "tecnici" è quello di cui l’Italia ha bisogno? Stampa E-mail
La necessità di una svolta politica e di un clima di collaborazione
      Scritto da Giovanni Martino
28/11/11

Il governo Monti chiede la fiducia al SenatoLa crisi del debito pubblico nell’Eurozona ha assunto dimensioni drammatiche in Italia: la sfiducia dei “mercati” (gli investitori che ci prestano i soldi) ha fatto schizzare in alto i tassi d’interesse sui titoli del debito, portando alle dimissioni del governo Berlusconi e all’incarico a Mario Monti.

L’evoluzione del quadro politico ha innescato un dibattito sull’opportunità delle dimissioni di Berlusconi, sulla legittimità di un Governo di “tecnici”, sulla democrazia “ferita”, ecc.

Proviamo dunque a passare rapidamente in rassegna gli argomenti più diffusi (come abbiamo già fatto per quelli relativi alla gravità della crisi e alla necessità di adottare riforme incisive).


“Per recuperare credibilità non servono grandi sacrifici, basta che se ne sia andato Berlusconi”

Non è così. La crisi di fiducia dei mercati investe l’intera classe dirigente italiana degli ultimi decenni.

Nel dopoguerra abbiamo conosciuto trent’anni di crescita strabiliante in un quadro di rigore finanziario. Erano gli anni del “miracolo italiano”, che ci procuravano l’ammirazione dei Governi di tutto il mondo.

A partire dalla fine degli anni Settanta abbiamo iniziato a pensare che il benessere raggiunto fosse ‘definitivo’, che esistesse un dividendo inesauribile con cui scialare.
Abbiamo iniziato a gonfiare la spesa pubblica con prestazioni sociali esagerate finanziate col debito, cresciuto esponenzialmente fino a metà degli anni Novanta. Dopodiché siamo riusciti a frenare l’incremento del debito, ma non a ridurne l’ammontare (e quindi il peso sul bilancio).

Abbiamo anche iniziato a ingessare il mercato del lavoro e la concorrenza, intaccando le nostre capacità di crescita economica: negli ultimi quindici anni il PIL italiano aumenta regolarmente con un’intensità che è la metà della media degli altri Pesi sviluppati.

L’ultimo periodo della “Prima Repubblica” – quello del “consociativismo” (la pratica di ricercare su tutti i provvedimenti l’accordo di tutti i partiti, di maggioranza e opposizione: DC, PSI, PCI) – e la “Seconda Repubblica” portano insieme la responsabilità di un fardello che non può essere imputato al solo Berlusconi.

Tant’è che la caduta del Governo Berlusconi non ha miracolosamente fatto risalire la fiducia dei mercati, i quali vogliono capire se sapremo cambiare marcia (e rotta). A chi ci presta i soldi non interessa l’etichetta della bottiglia, ma il suo contenuto …


“La fiducia dei mercati poteva essere recuperata senza mandar via Berlusconi”

Neanche quest’affermazione è corretta. Berlusconi, anche se aveva il vezzo di lamentare la scarsità dei suoi poteri, è stato l’uomo – non solo politico – più potente in Italia nell’ultimo ventennio. Non gli possono essere attribuite tutte le responsabilità, ma una quota rilevante sì.

Inoltre, al di là della disputa sull’attribuzione di responsabilità, resta il dato di fatto che la sua azione di governo non è riuscita ad agire sulla crisi, a ridurre il debito, a intraprendere le riforme necessarie, a rassicurare i mercati. La sua continua ricerca di alibi oramai non poteva più reggere.

Berlusconi non era il problema, ma era senz’altro un grosso problema.


“Il Governo dei tecnici è una sospensione della democrazia”

In generale, bisogna guardarsi da di chi invoca le soluzioni “tecniche” come se fossero per definizione imparziali e utili, contrapposte alle soluzioni “politiche” che sarebbero solo partigiane e dissipatrici.

Queste invocazioni hanno una carica di ambiguità che, a volte, nasconde l’ipocrisia di chi vuole imporre la propria visione di parte, spacciandola per “tecnica” (se si tratta di materia socioeconomica; in campo etico la stessa ipocrisia utilizza il termine “laico”).

Venendo alla nostra attualità, esisteva però un’urgenza indifferibile di cambiare marcia e adottare le riforme capaci di rilanciare il nostro Paese. Riforme sempre rimandate dalla nostra classe politica (di destra e di sinistra) precipitata in una crisi profonda, prigioniera dei veti incrociati, accecata da una miopia irresponsabile, paralizzata da meschini interessi partigiani (personali e/o politici).

L’Italia non deve rinunciare alla Politica, nell’accezione nobile del termine, ma ha bisogno di superare una fase in cui ha prevalso una politica deteriore e faziosa.

Il Governo dei “tecnici” presieduto da Mario Monti è una sospensione della democrazia?

Noi speriamo piuttosto che sia un’occasione per il rilancio della democrazia e della politica.

Innanzitutto, la "tecnicità" di questo Governo è stata individuata non in una pretesa neutralità, ma nella competenza specifica dei suoi componenti.
Ebbene, la competenza e la serietà delle persone non sono necessariamente una sconfitta della politica. L’importante è che ci sia chiarezza sui contenuti e che la parola finale spetti sempre ai rappresentanti del popolo. Che sono gli eletti del Parlamento.

In secondo luogo questo Governo, avendo ottenuto la fiducia delle Camere, è un Governo politico, ed è pienamente legittimo sul piano della legalità formale
È anche "tecnico" non perché ha preteso di porsi al di sopra della politica, ma perché ha un profilo che lo ha reso capace di ottenere un'ampia convergenza tra forze di orientamento diverso: è un Governo che sarebbe meglio definire di "unità nazionale", con la peculiarità che le forze politiche hanno preferito non partecipare direttamente alla compagine ministeriale, affidandosi a "tecnici" nel senso poc'anzi esposto.

Anche dal punto di vista della legittimità “sostanziale” questo Governo può rispondere alle aspettative dell’elettorato (e, probabilmente, anche a quelle inconfessate della classe politica).

Qualcuno osserva che la soluzione del governo Monti è stata in qualche misura imposta dagli eventi, e non corrisponde pienamente al verdetto espresso dall’elettorato nel 2008.
Se però vogliamo guardare alla democrazia “sostanziale”, dobbiamo avere l’onestà di leggere la situazione italiana nella sua interezza.

Innanzitutto, che in Italia si sia passati in via di fatto da una forma di democrazia mediata (la repubblica parlamentare) a una di democrazia diretta (repubblica semipresidenziale?) lo sostiene una minoranza del nostro ceto politico (Pdl e Pd, insieme, rappresentano meno della metà degli Italiani), anche se divenuta molto influente con il sistema elettorale maggioritario (ma il sistema elettorale non muta l’ordinamento costituzionale).

In secondo luogo, chi invoca il rispetto della volontà degli elettori dovrebbe accorgersi che molti di quegli stessi elettori hanno ormai cambiato idea, considerato che la popolarità della maggioranza di centrodestra è in caduta libera e che i sondaggi danno un amplissimo consenso al nuovo Presidente del Consiglio (se si obietta che non valgono i sondaggi di opinione, ma le elezioni alla scadenza della legislatura, questo è … un ragionamento di legalità formale!).

Peraltro, se volessimo inoltrarci in ragionamenti sulla legittimità sostanziale dell’incarico al nuovo Governo, potremmo estendere tali ragionamenti alla libertà di formazione del consenso popolare in sede di elezioni (influenza dei media controllati da forze politiche, limitazione dell’offerta elettorale col bipolarismo rigido, ecc.)

Ricordiamo anche che la democrazia serve a governare un Paese. Se una maggioranza che ha avuto l’investitura popolare si dimostra incapace di governare, soprattutto in una fase di emergenza nazionale, tutti gli ordinamenti hanno vie d’uscita: elezioni anticipate, governi di unità nazionale, ecc.


“Il Governo di unità nazionale danneggia il bipolarismo e deresponsabilizza i partiti”

L’Italia degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso è stata danneggiata dalla mancanza di alternativa di governo e, soprattutto, dal “consociativismo”: un’esperienza nata da un’urgenza reale, il terrorismo, ma debordata nella spartizione del potere e nell’accrescimento del debito pubblico; un’esperienza, quindi, da non ripetere.

Ciò nondimeno, è tutto da dimostrare che l’alternanza di governo si possa realizzare solo col clima di conflittualità esasperata che ha caratterizzato la Seconda Repubblica: i risultati non sembrano entusiasmanti …

Un Governo di unità nazionale si giustifica in una situazione di emergenza come quella che stiamo attraversando. E si giustifica se l’unità non è finalizzata a depredare lo Stato, ma a rimetterlo in sesto.

La responsabilità delle riforme urgenti da realizzare può – deve - essere condivisa da partiti di schieramenti diversi. Superata la fase di emergenza, si potrà tornare ad una più netta distinzione di responsabilità, possibilmente in un quadro di bipolarismo pluralista e flessibile.


“Monti farà gli interessi delle banche”

Qui entriamo nel campo del complottismo

Mario Monti non è un banchiere, ma un economista, che si è sempre battuto – nella sua attività scientifico-accademica e di Commissario europeo – contro i comportamenti anti-competitivi delle grandi aziende (banche incluse).

È stato consulente di una banca d’affari (Goldman Sachs). Ma ciò significa solo che le grandi banche hanno bisogno di consulenze affidabili (se il loro management segue effettivamente i suggerimenti dei consulenti, questo è un altro discorso).

Va detto che nel nuovo Governo c’è un importante ex banchiere, Corrado Passera. L’operato del nuovo Ministro per lo Sviluppo economico – e del Governo – dovrà essere in ogni caso giudicato dai fatti, visto che non esiste un conflitto d’interesse effettivo (Passera non si è semplicemente sospeso, ma ha lasciato definitivamente il suo incarico), semmai ‘culturale’.


Le opportunità che la crisi offre, la posizione dei partiti politici

Le forze politiche non hanno espresso la fiducia al governo Monti perché “costrette”.

I nostri politici sanno di quali riforme il Paese ha bisogno. Solo che in loro ha sempre prevalso la paura di perdere consenso (e potere …) con riforme che comportano sacrifici, e quindi sono impopolari. Soprattutto in un quadro generale di esasperata conflittualità, dove esisteva sempre il timore che gli avversarî cavalcassero demagogicamente e cinicamente i malumori dell’opinione pubblica.

Oggi l’adozione di provvedimenti impopolari può avere conseguenze meno severe sul consenso dei partiti.
Sia perché ai cittadini può essere spiegato lo stato di emergenza nazionale (la classe politica doveva avere la capacità di farlo già da tempo).
Sia perché, in un Governo di salute pubblica, le responsabilità sono condivise, così come il peso di eventuali malcontenti.

Inoltre, una maggioranza delle larghe intese è utile a favorire un clima di conciliazione e di fiducia anche nella società civile.

Insomma: se le forze politiche avranno la forma di sostenere sino in fondo il governo Monti potranno cogliere un’occasione storica, quella di affrontare – e far accettare al Paese - le riforme strutturali di cui c’è in ogni caso bisogno.

Certo, non manca chi, come la Lega Nord, vuole la botte piena e la moglie ubriaca: lascia che siano altri ad assumere il peso delle scelte necessarie, e pretende di cavalcare il malcontento. I leghisti (forse non tutti) pensano di essere furbi, ma si pongono alla testa del partito dei cinici e irresponsabili (anche per i privilegi che si ostinano a difendere: le pensioni di anzianità, le Province inutili e le municipalizzate in cui occupano posizioni di potere).

Da tener d’occhio, anche, la posizione di Pdl, Pd e Idv, che hanno dato la fiducia al Governo con qualche esitazione (rivelata anche dal rifiuto a farsi coinvolgere direttamente designando proprî esponenti nell’esecutivo).
Confermeranno la fiducia anche al momento delle decisioni scottanti?
Oppure sceglieranno la strada – incauta - di cercare un lento logoramento dell’esecutivo (forze “di lotta e di governo”)?
O ancora - sperando che il clima internazionale migliori, o cercando il pretesto favorevole  – aspetteranno il momento per defilarsi (“fatta la festa, gabbato lu santo”)?
Insomma, l’assunzione di vera responsabilità è attesa nei prossimi mesi.

Il Terzo Polo è invece la componente che vede nell’attuale evoluzione del quadro politico la realizzazione di quanto da anni (soprattutto l’Udc) andava chiedendo: un governo di unità nazionale capace di svelenire il clima politico e consentire le riforme. Persino il premier, Monti, è un nome ben visto dai centristi.
Ora che questo progetto sembra realizzarsi, e viene premiato dai sondaggi, bisogna però vedere se sarà all’altezza delle aspettative; e se lo saranno quanti lo hanno propugnato, come i leaders del Terzo Polo. In sostanza: dalle parole bisognerà passare ai fatti, dimostrando di saper agire sempre in funzione del bene comune e non di protagonismi personali.


Quello che farà il Governo andrà sempre accettato senza discussioni?

Al nuovo Governo, vista la situazione, bisogna necessariamente fare una grande apertura di credito.

E bisognerà avere anche il buon senso di accettare provvedimenti che a ciascuno possono sembrare non piacevoli (i sacrifici non lo sono mai) o non pienamente equi (il concetto di equità è spesso molto soggettivo).

Per fare solo un esempio, chi scrive ritiene che la ventilata reintroduzione dell’ICI sulla prima casa sia un provvedimento poco felice (meglio sarebbe accrescere il peso fiscale sui patrimoni immobiliari non legati all’uso abitativo).
Se però questo provvedimento non è un modo sbrigativo per far cassa, ma è inserito in un quadro di provvedimenti capaci di chiedere sacrifici a chi si è troppo facilmente arricchito, nonché di sciogliere i nodi strutturali del Paese, allora uno sforzo può essere richiesto a tutti.

Ciò non significa che qualsiasi atto del Governo andrà sempre applaudito. Se ci saranno deragliamenti gravi, andranno denunciati.
Ma sarà bene che ognuno di noi eviti le critiche pretestuose e strumentali, dettate dal desiderio di salvaguardare piccoli interessi o testardi punti di vista. Sono in gioco interessi comuni ben più importanti.



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