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Rubriche - Sport
Usain Bolt, l’extraterrestre con la spinta giusta Stampa E-mail
Intervista con l'uomo più veloce del mondo
      Scritto da Claudio Pollastri a colloquio con Usain Bolt
06/10/11
Usain Bolt, lei coi pronostici proprio non ci azzecca.
Tifo per il Manchester United. Ero convinto che vincesse la Champions.

Il Barcellona era extraterrestre, un po’ come lo è lei nelle gare.
Non sono ancora al massimo. Però vinco lo stesso.

Extraterrestre, appunto. Cosa rappresentano quei cento metri di pista?
Libertà. E voglia di sentirsi realizzato.

Vincere è fondamentale, non solo partecipare?
Correre bene è fondamentale. Essere in armonia col proprio corpo e col proprio spirito, questo è fondamentale. La vittoria arriva da sola.

Fosse così semplice diventare l’uomo più veloce del mondo!
Lo so, ho un dono meraviglioso. E cerco di metterlo a frutto nel modo migliore.

Com’è saggio, così giovane.

Sono cresciuto in una famiglia con principi saldi. Tutto ciò che arriva da questo sport lo devo all’Altissimo.

Il suo che Altissimo è?
Sono cristiano. E prego prima di ogni gara.

Ha avuto una formazione religiosa?
La mia famiglia è cristiana. Mia madre mi ha insegnato a pregare.

Che effetto le ha fatto vedere Roma?
Era la prima volta. Mi ha impressionato il Cupolone.

Cos’altro le è piaciuto di Roma?
La cucina. Rinuncerei a una vittoria per un piatto di rigatoni.

Troppo scontato. Faccia uno scatto di fantasia.
Le ragazze. Sono davvero bellissime. Le più belle del mondo.

Preferisce inseguirle o essere inseguito?
Mi piace essere corteggiato. Ma preferisco rincorrerle.

Se si mette a rincorrerle, non ce n’è per nessuno.
Se è per questo, non ce n’è per nessuno neanche in pista.

La persona che le corre accanto è un rivale o un nemico?
È un uomo sfortunato. Perché non vincerà. Mai.

Beh, avrà un difetto.
La partenza. Sono troppo alto. Fatico nei primi metri. Ma ci sto lavorando.

È vero che dopo i Giochi olimpici di Rio del 2016 farà il calciatore?
Mi piace il calcio. E sarei super anche col pallone tra i piedi.

Con la maglia dell’Italia assomiglia a Balotelli.
Me lo dicono tutti. Conosco Mario. E mi piace, anche se è un po’ indisciplinato.

È il suo modello?
Il mio modello è Eto’o. Gli ho già lanciato la sfida.

E lui?
Non è preoccupato. Essere l’uomo più veloce del mondo non basta.

Infatti, bisogna anche fare gol.
Mi sto già allenando.

Si sente una specie di superman al quale tutto è concesso?
I discorsi saggi di mia madre e la fede nel Signore mi impediscono di scambiare un dono per un privilegio. Resto con i piedi per terra.

Piedi che però vanno più veloci di tutti.
E mi porteranno un giorno in paradiso

Già prenotato?
Non faccio del male a nessuno.

Non basta. Bisogna anche fare del bene.
Aiuto tutti. Non sono arrogante con gli avversari: un insegnamento di mia madre e del Signore. L’ho sentito vicino quando non stavo bene lo scorso anno. Un anno da inferno.

Cos’era successo?
La schiena mi faceva male. Per un anno sono stato lontano dalle gare ma molto vicino alla mia Giamaica.

E adesso?
Sto bene. Ho messo su anche due bei bicipiti. Sono in forma.

A chi deve il ritorno in forma?
Al Signore. E al mio coach. Che mi ha sempre motivato.

Qual è il segreto che non rivelerà mai?
La concentrazione. Che arriva dall’anima, non dalla mente. E l’anima non sbaglia. Mai.

Immagino che sia un tipo sempre in movimento.
Tutt’altro. Sono molto pigro. Un tipo tranquillo, casalingo.

Le piace leggere?
Non sono un gran lettore. Preferisco la playstation.

Com’è la sua giornata?
Mi alzo molto tardi. Prego. E non faccio mai colazione. A pranzo mangio normale, se non ho le gare. Adesso che ho scoperto la pasta italiana e il pollo, me li farò cucinare da mia madre.

E la sera?
Cena a casa. Playstation. E poi la preghiera prima di andare a dormire.

Chi le organizza la vita?
Quella familiare, mia madre.

Anche quella affettiva?
Si riferisce alla mia futura moglie?

Ascolterà il consiglio di sua madre?
Mia madre preferirebbe fosse giamaicana.

Invece lei?
L’amore non ha passaporto

Però ha appena detto che sogna una fidanzata italiana.
Siamo a Roma. Ed è piena di belle ragazze. Adesso però devo pensare alle gare.

Chi le organizza la vita sportiva?
Il mio manager si occupa degli sponsor. Il mio agente invece della parte logistica.

Si preoccupa insomma che non perda l’aereo?
Più o meno è così.

E l’organizzazione spirituale?

Il Signore è sempre con me. E mi dà la spinta giusta.

Anche in pista?
Oltre al Signore mi spinge l’orgoglio di essere giamaicano.

Dov’è nato?
Nella parrocchia di Trelawny, nella provincia che ha come capitale Falmuth, il 21 agosto 1986.

Un porto tristemente famoso...
Tra la fine del 1700 e il 1800 vi facevano il primo approdo le navi che portavano gli schiavi dall’Africa. In quel mercato di carne umana avveniva la prima scelta. I migliori andavano all’asta.

Sa tutto. Allora, qualche libro lo legge.
È la nostra storia. Non si può non conoscerla.

I cosiddetti «figli del dolore»?
Sono le nostre origini. Ti bruciano dentro.

Le sue vittorie hanno portato benefici nella sua Terra?
Dopo le Olimpiadi di Pechino è stata asfaltata la strada che porta dalla mia parrocchia a Falmuth. Ed è arrivata anche l’acqua potabile che desideravo fin da bambino.

Che bambino era?
Incontenibile. Mio padre era preoccupato. Non sapeva cosa fare. Mi avrebbe legato volentieri a una sedia.

Per fortuna non l’ha fatto.
Correvo e mi allungavo. La natura e il Signore mi stavano costruendo con sapienza.

La sapienza che non ha avuto il suo primo allenatore.
A 17 anni il record mondiale era già mio. Ma avevo sempre male alla schiena. Ero troppo lungo e magro. Dovevo seguire una preparazione particolare che invece avevano ignorato. Ho rischiato grosso. Potevo non correre mai più. Adesso per fortuna è tutto OK.

È tornato il re dello sprint.
E diventerò anche il re del calcio.

Non è un po’ esagerato?
Mia madre mi diceva che sono uscito dal suo ventre già fenomeno esagerato.

Le crede?
Come credo nel Signore.


 pubblicato sul numero 373 del mensile Fogli

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