PRIMA PAGINA
faq
Mappa del sito
Temi caldi
Temi caldi
Notizie
Attualitą
Politica
Economia
In Europa
Nel Mondo
Contrappunti
Intorno a noi
Cittą e Quartieri
La Regione
Religione
Notizie e commenti
Cattolici e politica
Documenti ecclesiali
Link utili
Cultura
Libri
Cinema
Musica
Fumetti e Cartoni
Teatro
Arte ed eventi
Storia
Scienze e natura
Rubriche
Focus TV
Sport
Mangiar bene
Salute
Amore e Psiche
Soldi
Diritti
Viaggi e motori
Tecnologia
Buonumore
Login Utente
Username

Password

Ricordami
Dimenticata la password?
Indicizzazione
Convenzioni


Notizie - Nel Mondo
Le dittature al tempo di internet Stampa E-mail
Le rivolte nei Paesi arabi, il ruolo di blog, social network e telefonini
      Scritto da Emilia Riccardi
21/02/11
La folla in piazza in Egitto
La folla in piazza in Egitto
Tutto è cominciato con la “rivolta del pane” in Tunisia: un eccessivo aumento (fino al 40%) dei prezzi dei generi di prima necessità ha innescato una rivolta sociale che è divenuta anche politica, riuscendo a provocare la caduta del regime autoritario di Ben Alì.

La riuscita della rivolta tunisina ha assunto un carattere esemplare (“ribellarsi è possibile!”), scatenando un effetto domino nell’intero mondo arabo: Egitto, Libia, Bahrain, Marocco, Yemen, Algeria ...

Questo improvviso sconvolgimento di equilibri politici avrà importanti ripercussioni a livello mondiale: flussi migratorî, rapporti con Israele, prezzo del petrolio, scontro per la leadership tra arabi moderati e islamismo estremista (con l’incognita terrorismo), influenza geopolitica degli attori di area (Turchia, Iran) e mondiali (USA, Cina), ecc.

In questa sede ci interessa riflettere su alcuni aspetti specifici della questione:

- Quali cause hanno determinato l’esplosione, la riuscita e l’estendersi delle rivolte? In particolare, che ruolo ha giocato l’accesso diffuso alle informazioni e alla tecnologia (internet, telefoni cellulari)?

- Il “modello arabo” di rivolta sociale e politica è esportabile in altre realtà di regimi più o meno dittatoriali? La diffusione delle tecnologie consente un approdo inevitabile a democrazie mature?


Quali cause hanno determinato l’esplosione, la riuscita e l’estendersi delle rivolte? In particolare, che ruolo ha giocato l’accesso diffuso alle informazioni e alla tecnologia (internet, telefoni cellulari)?

Le rivolte hanno ovviamente radici socio-economiche e politiche profonde. Ribellarsi alle autorità – soprattutto a regimi autoritarî – comporta rischi evidenti, che è disposto ad assumersi solo chi versi in condizioni di reale disagio.

Intendiamoci: “disagio” non significa necessariamente disperazione.
I Paesi arabi in cui si sono verificati gli ultimi sommovimenti non patiscono la fame, anche perché le economie sono sostenute dai proventi del petrolio. Il livello di istruzione è discreto (almeno per gli uomini), i flussi di emigrazione sono scarsi. Le libertà politiche sono limitate, ma i regimi contestati non sono (erano) spietate dittature (con l'eccezione forse della Libia).

Queste condizioni minime di qualità della vita, però, significano anche sufficiente livello di consapevolezza, che induce a non vivere con fatalistica rassegnazione.
C’è la capacità di capire che le cose potrebbero andare molto meglio, che i petroldollari potrebbero essere spesi per costruire economie solide (e non per mantenere un assistenzialismo che avvantaggia soprattutto gruppi di potere ristretti e corrotti), che le libertà politiche e sociali potrebbero essere maggiori.

Nella maturazione di questa consapevolezza ha giocato un ruolo determinante anche internet, la possibilità di accedere con facilità ad informazioni su tutto il mondo (almeno per chi conosce lingue straniere), la possibilità di fare confronti con il benessere e le libertà dell’Occidente.
Ai regimi odierni riesce molto più difficile calare una cortina di silenzio su tutto ciò che proviene dall’esterno, avere il controllo totale dell’informazione, come poteva avvenire quando esistevano solo stampa (e la limitata possibilità di far circolare ciclostilati clandestini), radio e televisione. Ed anche l’arma di screditare lo stile di vita dei Paesi occidentali - invocando continuamente tesi di “complotti”, “crociate”, “colonizzazione”, “sfruttamento”, “perversione” – riesce sempre più difficile.

Internet ha avuto un ruolo non solo nel far maturare ed esplodere la protesta, ma anche nel consentire che questa si potesse organizzare: darsi appuntamenti per le proteste di massa, scambiarsi velocemente informazioni utili.

In particolare, è stato decisivo il ruolo dei social network: Facebook, Maktoob (molto usato in alcuni Paesi arabi come Siria, Libia, Arabia, Yemen), Cloob (in Iran). Ed anche Twitter, grazie alla capacità di interfacciarsi velocemente con i telefoni cellulari.

I social network, i blog, youtube hanno consentito anche di diffondere all’esterno notizie ed immagini sulle proteste, accrescendo l’attenzione e la responsabilità dell’opinione pubblica mondiale e rendendo più difficile il dispiegarsi di una repressione brutale (più difficile, ma – purtroppo – non impossibile, come attestano i casi di Iran e Libia).


Il “modello arabo” di rivolta sociale e politica è esportabile in altre realtà di regimi più o meno dittatoriali? La diffusione delle tecnologie consente un approdo inevitabile a democrazie mature?

La riuscita della protesta tunisina ha innescato quelle successive. I manifestanti sembrano aver ottenuto l’obiettivo di un cambio di regime in Egitto (anche se non è chiaro l’approdo che consentiranno i militari), e sembrano in grado di poter ottenere importanti riforme in Bahrain e Marocco, forse in Yemen e in Algeria. Quanto alla Libia, l’esito di una rivolta repressa sanguinosamente è ancora incerto.

In ogni caso, sembra che un punto di svolta nella storia del mondo arabo sia stato segnato.

Ciò significa che lo stesso sviluppo sia destinato ad investire regimi e dittature di tutto il mondo?

Non è detto.

Il ruolo delle tecnologie è stato quello di amplificare sensibilità, disagi, istanze che hanno natura culturale e sociale, e che costituiscono la ragione più profonda delle ribellioni.

In altri Paesi possono non essere mature le stesse sensibilità culturali, o possono essere diverse le condizioni economiche, sociali e politiche.

Facciamo solo alcuni esempi.
In Iran nel 2009 si era già sviluppata una grande rivolta di popolo, favorita dagli stessi fattori ‘tecnologici’ che abbiamo poc’anzi delineato. Quella rivolta è però fallita non solo per la brutale reazione del regime degli ayatollah, ma anche perché tale regime si basa su un collante ideologico-religioso molto forte, che gli consente di godere dell’appoggio di un apparato repressivo molto motivato, nonché di larghe fette – seppur minoritarie - della popolazione.
In Cina la repressione preventiva è fortissima, ed è particolarmente attenta anche a depotenziare l’accesso alle informazioni tramite internet: motori di ricerca e social network sono sottoposti a controlli rigidissimi con tecnologie sofisticate appositamente sviluppate, cui si devono piegare anche le multinazionali che vogliono operare in quel Paese. Inoltre, la realtà sociale cinese è fortemente divisa: nelle campagne, dove si fa quasi la fame, si verificano periodiche proteste, ma esiste anche una profonda ignoranza che impedisce a quelle proteste di assumere consapevolezza politica e allargarsi; nelle città si assiste invece ad un impetuoso sviluppo economico, che frena la volontà di assumere rischi per le rivendicazioni civili e politiche.

Anche nel mondo arabo, peraltro, non sappiamo quale sarà l’esito del “punto di svolta”. Si diffonderà un modello di democrazia di tipo “occidentale”?

L’affermarsi della democrazia non è un processo lineare ed inevitabile. Democrazia significa rispetto dei diritti umani, divisione ed equilibrio dei poteri, libertà religiose, civili ed economiche prima ancora che politiche, ecc.
La democrazia si fonda su una diffusa coscienza democratica, senza la quale i meccanismi formali – libere elezioni, ecc. – sono vuoti simulacri.

Ebbene, per restare alla questione dell’influenza di internet e delle nuove forme di comunicazione, queste non forniscono certo una garanzia di evoluzione positiva.
La maggiore possibilità di accesso all’informazione è condizione necessaria, ma non sufficiente. Informazione non significa necessariamente conoscenza e – soprattutto – cultura politica.

I gruppi di opposizione che hanno potuto facilmente trovare un accordo per abbattere un nemico comune, avranno molta più difficoltà ad elaborare un progetto politico e culturale condiviso.

Insomma: non possiamo sapere oggi se la democrazia di tipo occidentale è davvero il futuro di quei popoli, e magari dell’umanità tutta, in quanto capace di offrire la massima protezione ai diritti universali dell’uomo.
Oppure se culture diverse sapranno elaborare forme democratiche particolari, figlie di una tradizione propria.
O, ancora, se le oligarchie deposte saranno sostituite da altre oligarchie.
O, infine, se c’è il pericolo di cadere “dalla padella alla brace”, cioè di vedere l’affermazione di regimi improntati ad un islam radicale…



Giudizio Utente: / 9

ScarsoOttimo 




Ricerca Avanzata
Aggiungi questo sito ai tuoi preferitiPreferiti
Imposta questa pagina come la tua home pageHomepage
Agorą
Lettere e Forum
Segnalazioni
Associazionismo
Comunicati
Formazione
Dagli Atenei
Orientamento
Lavoro
Concorsi
Orientamento
Impresa oggi
Link utili
Informazione
Associazionismo
Tempo libero
Utilitą varie
Link consigliati
Zenit.org
La nuova Bussola
   Quotidiana
Storia libera
Scienza e fede
Il Timone
Google
Bing
YouTube
meteo
mappe e itinerari
Google Maps e
  Street View
TuttoCittà Street
  View



Questo sito utilizza Mambo, un software libero rilasciato su licenza Gnu/Gpl.
© Miro International Pty Ltd 2000 - 2005