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Cultura - Storia
La cittadinanza repubblicana Stampa E-mail
Le radici della solidarietą civile nella storia italiana
      Scritto da Simone Arseni
17/10/11
Vignetta di Roberto Mangosi per il 50° Salone intern. dell'umorismo di Bordighera
Vignetta di Roberto Mangosi per il 50° Salone intern. dell'umorismo di Bordighera

 

“Una gente che libera tutta
o fia serva tra l’Alpe e ‘l mare;
una d’arme, di lingue, di altare,
di memorie, di sangue e di cor”

(Giuseppe Mazzini)


In momenti critici come quelli che stiamo vivendo in Europa le società si trovano spesso di fronte a un bivio. È possibile che ogni singolo individuo, ogni categoria sociale, ogni porzione territoriale, allontani da sé le difficoltà, nella speranza di non doversi sacrificare nel momento del bisogno e di potersi avvalere dei sacrifici altrui nel momento in cui - e se - le acque si saranno calmate. Oppure può accadere che un nuovo spirito di responsabilità spinga tutti a stringersi in uno sforzo per risalire la china, recuperando le motivazioni profonde che sono alla base del vivere insieme. Le ragioni della cittadinanza, insomma.

Le due dimensioni della cittadinanza e la solidarietà nazionale

Da un punto di vista concettuale, ma anche sotto il profilo storico, il tema della cittadinanza repubblicana può essere analizzato nella sua duplice dimensione politico-culturale ed etico-civile.

La prima dimensione fa riferimento alla struttura partitica e ideale del sistema politico italiano, spesso poco coesa e fortemente ideologizzata; la seconda dimensione si sofferma invece sull’analisi complessiva dei legami di solidarietà sociale che uniscono gli individui appartenenti a una comunità statuale. Entrambe queste dimensioni confluiscono in una visione schematizzata della cittadinanza che descrive il civis come un soggetto giuridico che, da un lato, è titolare di diritti inalienabili, dall’altro è vincolato al rispetto di obblighi nei confronti della comunità a cui appartiene. Ma, non potendosi ritenere soddisfacente un’etica collettiva regolata esclusivamente dal principio del do ut des, è necessario aggiungere un elemento che è poi il nocciolo duro di ogni cittadinanza responsabile: la solidarietà, intesa come responsabilità del singolo (cittadino o partito) nei confronti della comunità di appartenenza. Tale elemento è da considerarsi di fondamentale importanza, poiché rompe la logica prettamente utilitaristica che è alla base dei rapporti sociali e inter-partitici inserendola in un orizzonte arricchito da una visione d’insieme del bene nazionale.

La dimensione politico-culturale

Nella storia d’Italia si possono notare alcune caratteristiche latenti: lo spirito di solidarietà nazionale emerge, nella sua dimensione politica, solo in casi di eccezionale emergenza durante i quali si corre il rischio palpabile di andare incontro alla disgregazione dello stato. La responsabilità rispetto alla civitas cui si appartiene è assimilabile a un fiume carsico che si inabissa per ampi tratti del proprio corso per poi affiorare e ossigenarsi.

Rari, dunque, sono stati i momenti in cui si è riusciti a superare o, meglio, ad accantonare le divisioni ideologiche tra i partiti, al fine di fronteggiare le emergenze di governo. Nel periodo costituente, ad esempio, grazie alla formazione di un fronte comune dei partiti anti-fascisti, fu possibile trovare un accordo politico sui principi cardine della struttura costituzionale e democratica del nuovo stato. Un altro esempio significativo riguarda gli “anni di piombo” del terrorismo, allorché i partiti moderati di centro-destra e di sinistra, nel tentativo di arginare le spinte sovversive condotte da movimenti e organizzazioni estremiste e antisistema, fecero fronte comune in difesa dello Stato.

Al di fuori di questi rari momenti, la cultura politica italiana risulta perennemente attraversata da uno scontro ideologico profondissimo che tende a frammentarne l’unità. Una simile situazione fu aggravata dalla trasposizione sul piano interno di schematismo manicheo ereditato dal contesto internazionale polarizzato. Dc e Pci avviarono un rapporto di reciproche diffidenze basato sulla definizione dell’avversario politico quale nemico interno da combattere con ogni mezzo a propria disposizione. Vigeva una strategia di continua demonizzazione e delegittimazione dell’avversario che, unita alla mancanza secolare di un tessuto culturale omogeneo tra gli italiani, non consentì allo spirito di solidarietà nazionale di emergere e consolidarsi.

L’assenza di una cultura compatta era già stata più volte evidenziata dai “vociani” (gli intellettuali che scrivevano sul settimanale La Voce, fondato da Prezzolini e Papini a inizio Novecento, ndr), in particolare dal grande meridionalista Giustino Fortunato, che denunciò nel suo articolo “Le due Italie” l’enorme distanza tra le culture politiche economiche e sociali del Nord del Sud del paese. L’Italia resterà quindi una nazione poco coesa, insidiata per secoli dall’esistenza di appartenenze separate: la questione romana immediatamente dopo l’unità, il movimento operaio in età liberale e la radicalizzazione del confronto durante il regime fascista.

Tali squilibri e fratture erano ben presenti anche nella mente del Mazzini, che auspicava in questi termini il superamento delle divisioni nazionali:

“Una gente che libera tutta / o fia serva tra l’Alpe e ‘l mare; / una d’arme, di lingue, di altare, / di memorie, di sangue e di cor”

Questo tema risulta tanto attuale, che Eugenio Scalfari, nell’editoriale de “La Repubblica” del 25 aprile 2010, ha scritto, leggendo le parole del Manzoni con gli occhi del cittadino contemporaneo:

“Ma dove mai? Siamo mille miglia lontani da quell’unità auspicata dai nostri grandi, mai realizzata nel profondo se non nel fango delle trincee, nei sacrifici dei più deboli, nelle speranze di quanti, malgrado tutto, hanno costruito, hanno prodotto, hanno dato un volto moderno, hanno tentato di estirpare i vizi e seminare le virtù civiche”.

Tornando ai tempi della Prima Repubblica, l’identità nazionale risultava debole anche perché i due maggiori partiti (Pci e Dc) derivavano da tradizioni politiche in forte contrasto con l’assetto unitario dello stato e con la tradizione filosofico-politica risorgimentale e trovavano la loro legittimazione al di fuori dei confini nazionali. La Dc era infatti supportata dagli Stati Uniti, mentre il Pci traeva vigore dalla vicinanza ideologica e materiale dell’Unione Sovietica. Ciò comportò l’esclusione pressoché immediata dei comunisti dall’area di governo, sin dagli inizi del 1947. Questo avvenimento causò un’integrazione soltanto parziale del Pci nel nuovo sistema democratico e ciò condusse i comunisti ad avvertire lo stato come una controparte rispetto ai propri obiettivi ideali e politici.

La Dc, d’altra parte, finì per identificarsi sempre più con lo stato e le sue istituzioni, forte del suo ruolo di argine al comunismo, della sua lotta per la difesa dell’ordine democratico. E se in un primo momento fu il partito democristiano a identificarsi con l’interesse dello stato e con i valori costituzionali, a lungo andare tale meccanismo si andò capovolgendo: si giunse a identificare gli obiettivi nazionali con gli obiettivi del partito, la difesa degli interessi collettivi con la difesa degli interessi particolari.

Sembrò difficilmente evitabile la divaricazione delle ideologie e degli interessi partitici a scapito della solidarietà nazionale e della prospettiva di un bene comune durevole nel tempo.

La dimensione etico-civile

Per quel che riguarda la dimensione etico- civile della cittadinanza, il tessuto sociale apparve invece più coeso. Questo fu possibile grazie alla creazione di una fitta tela di reti partitiche e pre-partitiche che riuscirono a offrire servizi e aiuti materiali agli italiani per la ricostruzione di uno stato demolito dalla guerra e dalla dittatura. Fu forte la spinta dei partiti maggiori verso la fortificazione di una comune lealtà di fondo che, attraverso il canale dell’associazionismo, aiutasse i cittadini a superare le divisioni. A questo proposito fu certamente lodevole il tentativo dispiegato da parte di Pci e Dc di non politicizzare le strutture (ad essi legate) che svolgevano funzioni di assistenza: dalla creazione di cooperative di consumo, agricole e di lavoro all’assistenza negli ospedali, dall’apertura di asili nido, mense, laboratori di vestiario all’assistenza ai reduci; in nessun caso si fecero discriminazioni in relazione all’appartenenza politica.

Le basi della cittadinanza nella Costituzione repubblicana

Riassumendo, difficilmente gli orizzonti dei partiti italiani si sono arricchiti di un’ottica di lungo periodo, se non in rari momenti di emergenza e crisi istituzionale. Ciò ha da sempre impedito il consolidamento di quello che può considerarsi il nocciolo duro del concetto di cittadinanza, essenziale in ogni convivenza civile e nella formazione di un’etica collettiva duratura: la solidarietà e la responsabilità sociale di tutti i membri di una comunità politica. D’altra parte, però, si è visto come una certa coesione sociale basata sull’assistenza ai bisognosi fu promossa proprio da quelle organizzazioni partitiche che sembravano costituire il maggiore ostacolo alla sua affermazione: la creazione di strutture assistenziali ad ampia partecipazione popolare (e quindi anche femminile) fu, in questo senso, uno strumento di fondamentale importanza.

La vittoria sublime, se così si può dire, della coscienza nazionale e degli obiettivi comuni alla nazione si ebbe nello spirito propositivo dei padri costituenti. Per utilizzare una metafora del giurista italiano Gustavo Zagrebelsky, si può dire che la “Costituzione è ciò che si fa quando si è sobri a valere per il momento in cui si sarà ubriachi”. E per sobri intendeva capaci di guardare al bene comune, all’utilità generale.

L’Assemblea costituente è stata di fatto il luogo della formalizzazione delle basi giuridiche della nuova cittadinanza: in quella sede si tornò a saldare la dimensione dei doveri sociali con quella dei diritti individuali e collettivi. Ciò è visibile in modo particolare nel secondo comma dell’art. 3 della Costituzione che recita:

"E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Si assistette, di fatto, al sovvertimento del rapporto tra lo stato e il cittadino promosso e consolidatosi in epoca fascista che voleva un cittadino completamente assorbito dallo stato, al servizio degli obiettivi nazionali che surclassavano le necessità e i diritti dei singoli. Con la stesura dell’art. 3, i padri costituenti sancirono che lo stato democratico ha l’obbligo di porsi al servizio del cittadino e della sua riuscita individuali, riallacciandosi in questo modo alla tradizione di pensiero liberale che evidenziava l’esistenza di alcuni diritti inalienabili dell’uomo.

Negli anni immediatamente successivi alla caduta del regime, l’antifascismo non si limitò alla sola contrapposizione pura e semplice rispetto all’esperienza dittatoriale, ma divenne espressione positiva e propositiva di ciò che il fascismo aveva negato sin dalla sua ascesa al potere: libertà, valore e dignità della persona umana. E fece questo anche attraverso la difesa dell’autonomia dell’associazionismo nella società civile, sancito a livello costituzionale: partiti, associazioni, famiglia, organismi amministrativi (comuni, province e regioni) trovarono nella Costituzione un riconoscimento formale giustificato dalla necessità di “proteggere i cittadini del nuovo stato dal rischio che un potere politico totalitario tornasse a plasmare la società e l’individuo”1.


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1. Angelo Ventrone, La cittadinanza Repubblicana, Mulino 1996, Bologna. 



Giudizio Utente: / 5

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