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Politica - Notizie e Commenti
Parlamento e mercato delle vacche? Non sarebbe una novità Stampa E-mail
Un malcostume che tutti deprecano solo se a praticarlo è l’avversario politico
      Scritto da Giovanni Martino
27/12/10

Il parlamento ha respinto, con un margine di tre voti, la mozione di sfiducia presentata e votata dalle opposizioni.

Questa vittoria è stata contestata – dalle opposizioni stesse, ovviamente, e da alcuni osservatori - con argomenti sia politici sia giuridico-morali.

Tutte le critiche sono legittime, e alcune - a nostro avviso - anche sensate.
Ma, prima di esaminarle nel merito, bisognerebbe invocare una generale moderazione dei toni.

Il dato di fatto è che il parlamento ha confermato la fiducia al Governo formato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. Un dato di fatto che merita di essere ricordato, soprattutto considerando che alcune critiche violente - quelle che lanciano accuse di "corruzione" - provengono da settori dell'opposizione che in passato si sono fatti paladini della 'sacralità' del parlamento. Il legittimo diritto di critica, infatti, deve essere esercitato con toni che esprimano sempre - anche quando sembra più difficile - il rispetto dell'istituzione.
La stessa moderazione di toni, oviamente, dovrebbe essere adottata da quei settori della maggioranza che si sono lasciati andare ad accuse - specularmente avventate - di "tradimento".

Venendo al merito delle critiche, dal punto di vista politico è stato osservato che si tratta di una “vittoria di Pirro”, perché il Governo avrà in ogni caso difficoltà a veder approvati i suoi provvedimenti, soprattutto quando sarà difficile garantire la massiccia e costante presenza in aula dei deputati membri del Governo stesso (ministri, sottosegretari).

Questa contestazione è senz’altro sensata, ma il suo fondamento dipende anche dall’evoluzione del quadro politico, e quindi dalla capacità di Berlusconi di produrre una svolta politica capace di ricreare una maggioranza stabile.
Non ha ritenuto di farlo prima del voto di sfiducia, per un moto di orgoglio anche comprensibile.
Il realismo politico, però, impone di voltare pagina e di cercare un accordo realistico con i possibili alleati. Cercare un accordo significa fare concessioni politiche, senza demagogici appelli al mandato elettorale: Berlusconi è stato eletto come leader di una coalizione di governo (lo stesso Pdl è nato come rassemblement, partito-contenitore), non come titolare unico di tutti i poteri costituzionali.

Un’altra contestazione politica è stata quella per cui i capi dei governi parlamentari non si espongono all’onta di una sfiducia, ma danno subito le dimissioni quando capiscono che il consenso non è più solido. Salvo lavorare per riottenere un mandato più forte.
Un po’ come nel gioco degli scacchi, in cui è disonorevole subire scacco matto e non aver prima abbandonato la partita (significa non aver saputo prevedere la combinazione dell’avversario).
I sostenitori di questa tesi, anch'essa condivisibile, dovrebbero però ricordare che non è stato Berlusconi a dare l’esempio di questa lotta all’ultimo voto: c'è il precedente della questione di fiducia posta dal governo Prodi nel 1998 (con i calcoli sbagliati di Parisi, l’assenza in aula della Pivetti che allattava il figlio, ecc.).
Insomma: sono le conseguenze del bipolarismo “muscolare”, bellezza.

Un altro argomento di forte polemica contro Berlusconi e la maggioranza è stato di tipo giuridico-morale: la sfiducia non sarebbe passata a causa di una “compravendita” di parlamentari.

Argomento centrato soprattutto sull'aspetto giuridico, da parte di chi suggerisce la possibilità che si configuri il reato di corruzione (sulla vicenda ha aperto un fascicolo la Procura di Roma).

Va ricordato, innanzitutto, che ogni parlamentare "esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato" (art.67 Cost.): può cioè liberamente cambiare opinione, partito, schieramento, e ne risponde solo ai suoi elettori.
Un principio che salvaguarda la libertà di coscienza dei singoli parlamentari, contro le imposizioni di vertici di partito che si arrogassero il diritto di dare un'interpretazione "autentica" del mandato.
La libertà di coscienza può essere usata male, certo, ma il giudizio è degli elettori (e sarebbe un giudizio più efficace se si tornasse a poter scegliere i singoli eletti...).

Il cambio di posizione, quindi, tendenzialmente va considerato ammissibile sul piano giuridico-costituzionale.

Ciò vale pure per i casi di "compravendita" del voto? Quand'è che si può parlare di "compravendita" in termini di esecrazione morale e politica, se non addirittura di imputabilità penale?
Ci sembra di poter rispondere: quando il cambio di opinione avviene in cambio di un'utilità personale immediata ed evidente, soprattutto se a carattere economico.

Anche in tal caso, c'è chi nega la possibilità che sia configurabile un reato (quello di corruzione), appellandosi - oltre che all'art.67 - all’art.68 della Costituzione, il quale proclama insindacabili opinioni e voti espressi dai parlamentari.
Al riguardo, però, Michele Ainis (su La Stampa del 12 dicembre) ha acutamente osservato che, se pure può non essere penalmente rilevante il comportamento del parlamentare che vota in cambio di provvidenze, può esserlo il comportamento di chi quelle provvidenze promette. Si avrebbe, insomma, un caso speculare a quello del processo Mills: “Nel caso Mills c’era un corrotto senza corruttore (improcessabile); qui avremmo un corruttore senza corrotti (improcessabili)”.

Parlare di reati  appare in ogni caso difficile, se non ragionando su ipotesi astratte. Ciò significa che "svendere" il proprio voto è sempre politicamente e moralmente lecito?
La domanda può e deve essere legittimamente posta, perché l’aspetto morale non può essere assorbito da quello giuridico: come abbiamo sottolineato in un nostro precedente articolo sullo stesso fenomeno, un giudizio morale e politico può esser dato anche di fronte a comportamenti “non penalmente rilevanti”.

Tornando alle vicende di questi giorni, chi nella maggioranza contesta le accuse di "compravendita" nega - al di là delle disquisizioni giuridiche - che si siano verificati in concreto tentativi di “corruzione”.

Ad oggi, va detto, non sono stati portati riscontri oggettivi all’accusa, rivolta ad alcuni deputati che hanno votato la fiducia al governo Berlusconi cambiando schieramento, di averlo fatto per convenienze economiche.
Resta il fatto che quindici giorni di parlamento chiuso, in attesa della fiducia, sono sembrati proprio il periodo necessario a garantire trattative sottobanco poco commendevoli.

Anche qualora dovessero emergere con evidenza casi di questo tipo, però, bisogna ricordare che Berlusconi ha illustri precedenti a sinistra nella Seconda Repubblica.

Il 21 dicembre 1999 un giurì d’onore, composto dal presidente della Camera Luciano Violante e dai quattro vicepresidenti, appurò che era stato effettuato un tentativo di “comprare” voti a favore del governo D’Alema, poco dopo costretto alle dimissioni. Tale tentativo era stato compiuto da un ex leghista, Luca Bagliani. Il giurì non appurò l’esistenza di “mandanti” (Bagliani avrebbe agito a titolo personale...), ma rilevò “la facilità con la quale si può conversare di utilità economiche e di carriera in cambio di passaggi di gruppo e di schieramento”, e che “gli inviti al cambio di gruppo avvengono in molte sedi, anche autorevoli”.

Passiamo al 2007, e ad un governo Prodi che si reggeva ancora una volta – al Senato – per un pugno di voti. Come abbiamo ricordato nel nostro precedente articolo, alcuni osservatori quantificarono in un miliardo di euro il costo degli emendamenti approvati nella legge Finanziaria per convincere i senatori più riottosi...
Né Berlusconi si dimostrava da meno, con il corteggiamento di quegli stessi senatori.

Insomma: la “compravendita” desta scandalo – nei partiti, nei media, tra gli stessi elettori - solo se a praticarla sono gli avversarî politici. E anche qui, probabilmente, il bipolarismo all’ultimo sangue serve a legittimare le proprie manchevolezze (votatemi nonostante tutto, perché l’altro farebbe peggio).

Intendiamoci: non bisogna generalizzare, perché la stragrande maggioranza dei parlamentari non si presta a questo gioco. Ma chi vuole davvero invocare moralità (e non moralismo) deve dare il buon esempio. Anche nelle critiche.


P.S.: Nella Prima Repubblica non mancavano certo i parlamentari che perseguivano interessi personali. La connotazione ideologica dei partiti era però molto più forte, e non consentiva che si arrivasse a cambi di casacca.
Ad ogni modo, suona curiosamente attuale (in linea con le polemiche di questi giorni, anche se forse non con la realtà dei fatti) la scena di un film di Totò che impazza su youtube, in cui si ragiona su come tre (!) voti possano essere determinanti per la fiducia ad un Governo, e possano essere concessi in cambio di contropartite personali...



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