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Notizie - Nel Mondo
Come e perché gli Americani hanno rigettato l’agenda politica di Obama Stampa E-mail
La pesante sconfitta del Partito Democratico alle elezioni di medio termine
      Scritto da Mariopaolo Fadda
15/11/10

Per molti osservatori le parole “enorme”, “massiccia”, non descrivono bene la vittoria dei repubblicani nelle elezioni USA di “medio termine”, cosicché sono ricorsi a termini più pregnanti come “sisma”, “uragano”, “tsunami”. In effetti, per un ribaltamento che non si verificava da 70 anni, questi sembrano i termini più adatti.

Le elezioni di medio termine erano considerate un referendum pro o contro Obama, ed il risultato è stato proprio una bocciatura dell’agenda politica del Presidente, dei fallimentari piani di stimolo dell’economia, dell’esplosione del debito pubblico, della riforma sanitaria, delle sempre più oppressive regolamentazioni.

Gli Americani hanno votato non per il radicale cambiamento della società americana, come sognavano Obama e i democratici, ma per ridurre le dimensioni del governo federale, tagliare il debito pubblico ed abrogare la riforma sanitaria. “Il popolo americano si è espresso – ha detto a caldo il probabile nuovo Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner – e penso sia abbastanza chiaro che l’agenda politica di Obama-Pelosi sia stata rigettata”.

Un’atmosfera ben diversa da quella del 2008, quando il culto di Obama era alle stelle. Change (cambiamento) e Hope (speranza) erano i due mantra più gettonati. I democratici controllavano, oltre alla Casa Bianca, il Congresso con maggioranze schiaccianti: la Camera dei Rappresentanti 254-177, il Senato 57-41 (più due indipendenti che votano al 99,9% con i democratici).

A distanza di due anni gli Americani hanno mandato tutto ciò in fumo.

Alla Camera dei Rappresentanti i repubblicani hanno conquistato la maggioranza, strappando finora ai democratici 60 seggi (al momento in cui scriviamo, ci sono ancora 8 seggi in ballo, tutti in mano a democratici uscenti, ed i repubblicani sono in vantaggio in 5 di essi), una cosa che non si vedeva dal 1948.
Al Senato i repubblicani hanno conquistato dai 6 ai 7 nuovi seggi. I democratici forse riusciranno a conservare una maggioranza risicatissima, ben lontana però dai 60 voti necessari per evitare il filibustering (l’ostruzionismo) della minoranza. Per aggiungere al danno la beffa, anche il seggio senatoriale detenuto una volta da Obama, in un’area profondamente democratica, è passato ai repubblicani.

Ma lo tsunami si misura appieno nelle elezioni statali e locali. A livello statale i conservatori hanno strappato circa 500 seggi nelle Camere basse e 65 al Senato. I governatori erano 26-24 a favore dei democratici, ora sono 29 a 21 a favore dei repubblicani. Le Camere di almeno diciassette Stati sono passate in mani repubblicane. I rami legislativi della Carolina del Nord diventano repubblicani per la prima volta dal 1870 e quelle dell’Alabama per la prima volta dal 1876. Wisconsin e New Hampshire sono passati ai repubblicani con largo margine, così come le Camere di Pennsylvania, Michigan, Ohio, Iowa, Montana e Colorado. I rami legislativi del Texas e del Tennessee, da una situazione di quasi parità, sono passati saldamente in mano ai repubblicani. In Texas addirittura possono fare a meno dei democratici per emendare la costituzione.

Alla vittoria del GOP (Grand Old Party) hanno contribuito il 55% degli indipendenti, il 48% delle donne, il 78% degli evangelici. L’unico gruppo che non ha contribuito a questo tsunami è quello dei giovani che sono rimasti a casa.

Anche se non hanno il controllo del Senato e, ovviamente, della Casa Bianca, i repubblicani hanno in mano i cordoni della borsa. Infatti, secondo la Costituzione, “Tutte le leggi di aumento delle entrate devono originare dalla Camera dei Rappresentanti…” e “Dal Tesoro non possono essere prelevati fondi se non a seguito di stanziamenti approvati per via legislativa”. Ciò significa che tutti i programmi di spesa di Obama dovranno essere approvati anche dai repubblicani e, con l’aria che tira, non si vede come questo possa accadere.

Gli exit polls hanno mostrato che la gente è furibonda non perché il governo ha fatto troppo poco, ma perché ha allargato troppo i propri poteri d’intervento, travalicando i limiti che la Costituzione gli impone. Al primo posto delle preoccupazioni degli elettori è la stagnante situazione economica, che significa una disoccupazione stabile da tre mesi al 9,6%. Subito dopo viene la riforma sanitaria, avversata dalla maggioranza degli Americani (55%). Infine la preoccupazione per l’astronomico aumento del debito pubblico.

I repubblicani non sono riusciti a catturare alcuni dei seggi senatoriali semplicemente perché i candidati democratici si sono dimostrati, nei toni, più conservatori. In North Carolina e West Virginia gli elettori hanno eletto candidati democratici che facevano campagna ricordando Reagan. In North Carolina hanno confermato la loro fiducia a tre su quattro “Blue Dogs” (democratici moderati e conservatori che, in generale, si oppongono ai liberals e a Obama). Virginia, Florida, Kansas e Pennsylvania, invece, li hanno spazzati via tutti in favore dei repubblicani.

La demonizzazione, da parte dei media liberals (New York Times, Washington Post, Los Angeles Times, ABC, NBC, MSNBC, CNN, ecc.), del Tea Party, il nuovo movimento popolare anti-tasse e di impronta conservatrice che ha trainato la riscossa, non ha funzionato. I suoi membri, infatti, sono visti molto più favorevolmente che non Nancy Pelosi, l’ex Speaker della Camera (una delle personalità più osannate dai media e più invise agli americani)

Certamente il movimento dei Tea Parties ha subito due pesanti sconfitte in Nevada e Delaware, ma ha vinto alla grande i seggi senatoriali in Kentucky e Florida con due stelle nascenti della politica americana: Rand Paul e Marco Rubio. Numerosi i governatori e i rappresentanti nei parlamenti statali che si riconoscono nella piattaforma politica dei Tea Parties.

Le sconfitte in Nevada e Delaware possono essere spiegate con il generale disinteresse dell’establishment moderato repubblicano verso esponenti appoggiati dai Tea Parties. Inoltre, grazie al fatto che Christine O’Donnell in Delware e Sharron Angle in Nevada hanno attirato su di loro l’odio feroce dei media liberals, altri candidati hanno potuto battersi senza subire essi stessi quelle feroci attenzioni (bisogna aggiungere che questo tipo di pettegolezzi – la candidata che ad una festa di Halloween avrebbe indossato un costume da coccinella - sono stati l’unico elemento di ‘analisi’ politica che i media italiani si sono degnati di proporre sulle elezioni USA).

Prima dell’avvento del movimento del Tea Party i repubblicani erano considerati una razza in via di estinzione (come campeggiava su una copertina di Time nel 2009) e mai si sarebbero sognati una vittoria del genere. È stata infatti la mobilitazione popolare dei conservatori a risvegliare il gigante – l’apparato di partito - che dormiva, ed ora l’establishement repubblicano ha il suo bel da fare per allinearsi al nuovo corso.
Tra due anni ci sono le elezioni presidenziali, quelle della Camera dei Rappresentati e per un terzo del Senato, e i conservatori hanno già lanciato l’ammonimento: alle primarie opporranno loro candidati contro quei repubblicani che tradiranno l’impegno preso con gli elettori di tagliare le spese, di abrogare (o bloccare l’efficacia) della riforma sanitaria, di limitare in campo d’azione del governo federale.

Scontate, ma non per questo meno incredibili e al limite dell’autolesionismo, le scuse accampate dagli sconfitti.

1. Gli elettori si sono ingannati. Cioè sono stupidi: non hanno capito quanto sono buoni il "socialismo" (termine con cui gli Americani definiscono abitualmente ogni eccesso statalistico), il governo-balia e l’élite arroccata ad Washington. Una scusa scontata che si ripete ad ogni elezione in cui i democratici vengono bastonati. Quando vincono loro, gli stessi elettori diventano magicamente intelligenti.

2. I repubblicani hanno comprato le elezioni. Vediamo i numeri. Come riportato dal New York Times, i democratici hanno speso in pubblicità elettorale, per la Camera dei Rappresentanti, 142 milioni di dollari contro i 119 dei repubblicani; mentre al Senato hanno speso di più i repubblicani, 159 milioni contro 120. Chi avrebbe “comprato”, dunque, le elezioni?

3. I candidati democratici non hanno pubblicizzato abbastanza i successi da loro ottenuti (il salvataggio delle banche e delle aziende decotte, la riforma sanitaria, la copertura dei mutui delle prime case). Infatti: hanno fatto a gara a chi si distanziava di più da simili “successi”. Chi li ha strombazzati sono stati i conservatori, che additavano continuamente agli elettori i candidati che avevano votato simili misure. In campo democratico è stata una corsa a distanziarsi da Obama, Reid e Pelosi. Un candidato, che aveva appena ricevuto l’appoggio ufficiale di Obama, ha risposto brutalmente che l’appoggio, il Presidente, poteva “ficcarselo da qualche parte”.

4. Obama non è riuscito a comunicare alla gente il suo programma. Ma come, tutti gli adoratori ritengono Obama il più grande comunicatore dai tempi di Reagan, e questi non riesce a spiegare al pubblico la sua bravura? Ma non è stato eletto per i suoi bei discorsi? È stato giorni e giorni in televisione, sui giornali, a spiegare la sua politica, con tutti i media a fargli da cassa di risonanza, e la gente ha recepito perfettamente il messaggio: respingendolo, fragorosamente, al mittente.



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