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Notizie - In Europa
Quei sorrisi di troppo Stampa E-mail
Come leader deboli possono ancora evitare di passare malamente alla storia
      Scritto da Giuseppe Matteo Vaccaro Incisa
31/10/11
Tanto tuonò che piovve. Ovvero, tanto dissero e fecero – piuttosto male – i leader dei due principali paesi dell’Unione Europea, Germania e Francia, che mi sono ritrovato d’accordo con Casini (fatto raro) ed il suo sdegno per l’ultima superficiale scenetta a conclusione del vertice europeo di domenica 23 ottobre.

In un’ottica euro-sistemica, i ghigni mostrati da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, nel rispondere alla domanda (malposta, faziosa e istituzionalmente balzana) su quanta fiducia avessero nelle capacità del leader della terza economia europea - Berlusconi - di promuovere l’agenda di riforme da loro ‘suggerita’, rappresentano una gaffe istituzionale che surclassa le passate corna e cucù del nostro Presidente del Consiglio. Il nostro, infatti, agisce con spontaneità (superficiale e inappropriata); i due, invece, hanno agito con snobismo (insensato e denigratorio).
I problemi di un’economia - come quella italiana - da oltre duemila miliardi di dollari l’anno non si aggirano a colpi di ghigni. Specie quando tali problemi, dopo essere stati da sempre considerati un fardello pesante ma sostenibile (o comunque una criticità interna risolvibile con gradualità), d’emblée finiscono sulla ribalta mondiale, additati come un grave male comune che deve essere risolto con le proprie forze, in qualche mese.

Lo spettacolino – doloroso, da italiano, e penoso, da europeo – ha fornito l’ennesima prova che l’attuale classe politica europea è di un livello così mediocre che i problemi, in questi tre anni, è solo riuscita ad aggravarli.

Nell’area-euro, se il nostro Berlusconi è ormai un paria internazionale, il duo Sarkozy-Merkel è considerato soltanto perché con qualcuno si dovrà pur parlare.

Da una parte - tra un divorzio, un matrimonio, il tentativo di mettere il figlio ventiduenne alla guida del quartiere finanziario più grande dell’Unione, l’interessatissimo affaire libico e la dolce attesa della moglie più vip di lui - tutto pare aver fatto negli ultimi quattro anni, Monsieur le President, meno che ricoprire il proprio ruolo con decenza.

Dall’altra, il cancelliere tedesco altro non è stato, per l'Europa, che una disgrazia: in sei anni non ne ha azzeccata una. L’ultima è stata il ritardo negli aiuti alla Grecia per non dispiacere l’elettorato locale bavarese al voto: così una quisquilia da 300 miliardi (il 100% del debito greco, il 10% del PIL tedesco, meno del 3% di quello europeo) è divenuta un mostro da 3.000 miliardi che minaccia grandi economie come Spagna e Italia, ponendo a repentaglio l’esistenza stessa della moneta unica (o così dice lo strombazzante tam-tam mediatico).

Inoltre, se da una parte è vero che il mostro è nato dai mal di pancia di un sistema finanziario drogato che aggredisce, pur di speculare, ora le banche ora gli Stati, è anche vero che le banche da salvare da investimenti sproporzionati ed avventati, nell’eurozona, sono sempre le stesse (per l’appunto, francesi e tedesche). Emerge così il conflitto di interessi epocale del direttorio Merkel-Sarkozy, divisi tra l’auto-investitura a leader dell’eurozona (quindi promotori di interessi comuni) e l’essere leader eletti dei paesi col sistema bancario più esposto verso la Grecia (quindi preoccupati di tutelare i propri interessi). Il loro modo di agire appare, infatti, a tratti schizofrenico.
Forse non è un caso se i componenti del duo riscuotono oggi ben poca simpatia nel  loro stesso elettorato. E se ad essere consultata fosse l’opinione pubblica europea nel suo complesso, difficilmente il risultato potrebbe essere migliore.

Perché loro, allora?
Perché, in una classe di alunni gracilini o malconci, i capetti sono il figlio di papà (ovvero la Francia, col suo seggio permanente al Consiglio di Sicurezza alle Nazioni Unite) e l'alunno più robusto (ovvero la Germania, peso massimo europeo per popolazione e ricchezza).
L’Italia, membro fondatore dell’Unione Europea, con un peso demografico simile alla Francia e lo stesso peso (e gli stessi contributi) di questa in tutte le istituzioni europee, è purtroppo esclusa dal gruppo di comando. Se, da una parte, questo toglie legittimità a qualsiasi decisione presa dai capetti, dall’altra lo schiaffo allo Stivale è innegabile – e brucia, ogni volta.
I ghigni in conferenza stampa, però, sembrano circoscrivere il danno, individuando in modo fin troppo preciso cosa (chi) è percepito, all’estero, come un problema per il nostro paese.

Sia come sia, l’attenzione politica, mediatica e finanziaria internazionale pare concentrata ad alimentare un dibattito penoso: mentre si cerca di cavare qualche miliardo per tappare i buchi dei bilanci statali, i mercati ne bruciano un centinaio a giorni alterni.

Intanto, le ricette proposte per ‘risolvere’ la situazione sono cure da stallone propinate a puledri, come quelle imposte alla Grecia: prigioniera della recessione fino ad almeno il 2012, il deficit schizzato al 15% e la disoccupazione oltre quota 18%, la Repubblica Ellenica non acenna a migliorare. Più che una cura, sembra una macumba. Tanto più difficile da accettare sapendo – come è noto – che lo stato complessivo delle finanze UE è migliore di quello degli Stati Uniti e che, quindi, basterebbe inquadrare il problema in modo diverso per far sì che i mercati cessino di speculare sulla resistenza del blocco europeo.
Con un po’ di buon senso e prospettiva (nemmeno solidarietà - vocabolo che all’elettorato tedesco pare non piacere) potrebbero essere trovate soluzioni che non minino le fondamenta dell’eurozona, evitando “cure” draconiane il cui unico effetto sicuro sarebbe quello di creare nuovi risentimenti tra i popoli europei che dureranno per generazioni.

Per esempio, Italia e Francia, che ancora aderiscono ad un progetto a lungo termine di unità europea, sono favorevoli all’introduzione degli eurobond (in parole poverissime: titoli di debito pubblico emessi dall’Unione Europea). La Germania - che all’ideale politico europeo antepone, con Angela Merkel, l’interesse per le elezioni politiche locali - è contraria, vittima di una modesta classe intellettuale che già prospetta l’eurobond a carico dell’operaio tedesco, il quale sarebbe costretto a spaccarsi le ossa in fabbrica per mantenere il baby-pensionato greco o spagnolo.
Più volte, piuttosto, il cancelliere tedesco ha proposto l’introduzione, nelle costituzioni dei paesi che usano la moneta unica, della ‘regola aurea’ per la quale (sempre in modo semplicistico) gli stati nazionali non potranno più chiudere i loro bilanci in deficit. Il Sud Europa trema e il Nord Europa nicchia, poiché una regola simile impedisce agli Stati con in conti in ordine (ma anche no) di spendere di più in tempi di vacche magre.

Tra le tante fino ad oggi prospettate, una soluzione di principio al problema potrebbe scaturire dalla combinazione delle due idee testé esposte, ovvero nel mettere in comune, a partire da Francia e Germania, il debito pubblico di tutti quegli Stati europei che accettino di introdurre la regola aurea nelle loro costituzioni. Così strutturato, garantito dall’insieme delle economie più grandi e forti (Francia e Germania, ma anche Italia, il cui deficit è determinato, da oltre un decennio, solo dagli interessi pagati sul debito), il debito pubblico comune della zona euro – già oggi inferiore a quello degli Stati Uniti, e con prospettive assai migliori – diverrebbe non solo, di colpo, meno interessante per la speculazione finanziaria, ma anche un embrione di politica fiscale comune, ponendo un tetto costituzionale alla spesa degli Stati (che potrebbero ovviarvi, per esempio, soltanto in presenza dell’approvazione della maggioranza degli altri Stati membri dell’eurozona e per situazioni di comprovata necessità).

È chiaro, il meccanismo delineato non è applicabile sic et simpliciter. Eppure, questo dovrebbe essere l’approccio da tener presente: fondere i problemi di Stati ormai troppo piccoli per stare con dignità sulla scena mondiale in una nuova forza, capace non tanto di resistere alla globalizzazione ma, piuttosto, di determinarne le regole.

Non resta che sperare che quei leader europei che hanno già governato a lungo (come Merkel e Berlusconi) sentano il desiderio di ‘entrare nella storia’ non per aver portato allo sfascio il progetto europeo, ma come coloro che hanno posto le basi della sua ultimazione: la creazione di una compiuta federazione europea.

Certo, prima dovrebbero smetterla di preoccuparsi delle prossime elezioni – alle quali, in ogni caso, sarebbe bene non partecipassero.


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