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Notizie - Nel Mondo
L’intolleranza multiculturalista al lavoro Stampa E-mail
"Indoctrinate U": viaggio-documentario nei campus universitari USA
      Scritto da Mariopaolo Fadda
10/01/11

Indoctrinate U è un documentario del 2007 da brividi sulla schiena 1. Diretto da Evan Coyne Maloney, un documentarista conservatore americano, è un allucinante viaggio (anche se non mancano punte di divertente ironia) nei campus universitari statunitensi caduti in mano all’intellighenzia “liberal” (termine che negli USA, ricordiamolo, sta per “progressista”).

Quando sentiamo parlare dei colleges americani, le prime cose che vengono in mente sono la libertà intellettuale e la diversità culturale, i dibattiti e lo spirito critico, la rigorosità etica nell’esplorazione di nuove idee, la tolleranza e la diversità; ma la realtà è ben diversa. In molti campus trionfa il “multiculturalismo”, predicato dai professori, codificato dagli organi amministrativi e accettato passivamente dalla gran massa degli studenti che, giustamente preoccupati della loro carriera, non si curano minimamente del fatto che viene loro insegnato non come pensare, ma cosa pensare.

“Com’è costume del mondo accademico – spiega Maloney -, il multiculturalismo sostiene che tutte le culture sono uguali, eccetto quella occidentale, che ha una storia di oppressione e di guerre e quindi è peggiore delle altre. Tutte le religioni sono uguali eccetto il cristianesimo e il giudaismo, che sono peggiori perché hanno formato il credo dei capitalisti sanguisughe e fondato un paese razzista, sessista e omofobico. Tutte le razze sono uguali eccetto quella bianca, che tempo fa era in affari con la tratta dei neri e quindi peggiore delle altre. Anche i sessi a sono uguali eccetto quei paternalistici maschi, che con il loro testosterone, con la loro avidità e aggressività hanno ridotto questo pianeta ad un inferno vivente, inquinato e straziato dalla guerra, quindi sono il sesso peggiore”.

L’essenza del multiculturalismo è quella di dividere la gente in gruppi (le masse, direbbero i marxisti) eliminando l’individuo. La “filosofia” del multiculturalismo, sempre secondo Maloney, è più o meno la seguente:

  • “Se una persona è membro di un gruppo colpevole di oppressione (Oppressori), quella persona non ha reputazione morale verso gente di un gruppo che è stata vittimizzata da quegli Oppressori (Vittime).
  • Gli Oppressori sono sempre ritenuti colpevoli in relazione alle Vittime.
  • Un Oppressore può solo evitare di essere ritenuto colpevole dichiarandosi d‟accordo con gli obiettivi politici di quelli che ritengono di parlare a nome delle Vittime.
  • Lavorare per quegli obiettivi politici è la sola via per gli Oppressori di redimere la loro intrinseca immoralità.
  • Le Vittime possono perdere la loro reputazione morale esprimendo preferenza per i diritti individuali invece che di gruppo.
  • Una Vittima che difende un Oppressore è un traditore e quindi moralmente più ripugnante degli Oppressori stessi”.

Maloney ha indagato per un anno e mezzo, telecamera in spalla, la persecuzione politica di studenti e professori in oltre venti università americane, che vanno da quelle d’élite a quelle più “popolari”. Invece di trovare un ambiente sprizzante di diversità intellettuale e di libertà, ha visto proteste cariche di violenza alle università californiane UC Santa Cruz e San Francisco State, la persecuzione di studenti non allineati alla Cal Poly di San Luis Obispo e alla University of Tennessee, l’indottrinamento attraverso politiche razziali ed etniche in altre università.

Esilarante l’episodio che mostra la cosiddetta “affermative action(cioè la valutazione di una persona in base alla razza, al colore, alla religione e al sesso) applicata alla vendita dei pasticcini. Il prezzo varia in base al grado di discriminazione subita nei secoli da un gruppo: un nero li paga $ 0.70, un ispanico $ 0.80, un bianco $ 0.90 e un asiatico $ 1.10.

Scandalosa la decisione presa da alcune università, dopo l’11 settembre, di proibire l’esposizione della bandiera americana con l’incredibile motivazione che ciò avrebbe potuto offendere gli studenti di altri paesi!

Aberrante la “filosofia” di Noel Ignatiev, professore alla Massachusetts School of Art, che ritiene la razza bianca sinonimo di oppressione: “Non si può separare l‟essere bianchi dall'essere oppressori… Essere bianchi non è una cultura, non è una religione, non è un linguaggio, è semplicemente una categoria sociale di oppressione”. Spazzatura sociologica di un professore liberal la cui posizione razzista, mascherata da anti-razzismo, ricorda, da opposte sponde, la demonizzazione nazista degli ebrei.

Il documentario mostra come gli amministratori delle scuole puniscano coloro i quali non abbiamo “corretti” punti di vista (il multiculturalismo ha prodotto la “correttezza politica”, un insieme di regole e di divieti alla libertà d’espressione volti a “tutelare” le minoranze). I più colpiti sono ovviamente i repubblicani ed i conservatori, ma ne fanno le spese anche libertari, indipendenti, cristiani, ebrei e persino altri liberals non-allineati.

“Oggi il cuore dell’ambiente universitario soffre per la putrefazione della correttezza politica – dice sempre Maloney -, la convinzione che certe opinioni politiche siano intrinsecamente corrette o incorrette. Al giorno d’oggi, molti professori credono che il loro ruolo sia quello di assicurare che gli studenti si laureino con i ‘corretti’ punti di vista... [e questo] ha ridotto molti campus americani in prigioni della mente...”

Una delle vicende più emblematiche riportate nel documentario è quella che vede coinvolto Steve Hinkle, studente alla California Polytechnic State University di San Luis Obispo (Cal Poly), perseguitato per oltre un anno e mezzo per aver appeso nei locali dell’università un volantino che annunciava una conferenza promossa dai repubblicani del college.

Hinkle, l’autore del ‘gesto’, è biondo, ha gli occhi azzurri ed è repubblicano; quindi, secondo la ‘filosofia’ multiculturalista, un razzista bell’e buono. L’oratore previsto per la conferenza è Mason Weaver, nero, sostenitore dei diritti individuali invece che di gruppo, non allineato con la cultura del vittimismo; quindi, sempre secondo la filosofia multiculturalista, un perfetto traditore.

Che cosa pensano di fare i tolleranti e le menti aperte del centro multiculturale universitario, quando vedono il volantino di Hinkle? Chiamano ovviamente la polizia perché si sentono “offesi”. Ma quando la polizia arriva Steve non è più lì, e agli studenti “offesi” non rimane che denunciare la presenza di un individuo “sospetto, maschio e bianco che stava distribuendo documentazione razziale di natura offensiva”.

Gli amministratori dell’università, a cui gli “offesi” si rivolgono, prendono immediatamente posizione a favore delle Vittime. L’università, ignorando allegramente il primo emendamento della costituzione americana (che difende la libertà di parola, di stampa, di riunirsi pacificamente in assemblea), ordina a Hinkle di scrivere una lettera di scuse a ognuno degli studenti “offesi” dalla sua azione; e, quando lui rifiuta, apre un procedimento disciplinare.

Durante le udienze Hinkle viene minacciato di espulsione anche se le accuse contro di lui non sono ancora chiare. Chi lo interroga è un avvocato dell’università, ma a lui non viene riconosciuto di averne uno per se stesso. Dal momento che non dice nulla di compromettente l’università deve trovare un’accusa plausibile e la trova: “interruzione di un evento al campus”.
Ma gli studenti del centro multiculturale non avevano parlato affatto, nella loro denuncia, di interruzione di un evento, perché nel centro, nel momento in cui Hinkle appendeva il volantino, non c’era nessun evento. Ma visto che la polizia era arrivata successivamente, quando effettivamente al centro multiculturale è iniziato un incontro programmato, ecco l’escamotage dell’ ”interruzione di un evento”.
Solo che l’interruzione è dovuta non a Hinkle, ma al fatto che gli stessi studenti “offesi” hanno chiamato la polizia...

A questo punto Hinkle contatta la Foundation for Individual Rights in Education (FIRE), che fa esplodere il caso. CNN, Fox News e Los Angeles Times portano all’attenzione generale il caso, e la Cal Poly diventa lo zimbello nazionale. Hinkle fa causa all’università che, dando ascolto alle raccomandazioni di un giudice federale e rendendosi conto di avere in mano un pugno di mosche, getta la spugna, ritira le accuse, elimina il procedimento disciplinare dal curriculum e paga 40.000 dollari quale risarcimento.

Naturalmente Hinkle paga un alto prezzo personale: diciotto mesi di inquisizione e l’etichetta di razzista. Anche la Cal Poly paga un prezzo: la sua reputazione è ridotta a zero.
Chi se la cava a buon mercato sono gli studenti accusatori, che non pagano un centesimo per le loro accuse; e nemmeno pagano gli amministratori, che hanno usato i soldi dei contribuenti per una scalcagnata caccia alle streghe.

A chi lo accusa di aver pre-selezionato i casi illustrati nel documentario, Maloney risponde di aver filmato tante di quelle storie da poter realizzare un documentario lungo più di 50 ore. Ma chi lo guarderebbe mai un documentario così lungo?

Maloney mette anche in chiaro che non sta rivendicando la libertà di pensiero e di espressione per i conservatori, ma per chiunque: “Anche se il vostro gruppo preferito è oggi al potere, dovreste ricordare che il cambiamento è la sola costante della vicenda umana. Tutti i monopoli alla fine si sgretolano e un giorno la gente con cui non concordate finirà al potere, quindi, fosse anche solo per auto-interesse, fate tutto il possibile per incoraggiare e salvaguardare il rispetto per la libertà d‟espressione”. Non a caso nel documentario si vedono alcuni spezzoni dedicati, con taglio positivo, alle manifestazioni (non-violente) nei campus americani, negli anni ’60, del movimento per la libertà d’espressione.

“Il sistema dell’alta educazione sta sistematicamente defraudando gli studenti, i genitori e i contribuenti – conclude Maloney -. Molti consigli di amministrazione, cioè gente che dovrebbe sorvegliare questo sistema, non facendo nulla lascia che tutto ciò accada”.

Esagerazioni sul predominio della sinistra nei campus? Diamo uno sguardo ai numeri.

Da una ricerca dell’Enterprise Institute che risale al 2002:

  • Alla Cornell University su 172 membri, la cui adesione politica era riconosciuta, 166 erano democratici/verdi, 6 conservatori/repubblicani/libertari;
  • Stanford 151 a 17;
  • San Diego State 80 a 11;
  • SUNY Binghamton, 35 a 1;
  • UCLA, 141 a 9;
  • University of Colorado-Boulder, 116 a 5.

Da un sondaggio del Center for the Study of Popular Culture sul voto espresso alle presidenziali del 2000 dai professori della Ivy League (cioè il fior fiore delle università d’élite: Cornell, Brown, Columbia, Princeton, Harvard, Pennsylvania, Yale, Dartmouth):

  • l’80% ha votato per Al Gore e il 9% per George W. Bush;
  • il 64% si è definito “liberal” o “qualcosa come liberal” mentre solo il 6% si è definito “qualcosa come conservatore” ma nessuno “conservatore” in senso stretto.

Da un sondaggio dell’American Council of Trustees and Alumni su un campione di 658 studenti delle 50 migliori università americane:

  • il 49% dice che i professori si abbandonano a commenti politici in classe anche se ciò non ha nulla a che vedere con il tema della lezione;
  • il 48% che l’esposizione di argomenti politici è di una parte soltanto;
  • il 46% che i professori usano l’aula per esprimere il loro personale punto di vista politico.

Alla banale obiezione dei liberals che tra i conservatori non ci siano pensatori o intellettuali creativi (!), possiamo rispondere: le università, il pensiero razionale, la ricerca scientifica, cioè i pilastri della civiltà occidentale, sono una creazione di quel cristianesimo che loro vorrebbero mettere al bando.

Un presidente radicale – Obama - ha innescato il più grosso sconvolgimento politico americano degli ultimi settant’anni. Suscitando anche, però, una decisa reazione del corpo elettorale.

Il multiculturalismo, in campo educativo e culturale, sta lavorando da anni per produrre uno sconvolgimento ancora più profondo, che necessita di una reazione consapevole, paziente, diffusa, coordinata.

Un esempio di tale reazione forse viene da quegli studenti che non si arrendono a questa deriva oscurantista. I giovani conservatori, per esempio, stanno organizzandosi per sfidare il monopolio della sinistra usando la stessa tattica usata da Ronald Reagan per far crollare il comunismo: non attaccarli a tutto campo ma trovare i loro punti deboli e lì colpirli. Reagan si rese conto che il tallone d’Achille dei sovietici era il muro di Berlino (“Se il loro sistema era così efficiente, perché costruire un muro per impedire alla gente di scappare in Occidente?”) e sfruttò perfettamente quella debolezza per far crollare l’intero sistema.

Ecco quindi iniziative specifiche per ridare visibilità alle idee conservatrici nei campus come, per esempio: il “9/11: Never Forget Project” per ricordare i 2.977 morti di New York, per mano di radicali islamici; il “No More Che Day” che si terrà ogni 9 di ottobre, anniversario dell’esecuzione di Che Guevara, per ricordare le atrocità commesse da questo “rivoluzionario” tanto amato nei campus di tutto il mondo; e la “Freedom Week”, da tenere nel periodo intorno al 9 novembre, l’anniversario della caduta del muro di Berlino, per ricordare il fallimento del collettivismo socialista e comunista. Senza contare le numerose conferenze e dibattiti a cui saranno invitati noti esponenti conservatori e libertari.

____________________________

(1) Il documentario in versione integrale può essere scaricato (a pagamento) a questo link. Può essere visto (gratis) in versione ridotta (in 5 parti) a questo link



Giudizio Utente: / 8

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