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L’addio al calcio di Ronaldo
      Scritto da Matteo Pirritano
21/03/11

Dice addio.
Quando ha capito che le gambe non seguivano più la testa, quando si è reso conto che quello che voleva non riusciva più a farlo, ha detto basta.

Ronaldo (Luis Nazario de Lima) a 34 anni, dopo una carriera da brividi, saluta e se ne va.

Resterà per sempre nella storia del pallone. Unico giocatore, tanto per dirne una, capace di battere il record di Gerd Müller segnando 15 reti nella fasi finali dei Mondiali (4 nel 1998, 8 nel 2002 e 3 nel 2006).

Ha ringraziato tutti, nella conferenza stampa in cui ha annunciato l’addio al calcio; ma in realtà sono i milioni di tifosi del calcio che ringraziano lui per quello che ha fatto vedere a tutto il mondo dal 1993 fino a pochi giorni fa.

Il “Fenomeno” – come era soprannominato - ha vinto tanto, tantissimo. Con il Brasile, tanto per cominciare, due Mondiali, di cui uno nel 1994 a 18 anni (senza per la verità giocare mai) e l’altro nel 2002 da assoluto protagonista. Inoltre, due edizioni consecutive della Coppa America (1997 e 1999). In Nazionale vanta in totale 62 gol in 97 partite, secondo marcatore di sempre a 15 gol dal primatista Pelé.
Ha regnato sul calcio mondiale, portandosi a casa due palloni d’oro (1997 e 2002) e tre volte il premio di migliore giocatore al mondo.
Tra Olanda, Spagna ed Italia ha giocato 329 partite con le squadre di club, segnando 235 gol. Ha vinto la classifica dei cannonieri in Olanda e due volte in Spagna, mentre l’AIC (Associazione Italiana Calciatori) l’ha premiato nel 2007 come Campione dei Campioni.

Quando partiva palla al piede, a quella velocità, capivi che sarebbe successo qualcosa, capivi che quello lì non lo prendeva nessuno. Prima di lui solo Maradona era in grado di dribblare tutta la squadra avversaria e poi depositare il pallone in rete.
Anche se Ronaldo è stato il precursore del giocatore moderno, ‘super-sonico’, in cui si fondono forza muscolare esplosiva, velocità e una tecnica pazzesca. Nessuno come lui ha avuto la capacità di correre con il pallone, incollato al piede, più velocemente di quanto non fosse capace di fare senza di esso; palla telecomandata anche nei tiri in porta: si “insaccava” sempre dove voleva lui.

Un campione capace di dettare con classe la legge del più forte, sempre col sorriso sulle labbra, senza mai alzare la voce con un compagno, senza mai farsi nemici.
Tranne uno, accertato, conclamato, che ad un certo punto l’ha costretto a fermarsi: l’infortunio.
Anzi, più infortuni. Si è rotto due volte il tendine rotuleo del ginocchio destro, una volta quello del ginocchio sinistro. Tra tutte le immagini emblematiche della fragilità del Fenomeno rimarrà indelebile negli appassionati di calcio quella della finale di Coppa Italia 1999-2000 tra Lazio ed Inter. Atteso da tutti, dopo mesi di assenza, dopo pochi minuti prende palla nella trequarti avversaria, punta la difesa bianco-celeste accennando il suo tipico movimento, il “paso doble”. Ma il suo tendine rotuleo si sgretola, la gamba si piega in due ed il destino infausto si abbatte sul brasiliano. Nel silenzio dello stadio Olimpico che assiste impietrito.

Destino infausto anche nel 1998, la notte prima della finale mondiale a Parigi, quando fu colto da convulsioni, verosimilmente di origine epilettica. Sotto infiltrazioni e sotto stress (e sotto la pressione degli sponsor) scese in campo per la finale, che non giocò al suo meglio. La Francia batté il Brasile per 3-0 e vinse la Coppa del Mondo, e il giallo sul suo malore divenne un caso mondiale.

È caduto più volte, ma si è sempre rialzato. Dopo lunghe riabilitazioni in seguito agli infortuni subiti, nel Mondiale 2002, che si giocò in Corea del Sud e Giappone, Ronaldo vinse la classifica marcatori con 8 gol e fu la stella della squadra che arrivò in finale per la terza volta consecutiva. Questa volta l'avversaria per il titolo fu la Germania, che il Brasile batté 2-0 con due suoi gol. La vittoria mondiale gli valse a fine anno il suo secondo Pallone d'oro (2002).

Ad ogni modo, per colpa dei tanti infortuni subiti non ha raccolto quanto avrebbe meritato.

Ha cominciato dal basso in Brasile, ragazzino povero che sognava la maglia del Flamengo e invece doveva accontentarsi di giocare nel São Cristóvão.
In Europa è cresciuto a vista d’occhio, prima nel Psv Eindhoven e poi nel Barcellona, dove il ragazzino con i dentoni è diventato ragazzone prima di passare all’Inter per poi giocare nel Real Madrid e nel Milan. Il rimpianto forse è quello di averlo visto poco in Italia, nel suo periodo di maggiore splendore (prima degli infortuni): un anno splendido, il primo da interista, uno scudetto sfiorato e una Coppa Uefa stravinta.
E infine è ritornato in Brasile, come aveva promesso quando se n’era andato tanti anni prima, cercando di far vincere la Coppa Libertadores al Corinthians, sua ultima squadra.

Si è divertito tanto e ha fatto divertire. Nel 2000 è uscito il videogioco Ronaldo V-Football della casa francese Infogrames a lui dedicato e a causa del quale il suo nome non era citato in FIFA 99 dell'americana Electronic Arts poiché i diritti per il suo nome li aveva presi la prima (gli appassionati ricorderanno che al posto di "Ronaldo", dunque, compariva il nome "G. Silva" nella versione per PC o "A. Calcio" in quella per Play Station). 

Si ritira perché ha le ginocchia cigolanti, dolori in tutto il corpo e parecchi chili di troppo. Dovuti però ad una malattia, l’ipotiroidismo, che ha scoperto di avere quando giocava nel Milan. Per curarsi dovrà assumere farmaci che sono proibiti dalle norme antidoping: “Per questo motivo ero ingrassato. Chi mi ha criticato per il mio aumento di peso ora sa ” ha dichiarato Ronnie, lasciando in silenzio tutti coloro che nel corso degli anni gli hanno dato del Gordo (grasso).

Per cercare qualche difetto ad un supereroe del futebol che dal punto di vista tecnico non ne ha avuto nessuno, si potrebbe analizzare la sua vita privata poco disciplinata (che ha inevitabili ricadute su quella da atleta): la poca propensione al sacrificio; la facilità di innamoramento nei confronti delle donne (due matrimoni, quattro figli, parecchie avventure); i peccati di gola, più da gourmet che da sportivo professionista (non era tutta colpa dell’ipotiroidismo…).

Oppure potremmo analizzare l’importanza che nella sua vita professionale ha avuto, sia in positivo che in negativo, la Nike, il suo sponsor dall’età di 17 anni. PSV, Barcellona, Inter, le squadre della prima parte della sua carriera, sono sponsorizzare dalla Nike, che è anche lo sponsor della Selecão, la nazionale verde-oro. Uno sponsor che gli ha dato e continuerà a dare tanto, ma che forse l’ha indotto a giocare anche quando non poteva, al limite delle sue forze.

Ma di Ronaldo bisogna ricordare anche che da sempre è impegnato, fuori dal campo, nella beneficenza ed in campagne di sensibilizzazione come testimonial per il Ministero dell'Istruzione brasiliano. Fin dal 2000, in ragione anche della sua nascita in una delle favelas più povere di Rio de Janeiro, è ambasciatore itinerante del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP). Insieme a Zidane è stato testimonial della campagna Uniti contro la povertà e, nel contesto della stessa campagna, i due hanno disputato tre incontri di calcio per beneficenza.

Il presidente della Federcalcio brasiliana, Ricardo Teixeira, ha annunciato che Ronaldo giocherà la sua ultima partita con la Selecão il 7 giugno prossimo, in un'amichevole contro la Romania nello stadio Pacaembù, lo stadio del Corinthians di San Paolo.
L’ ultima occasione per vederlo giocare.
Perché poi dovremmo vivere di ricordi, di uno dei più grandi ambasciatori del gioco più famoso del mondo.
Aspettando un nuovo “fenomeno”.



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