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Rubriche - Sport
Celtic-Rangers, sfida "all'ultimo sangue" Stampa E-mail
Il derby pił sentito al mondo unisce alla rivalitą calcistica quella nazionalistica e religiosa
      Scritto da Antonio Giuliano
22/04/11
Tifosi del Celtic (in primo piano) e dei Rangers
Tifosi del Celtic (in primo piano) e dei Rangers
C’è da augurarsi che non sia una bloody sunday, un’altra “domenica di sangue”. Ma l’infuocato derby di Glasgow, tra Celtic e Rangers, in programma a Pasqua (1), si apre ancora sotto sinistri auspici, tra pacchi bomba sventati e minacce inquietanti. Non è certo una novità: dietro questa sfida calcistica, nota come Old Firm, ci sono anni di scontri che esulano dallo sport e invadono i campi della politica e della religione dell’intera Gran Bretagna.

Tutto perché il Celtic è da sempre la squadra della minoranza cattolica di Glasgow, formata per lo più da irlandesi emigrati in Scozia sul finire dell'800. Un club che rivendica con orgoglio le proprie radici e non ha mai nascosto simpatie indipendentiste dal Regno Unito. Di contro ci sono i Rangers, la squadra della maggioranza protestante e unionista, fedeli alla Regina d’Inghilterra. Quando le due squadre scendono in campo gli echi della battaglia calcistica (e non solo) arrivano in Irlanda del Nord (teatro degli scontri più sanguinosi tra cattolici e protestanti dagli anni Sessanta in poi) e nella Repubblica d’Irlanda dove il Celtic è la squadra più amata.

Ma preoccupa l’escalation di violenze che va avanti ormai da decenni. L’ultimo allarmante episodio in vista della partita di Pasqua è il pacco bomba contro l’allenatore del Celtic, Neil Lennon, e contro due suoi conoscenti, un avvocato e una parlamentare, entrambi sostenitori del club “cattolico”. La polizia scozzese che ha intercettato i tre ordigni ha assicurato sulla reale intenzione di colpire per «uccidere o mutilare». Non è la prima volta che Lennon finisce al centro di attentati o gesti intimidatori. Il tecnico, 39 anni, è un pilastro del Celtic a cui è legato dal 2000: prima come giocatore e capitano, fino al 2007, e poi come allenatore delle giovanili e della prima squadra dal 2010.

Cattolico, nativo di Lurgan, in Irlanda del Nord, Lennon è diventato in questi anni il bersaglio preferito dei fanatici unionisti. Nel 2002 fu addirittura costretto a lasciare la nazionale nordirlandese. A poche ore dalla partita con Cipro in cui sarebbe stato il primo capitano cattolico romano dell’Irlanda del Nord, la polizia lo fece scendere dal bus della squadra diretto allo stadio. La formazione paramilitare lealista, Loyalist Volunteer Force (LVF), non aveva usato troppi giri di parole: «Lennon is a taig, and we didn’t want him to play at Windsor Park». Un taig, «uno sporco cattolico che non doveva giocare a Windsor Park» lo stadio di Belfast. LVF “lasciò” scegliere a Lennon se «vivere o morire» qualora avesse deciso di scendere in campo. E l’allora capitano del Celtic sapeva bene che quei fanatici non scherzavano affatto, avendo compiuto 18 omicidi in cinque anni, tra cui l’assassinio dell’amico e giornalista cattolico Martin O’Hagan. Le milizie lealiste cominciarono a dipingere murales con i suoi ritratti sigillati da inviti funebri: «Neil Lennon Rip» (“Neil Lennon riposa in pace"). E suo padre fu colto da un infarto.

Dopo aver lasciato la nazionale, i fondamentalisti protestanti l’hanno seguito anche in Scozia: qualche anno fa in un derby con i Rangers fu aggredito senza pietà: perse coscienza e si risvegliò solo in ospedale. Eppure anche oggi che avrà la scorta di 24 ore al giorno non si scompone: «Non vivrò guardandomi alle spalle, i fissati ci saranno sempre». Lui è uno che sa che cosa significa difendere i colori biancoverdi.

Tifare per il Celtic è davvero una fede. Fu un frate mariano di origini irlandesi, Brother Walfrid, a fondare il club nel 1887. Voleva in questo modo raccogliere soldi per i poveri della città, che erano in larga parte irlandesi e cattolici: e l’arcivescovo cattolico Charles Eyre diede la sua benedizione nella chiesa di Santa Maria ad East Rose Street in Glasgow. Il club fu battezzato “Celtic”, per richiamare le radici celtiche delle popolazioni scozzesi e irlandesi, anche se da subito i giocatori furono definiti bold boys (ragazzi audaci) e nel tempo il soprannome ufficiale divenne the bould Bhoys con l’aggiunta della u e della h a marcare la parlata irlandese. I colori della casacca, con le caratteristiche strisce orizzontali bianche e verdi sono ancora un chiaro omaggio all’amata patria del suo fondatore. Ma anche lo stemma, il quadrifoglio, vuol essere un simbolo ancor più forte del trifoglio con il quale san Patrizio, patrono di Irlanda, aiutava i fedeli a cogliere l’essenza della Divina Trinità.

Il primo derby con i Rangers risale addirittura al 1888: il Celtic vinse per 5-2 e la partita fu giudicata subito un evento così importante da spostare l’anno di nascita del club a quella data. Ma tra le stracittadine memorabili spicca quella del 1957 con una vittoria da guinness, 7-1: per la prima volta dagli spalti dell’Hampden Park si levò l’inno You’ll Never Walk Alone. Sebbene l’apoteosi calcistica fu la Coppa dei Campioni del ‘67 conquistata a Lisbona contro l’Inter di Mazzola: il Celtic divenne il primo club britannico e nord europeo a vincere la competizione. E i giocatori biancoverdi che scesero in campo sono ancora oggi ricordati come Lisbon Lions (Leoni di Lisbona) (quei giocatori avevano anche una peculiarità: erano tutti giocatori "di casa", nati e residenti nel raggio di pochi chilometri dallo stadio del Celtic, ndr). Il calore dei tifosi ha fatto registrare un record di spettatori che resiste nelle competizioni europee dal 1970, quasi 134 mila persone per la sfida con il Leeds United.(I tifosi del Celtic detengono anche il record della più numerosa trasferta in un Paese estero nella storia del calcio: nel 2003 si recarono in 80.000 - in molti senza biglietto - a Siviglia ad assistere alla finale di Coppa UEFA, poi persa contro il Porto. Il tutto si svolse senza incidenti, ed anzi la tifoseria fu premiata da FIFA e UEFA per la correttezza. Ndr).

Ma la rivalità con i Rangers rischia seriamente di giocarsi a porte chiuse. Nell’ultimo incontro di Coppa a marzo (vinto dal Celtic per 1-0) il bilancio degli scontri parla da sé: 34 arresti effettuati allo stadio, e 229 fermati dieci giorni dopo la partita in tutta Glasgow. Con questo stato d’animo ci si avvicina al derby di Pasqua. Che poi si giochi la domenica di Resurrezione suona quanto mai beffardo. Anche se non siamo senza peccato, visto che anche il pallone italico, sempre più pompato dagli interessi commerciali e televisivi, è del tutto indifferente alle tradizioni religiose con partite al venerdì santo e in piena veglia pasquale (Juventus-Catania).

La polizia scozzese a marzo ha lanciato l’allarme derby: «Non ci possono essere dubbi sul fatto che il numero di incidenti che ha colpito la nostra comunità in seguito a queste partite ha raggiunto livelli inaccettabili». Il Parlamento ha ricordato che entrambe le squadre hanno sottoscritto l’impegno a mettere fine alla violenza settaria tra cattolici e protestanti. E il presidente della federcalcio scozzese, Les Gray, è arrivato a proporre di eliminare il derby del tutto «per via del suo costo sociale ed economico». Ma sembra ormai uno stanco ritornello. Già gli U2 in Sunday Bloody Sunday (la "domenica di sangue" del 30 gennaio 1972) cantavano "How long, how long must we sing this song?" ("Per quanto tempo dovremo cantare questa canzone?"). Era il 1983, son passati 28 anni.


Pubblicato su www.labussolaquotidiana.it
Aggiungiamo una curiosità: la classifica dei derby di maggior rivalità nel mondo stilata dalla CNN:
1º) Celtic vs Rangers (Scozia) 
2º) Lazio vs Roma (Italia) 
3º) Boca Juniors vs River Plate (Argentina) 
4º) Al Ahly vs Zamalek (Egitto) 
5º) Galatasaray vs Fenerbahce (Turchia) 
6º) Olympiacos Pireo vs Panathinaikos (Grecia) 
7º) Stella Rossa vs Partizan (Serbia) 
8º) Wydad vs Raja (Marocco) 
9º) Corinthians vs Palmeiras (Brasile) 
10º) Peñarol vs Nacional (Uruguay)

________________________

(1): per la cronaca, il derby si è concluso 0-0 (con un rigore sbagliato dal Celtic a 7 minuti dal termine), fortunatamente senza incidenti.



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