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Rubriche - Sport
Il fenomeno rugby Stampa E-mail
Lo sport della lealtà e del rispetto dell’avversario
      Scritto da Matteo Pirritano
21/02/11

Il nuovo che avanza. E’ il rugby.

In principio si chiamava “harpastum” e lo giocavano i soldati romani per tenersi in forma durante i rigidi inverni delle campagne militari in Gallia.
Il rugby moderno, con le regole che conosciamo oggi, nasce in Inghilterra alla fine del diciannovesimo secolo. Dalle nostre parti ha subìto alterne fortune, fino alla sua consacrazione una ventina di anni fa. Merito dell’arrivo in Italia di allenatori e giocatori con grande personalità, che hanno in breve tempo iniziato a far sviluppare il gioco della palla ovale nella nostra penisola. Un gioco che inizia ad imporsi non solo per i suoi caratteri spettacolari, ma anche per i valori ad esso legati, che forse non riescono più ad essere vissuti in altri sport da sempre più "blasonati", tra cui il calcio.

Oggi non solo gli appassionati, ma le stesse famiglie italiane si sono avvicinate a questa disciplina: gli impianti sportivi sono pieni di ragazzi che scelgono il rugby.

E si inizia a giocare anche nei quartieri più poveri delle nostre città, laddove il rugby, come educazione alla disciplina e al rispetto, può svolgere un’importante azione sociale: molti assistenti sociali lo considerano una buona terapia per attenuare l’aggressività dei “bulli”. Un concetto espresso ironicamente da Oscar Wild: “Il rugby? Una buona occasione per tenere lontani trenta energumeni dal centro della città”.

Ma non si pensi che la ruvidezza di questo sport lo renda adatto solo a ceti sociali disagiati o  giovani con personalità difficile. In Inghilterra, Paese che ha inventato sia il calcio sia il rugby, il primo è tradizionalmente considerato lo sport delle classi popolari, mentre il rugby è lo sport delle élites (Rugby è il nome dell’aristocratico college dove il gioco ebbe origine), apprezzato per la capacità di formare – oltre che il fisico - il carattere. Al riguardo si cita spesso un altro aforisma: “Il rugby è un gioco per gentiluomini di tutte le classi sociali, ma non lo è per un cattivo sportivo, a qualsiasi classe appartenga”.

Stiamo parlando di “valori” del rugby: non è un’affermazione un po’ esagerata per uno sport basato sulla forza fisica, a tratti anche violenta?

A ben vedere, è proprio la durezza di questo sport a rendere necessari i valori che lo caratterizzano.

L’importanza dell’autodisciplina e della capacità di irrobustire il carattere può essere facilmente intuita.
Il rugby, peraltro, offre una particolare scuola di vita: pur utilizzando uno strumento “capriccioso” come la palla ovale, è uno dei pochi sport dove la fortuna non è determinante; vince la squadra che gioca meglio, che si impegna fino all’ultimo secondo.

Anche la lealtà e il rispetto dell’avversario sono una conseguenza diretta e imprescindibile della durezza del rugby: se fossero ammesse scorrettezze (come quelle che purtroppo caratterizzano altri sport), si rischierebbe davvero di farsi male.
Nel gioco il contatto e il placcaggio sono componenti essenziali, necessarie per sfondare il muro dell’avversario e per difendersi; bisogna però evidenziare che esistono regole precise per evitare lesioni gravi. Insomma: ci si può far male, ma non più di qualsiasi altro sport. Le statistiche della traumatologia del rugby ci dicono, per esempio, che ci si fa più male alle gambe giocando a calcetto...

Nella lotta al doping (che non solo fa male alla salute, ma è un tradimento della lealtà) il rugby si dimostra un sport “pulito”. Nel 2009 il numero di violazioni delle norme anti-doping è diminuito di oltre due terzi. La federazione ha condotto lo scorso anno 1.293 test antidoping e solo quattro di questi sono risultati positivi, a fronte delle 13 positività del 2008.

Bisogna così sfatare il mito fasullo di uno sport non adatto ai più piccoli: lo dimostra l’aumento di iscrizioni nelle società sportive. Il rugby offre l'opportunità per i bambini di confrontarsi con la propria e altrui aggressività in un contesto di gioco (e con le opportune protezioni). E poi, vuoi mettere la possibilità di lanciarsi nel fango, con il paradenti che ti fa sembrare un vero “duro”, senza che nessuno possa dirti che hai fatto male!
Inoltre, l’ambiente dei piccoli rugbisti è un ambiente sano, dove gli stessi genitori si lasciano coinvolgere guardando le partite e tifando con sportività: senza incitare i figli a commettere scorrettezze; senza insultare l’avversario che osa “toccare” il proprio pargolo; senza assillare l’allenatore perché dia spazio solo al proprio campioncino in erba.
Sono il popolo del rugby che avanza!

Lealtà significa anche che il mondo del rugby conosce ancora il concetto di “onore”, e non concepisce atteggiamenti furbeschi come la simulazione.

Antica quanto il rugby stesso è una delle sue tradizioni che meglio racchiude il principio della sportività: il terzo tempo. Esso si svolge dopo la partita e fa riunire tutti i giocatori delle due squadre, che possono offrirsi amichevolmente da bere e da mangiare, parlando tranquillamente tra amici. Dopo una ‘battaglia’ sul campo, spesso si creano amicizie stabili e forti tra i giocatori.

A livello di Nazionale, il terzo tempo si svolge nella sala dello stadio appositamente adibita ad ospitare l'evento.
Ovviamente anche i tifosi possono partecipare, per vivere un’occasione unica di stare insieme con giocatori e staff tecnici delle rispettive squadre. In effetti, il rispetto e la compostezza cui si assiste nel campo li ritroviamo anche tra le tifoserie, che non fischiano gli avversari e non hanno mai fatto parlare di sé per episodi di violenza.

Un altro insegnamento fondamentale del rugby è l’importanza della collaborazione: questo è uno sport che ti fa capire più di qualunque altro che cosa sia il gioco di squadra. Le azioni di gioco sono sempre coordinate (mischie, “sostegno”, copertura del campo, ecc.), non c’è quasi spazio per azioni individuali. Ancora una volta, il “merito” è anche della durezza dei contatti, che rende fondamentale creare sinergie per ‘sopravvivere’, supportare il compagno di squadra in difficoltà.

La passione per il rugby, dunque, sta travolgendo l’Italia. Roma, Milano e il Veneto (soprattutto Treviso, Padova, Rovigo) sono i grandi centri rugbistici italiani. Ma si gioca anche a Torino, Bologna, Napoli, Genova, Brescia, Parma, in piazze di grande tradizione come L'Aquila e Catania ed anche in regioni “semisconosciute” a questo sport come la Puglia e la Calabria. A ridosso del nuovo millennio, il boom che ha interessato il rugby ha fatto decollare i tesserati: dai 35mila siamo passati quasi a quota 100mila in meno di dieci anni. Sono quasi 900 (824 per la precisione) le società italiane di rugby; dieci volte di più rispetto al 2000. A essere trascinato è stato anche il movimento femminile, passato in pochi anni da 500 a 4000 tesserate. In grande ascesa è il progetto della F.I.R. dedicato al mini-Rugby: possibile iniziare a praticarlo per i bambini che hanno compiuto 5 anni.

La speranza è che la “tribù” del rugby diventi sempre più numerosa, e porti una nuova cultura nello sport.
Quella cresciuta tra le pianure nel cuore del Sudafrica, una delle culle del rugby. Dove Nelson Mandela, semplicemente indossando la divisa di gioco e il cappello degli Springboks, era riuscito a dimostrare che il Paese, per restare unito, doveva includere anche determinati aspetti culturali degli oppressori di ieri.
O la cultura che fa sì che il rugby sia l’unico sport in cui l’Irlanda gioca con un’unica Nazionale, composta da giocatori provenienti sia dalla Repubblica d’Irlanda (EIRE) sia dall’Irlanda del Nord (che fa parte del Regno Unito).

La cultura del rugby, che ha ‘contagiato’ numerose nazioni dall’inizio del ’900, è quella di vincere con modestia e perdere con leggerezza, di utilizzare lo sport come strumento per far divenire gli uomini migliori. Basta con eventi sportivi sempre più schiavi degli interessi dei grandi sponsor, sempre più passerella per protagonisti che si atteggiano a vip dello spettacolo. Viva la palla ovale ed il suo stile di vita!

A questo scopo, è necessario in futuro che in Italia l’interesse attorno al rugby cresca ancora di più, togliendogli l’etichetta di sport di nicchia.

Da poco si è passati da uno sport a livello dilettantistico al professionismo. Anche se alla crescita del movimento si è dovuto pagare un importante pedaggio: le due migliori squadre italiane, con i migliori giocatori, sono andate a giocare all’estero nella Celtic League.

Tuttavia l’interesse degli sponsor e dei media non cresce quanto il movimento rugbistico meriterebbe. In televisione si continua a parlare soprattutto di calcio, il rugby resta quasi confinato alle pay-tv.
I professionisti sono ancora pochi, e molti atleti non sono ripagati - sia da un punto di vista economico sia di strutture a disposizione - per gli sforzi compiuti.

Ad ogni modo, vale la pena avvicinarsi a questo splendido mondo.

Non avete mai partecipato, anche solo come tifosi, ad un evento rugbistico, ad un “terzo tempo”? Beh, quale occasione migliore del Sei Nazioni di Rugby?

Il torneo più antico e prestigioso del mondo, con una storia ultracentenaria: nato come Quattro Nazioni tra i Paesi delle isole britanniche - Inghilterra, Scozia, Irlanda, Galles -, e allargato prima alla Francia e poi - dal 2000 – all’Italia. Si gioca ogni anno, e per un mese e mezzo si mescolano umori, passioni, muscoli e voglia di vincere. I colori del pubblico, lo sforzo dei giocatori in campo costruiscono quell’atmosfera indescrivibile che si respira negli stadi Twickenham, Murrayfield, Flaminio.

Speriamo che la squadra italiana, sostenuta dal popolo dei rugbisti, sia pronta a correre, a scattare, a proteggere la palla ovale da portare in meta. Per vincere, ma sopratutto per divertirsi.



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