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Notizie - Attualitą e Costume
Il dominio dei desiderī Stampa E-mail
I miti e gli idoli della societą del benessere
      Scritto da Giovanni Martino
07/02/11
Ultimo Aggiornamento: 11/11/11

"I folli non devono pregare gli dei, perché rischiano di ottenere quel che desiderano" (Platone)


fragola_cioccolato.jpgLa società moderna è una società in cui crescono ricchezza, tecnologia, capacità di curare le malattie, possibilità di accedere alla cultura.

Questa crescita di opportunità e di benessere si traduce in una crescita di felicità? La ricerca del soddisfacimento di impulsi fisici ed emotivi è guidata dall’uso della ragione e dell’amore? La possibilità di accedere alla cultura viene davvero utilizzata?

Non sembrerebbe.

La società moderna, accanto ad indubitabili progressi materiali e sociali, è anche la società della sessuomania, intesa come dipendenza culturale (e a volte anche psicologica) dal sesso.
La società del denaro facile, in cui viene teorizzata un’economia sganciata dall’etica (anche se questa teorizzazione non viene dagli economisti più avveduti, bensì dai finanzieri senza scrupoli e dai loro superficiali ammiratori).
La società dell’obesità.
La società in cui le “buone maniere” e la morale vengono considerate un retaggio del passato, un limite alla libertà. Mentre vengono esaltati autoaffermazione, desiderio di successo, sopraffazione dell’altro.

La ricerca spasmodica di soddisfare gli impulsi, insomma, sembra espressione di una più generale difficoltà a dominarli. Una difficoltà maggiore che in passato.

Sin dagli albori dell’umanità la nozione di progresso è stata associata alla capacità dell’uomo e della società di accrescere gli aspetti intellettuali e spirituali; e, contemporaneamente, di controllare i proprî istinti.

Il “desiderio mimetico”, come ha ricostruito in maniera illuminante l’antropologo e filosofo René Girard, è un elemento cardine dei comportamenti individuali e sociali. Ma questo sentimento può degenerare in invidia, in competizione assoluta, generando la violenza; per cui le società si sono sempre poste l’obiettivo di controllarlo.

Lo sforzo di controllare gli istinti si è manifestato spesso in forma elementare e rigida (“tabù”), “repressiva”. Oppure, ricorda ancora Girard, ha trovato sfogo nel sacrificio – mitologico e reale – del “capro espiatorio”.
Ma era ben chiaro che doveva essere evitato un pericolo ben più grave: quello di essere controllati dagli istinti stessi.

Nelle società classiche (ellenistiche e romana) esistevano rituali e feste che esaltavano i sensi (baccanali, saturnali), ma avevano una funzione di sfogo. La cultura sociale invocava piuttosto equilibrio e temperanza: sophrosżne (intesa come contenimento della hżbris - “tracotanza” o “sregolatezza”) per i Greci; temperantia e firmitas animi per i Romani.

Agli obiettivi immediati e precarî erano preferiti quelli duraturi, sia pure costruiti con sacrificio: per aspera ad astra. Ci si sacrificava non solo per il proprio futuro, ma anche per quello dei proprî figli (la gratificazione, ancora, era nel dono).

Lo sviluppo della società occidentale, poi, è stato accompagnato dall’etica della temperanza cristiana (che al sacrificio mitologico e precristiano del capro espiatorio, in cui la vittima è colpevolizzata, ha sostituito il sacrificio del capro espiatorio innocente, Cristo: sacrificio definitivo, perché disvela la precarietà delle strutture sacrificali precedenti e costringe l’uomo ad assumersi le proprie responsabilità morali).

Anche la cultura secolarista diffusasi durante l'Ottocento e il Novecento, che difendeva la sua "emancipazione" dal cristianesimo, conservava però una concezione della vita che faceva appello a valori morali. 
Era una cultura in cui, essendosi smarrita la fede, la morale era priva di un saldo ancoraggio, e quindi spesso sconfinava nel moralismo, di cui un classico esempio italiano è quello del libro Cuore. Ancora nel Secondo Dopoguerra Togliatti, nonostante la sua autorità indiscussa nel PCI, subì un vero "processo" nel Comitato centrale per la sua convivenza con Nilde Jotti.
Era una cultura che ricercava nuovi ideali cui ispirarsi: il Progresso, la Scienza, la Nazione, la lotta di Classe, la Razza, la Natura. Ideali tramutati in idoli assolutizzanti (come annotava Karl Barth: "quando il cielo si svuota di Dio, la terra si riempie di idoli"), ma ancora caratterizzati dalla convinzione che l'uomo dovesse avere obiettivi "alti", rifuggire dal mero sfogo degli istinti.  

Oggi, invece, forse per reazione ai disastri procurati dalle ideologie assolutizzanti, sembra si sia tornati non solo ad un rifugio nel privato, ma anche - spingendosi oltre - ad un edonismo neopagano (o, addirittura, pre-pagano): il dominio dei desiderî. La dittatura del “tutto e subito”.

Con una variante, rispetto all'antico passato: la dipendenza dagli impulsi si manifesta non solo come dominio dei sensi, dei desiderî istintuali, ma anche dei desiderî culturali, cioè degli impulsi elaborati dalla mente e dalla cultura. Il senso di onnipotenza indotto dalla società moderna induce a ritenere realizzabili anche desiderî che sono in contrasto con le esigenze fisiche e psichiche del’uomo: diventare ricchi senza fatica, acquistare fama senza meriti, coniugare la dedizione totale alla carriera professionale e la cura amorevole dei figli, rinviare paternità e maternità ad un’età biologica tardiva, ecc.

Alle divinità religiose personali, che – nell’ebraismo, nel cristianesimo, nell’islamismo, ma anche nelle filosofie orientali - interrogano la coscienza morale, si preferiscono divinità mute, immaginate come fonte di benessere: la Madre Terra (Gaia), o versioni del buddismo “addomesticate” e ridotte a tecniche di rilassamento.

Il clima culturale che è stato insieme causa ed effetto di questo cambiamento è stato il "Sessantotto": sorto con la pretesa di essere rivoluzione politica (antiborghese e anticapitalista), di abbattere ogni istituzione, di realizzare un mondo di diritti senza doveri, si è consumato come ribellione di costume borghese, destinata semplicemente a garantire una maggiore flessibilità degli assetti sociali rispetto a quelli produttivi. L’unica rivoluzione è stata quella dei costumi, che ha condotto all'eclissi della responsabilità, al dominio dei sensi e dei desiderî nella misura in cui possono alimentare un nuovo consumismo.


Siamo più felici?

Difficile immaginare una felicità in cui l’uomo sia amputato di ciò che lo rende tale: intelligenza e anima.
In ogni caso, uno sguardo alla realtà ci insegna che questa felicità non sembra raggiunta.
L’uso di psicofarmaci, nelle società occidentali, cresce esponenzialmente, sino a farne una delle classi di medicinali più vendute (negli Stati Uniti, con un fatturato di 50 miliardi di dollari all’anno, costituiscono il 5% del totale. L'Italia è al primo posto in Europa per il consumo di tranquillanti minori, che hanno 8/10 milioni di utilizzatori saltuarî).
L’Organizzazione mondiale della Sanità ha stimato che nel 2020 la depressione sarà la seconda malattia di disabilità al mondo, dopo le malattie cardiovascolari.
Ogni anno in Europa il numero delle persone che decidono di togliersi la vita supera il numero delle persone che muoiono in incidenti stradali (58.000 contro 51.000).

(Un'indagine sociologica del Censis ha accuratamente attestato che la mancata regolazione delle pulsioni, negli ultimi anni, ha aumentato negli Italiani aggressività, ricorso agli antidepressivi, rifugio nelle relazioni virtuali).

Già Freud aveva constatato la debolezza di un equilibrio psichico fondato esclusivamente sul desiderio (nel saggio Coloro che soccombono al successo), osservando la frustrazione di quanti raggiungono una meta lungamente agognata. Ultimamente alcuni psicanalisti come Adam Phillips hanno studiato gli eccessi comportamentali, trovandone la radice nell’incapacità di gestire le frustrazioni.

Con l'espansione del desiderio, infatti, rischia di rirprodursi il meccanismo psicologico - vittimistico e autoassolutorio – di molti crimini: ogni mio desiderio è un “diritto fondamentale”, chiunque l’ostacoli è un intollerante che mi fa violenza, per cui posso combatterlo con ogni mezzo violento.

Il dominio di istinti e desiderî ha anche ricadute sociali pesanti. Se manca la mediazione dei valori comuni, le pulsioni dei singoli sono destinate ad entrare in conflitto, a risolversi in frustrazione, ad assumere natura aggressiva.
Una società in cui esiste una forte conflittualità istintuale, in cui prevale il primordialismo, è peraltro una società in cui possono più facilmente affermarsi poteri oppressivi, che espropriano le libertà democratiche promettendo soddisfazione di pulsioni più elementari. L'espansione del desiderio, infatti, per superare la resistenza dell’altro, vede nello Stato l’entità che deve garantire il soddisfacimento di ogni capriccio, e che deve quindi essere potenziata.


Perché questa incapacità a gestire gli impulsi (e le frustrazioni che derivano dal loro mancato raggiungimento
, o da un raggiungimento che non corrisponde alle aspettative) si è accresciuta nella società moderna?

Un motivo profondo risiede proprio – riprendiamo ancora Girard – nella rottura portata dal cristianesimo: rotti i tabù mitologici, disvelata l’illusione di ogni ordine sacrificale, l’uomo che non accetta l’impegno della morale religiosa ha più difficoltà a trovare argini ai comportamenti utilitaristici e violenti.

Un’occasione scatenante delle pulsioni aggressive si è presentata negli ultimi decenni: l’opulenza e i successi tecnologici hanno intaccato il senso del limite.
Ieri gli uomini erano consapevoli di avere limiti. Cercavano di superarli (è innato il desiderio di infinito), ma sapevano che potevano giungere le sconfitte. Sapevano che il raggiungimento di un obiettivo, il conseguimento di una vittoria, comportava un sacrificio, un prezzo. E, quindi, sapevano assaporare meglio i frutti di questi sacrifici.
Oggi, l’aumento delle possibilità sociali, l'ostentazione del benessere o del successo o delle attrattive sessuali, lo spostamento dei limiti, viene da molti percepito come abbattimento dei limiti. Il desiderio di infinito diventa delirio di onnipotenza. Il soddisfacimento di tutti gli impulsi viene percepito come “diritto” da conseguire senza sforzo; la ricerca di questo soddisfacimento è una dipendenza; il mancato raggiungimento è fonte di frustrazione.

Dunque, il buon senso dovrebbe insegnarci che bisogna moderare i proprî impulsi, trovare un 'equilibrio'. Questa moderazione diventa liberante, slega l’uomo dai lacci della dipendenza dagli impulsi, lo rende capace di autodeterminarsi pienamente e consapevolmente.
Capendo questo, si può anche intuire perché il messaggio cristiano (se compreso a fondo) non pone all’uomo vincoli fini a se stessi, ma vuole liberarlo dalla “schiavitù del peccato”.

Ma come trovare questo equilibrio, in concreto?

Controllare i nostri impulsi non significa negarli, perché hanno un significato. La nostra sfida è quella di comprendere il loro significato; assecondare le pulsioni nella misura in cui sappiamo dare risposta alla domanda che esse pongono.

Bisogna trovare l’equilibrio tra pulsioni contrastanti, senza dipendere da una sola pulsione, a danno di altre esigenze altrettanto importanti.
Bisogna altresì trovare un equilibrio, un'armonia tra la dimensione psichica-affettiva-culturale e il corpo.

La pietra di paragone più immediata è quella con una delle pulsione fisiche primarie, la necessità del cibo.
Il significato dell’alimentazione è chiaro: garantire un corretto apporto di sostanze nutritive in relazione alle attività svolte.
Il rapporto col cibo può essere elaborato culturalmente. Possiamo assecondare i nostri appetiti, cercandone anche una gratificazione psicologica, o frenarli.
Ma dobbiamo sempre ricordare che gli eccessi – in un senso o nell’altro - si chiamano bulimia, anoressia, gravi (e spesso mortali) disfunzioni organiche derivanti da alimentazione non corretta.

Similmente.
Un esercizio della sessualità non in armonia col suo significato più profondo non consente di raggiungere gratificazione, bensì frustrazione. Si riduce ad una sessualità ‘sprecata’.
Il denaro serve per procurarsi beni che abbiano reale valore. Anche il denaro ha un “prezzo”: se per guadagnarlo dobbiamo sacrificare tempo e attenzioni a cose più importanti, o calpestare altri uomini, è il segnale che dipendiamo da esso.
Il potere serve per realizzare ciò che riteniamo "giusto" (innanzitutto per le persone soggette all'esercizio di tale potere), non per gratificare il nostro ego con la manipolazione del prossimo.
La fama ha un senso per quei pochi che abbiano espresso contenuti meritevoli di larga diffusione (Foscolo è stato capace di nobilitare splendidamente questa aspirazione): statisti, intellettuali profondi, artisti eccelsi, imprenditori capaci, uomini (e donne) esemplari nell'esercizio della carità. L’idea che possa essere riconosciuto un diritto generalizzato alla fama, ai “15 minuti di popolarità” di cui straparlava Warhol, serve solo a nutrire un narcisismo incapace di desiderare alcunché di significativo.

Il recupero del senso del limite dovrebbe essere raggiunto con un ragionevole realismo. Eppure gli istinti sembrano più forti di ogni regolazione.

Il motivo più profondo è che gli oggetti dei desiderî, nel momento in cui sono assolutizzati, diventano idoli, chimere da cui ci si attende illusoriamente una felicità che non possono dare. Idoli "privati", speculari agli idoli "pubblici" rappresentati dalle ideologie.

Ebbene: l'uomo si rifugia nel culto degli idoli quando ha perso il senso del trascendente, il divino stupore. Del resto Gilbert Keith Chesterton (secondo l'attribuzione di Émile Cammaerts) commentava: "Quando la gente smette di credere in Dio, non è vero che non crede in niente, perché crede in tutto".

Cosicché il senso del limite può essere recuperato quando si recupera la consapevolezza dello stato di creatura; il ragionevole realismo è possibile se la coscienza interiore è sorretta dal senso religioso.



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