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Notizie - Attualitą e Costume
Ultime 'vittorie' del fronte abortista Stampa E-mail
I nemici della vita non si concedono soste
      Scritto da Gabriele Vecchione
15/11/10

Ultime 'vittorie' del fronte abortista: il Comitato dei diritti umani dell’Onu tira le orecchie alla resistente e démodée Irlanda che non vuole legalizzare l’aborto, il Messico si apre alle magnifiche sorti e progressive del feto soppresso e Zapatero elimina qualsivoglia ostacolo alla pratica abortiva che diventa lecita anche per le 16enni (senza, ça va sans dire, il previo parere vincolante dei genitori).

Nel Belpaese entra in commercio Kill Pill, la pillola abortiva farmacologica (da phįrmakon, nell’accezione di veleno), anche detta, orwellianamente, aborto terapeutico (da therapeśo, curare: ci vogliono dunque dire che il feto sia una malattia, non solo un “grumo di sangue” o un “brufolo”, come ebbero ad esprimersi le Dacia Maraini disseminate nel mondo).
Sicché, se don Oreste Benzi, interpellato sull’aborto, disse che non più nei campi di concentramento, ma “oggi gli stermini avvengono in ospedale”, possiamo dire che l’ultimo trovato della scienza li faccia avvenire nei WC dell’ospedale; ovverosia: dell’arte di banalizzare il male, parafrasando la nota espressione della Arendt.

La trasversale corrente di pensiero allineata ai teorici della morte sostiene che la pillola abortiva sia maggiormente salutare per la donna, e vorremmo chiedere perché siano morte 29 donne dopo averla assunta e perché tantissime ne risentano gravemente nel fisico e nella psiche in maniera irreversibile.

Gli ideologi dell’aborto, femministe in primis, hanno propagandato il diritto all’aborto, ma hanno lasciato le donne sole, sofferenti di un dolore cieco. Hanno ridotto il feto (ed anche loro sono stati feti) ad un bene di consumo su cui decidere in base alla categoria dell’utilità individuale.
Le procedure abortive vengono liberamente raccontate sui social network, come una certa Angie Jackson, già madre di un bimbo di quattro anni, ha fatto su Twitter: “Oggi la pillola lo uccide, domani le altre pillole sciacqueranno via la sua carcassa... Fondamentalmente è come una mestruazione”: il lettore valuti se, parlando di un cane o di un gatto (i cui maltrattamenti sono rigorosamente puniti), solitamente si usi la stessa disinvoltura.
Si guardano bene dal far attuare la legge 405 sui consultori che dovrebbero aiutare e far desistere le donne dall’aborto e non elargire bigliettini per un’ordinata coda modello macelleria.
Compongono peana alla legge 194: grazie ad essa, nel 2009 ci sono stati 116.000 (centosedicimila) interruzioni volontarie di gravidanza (legali; più 15.000 ca. clandestine) e grazie alla quale, è bene ripeterlo, lo Stato interferisce nel bene inalienabile della vita dei suoi membri – Locke impallidirebbe – e una madre minorenne può disporre della vita del figlio mentre, e.g., non può fare un’assenza da scuola senza giustificazione scritta dei genitori. Nel globo, frattanto, s’è stimato essere avvenuti 42 milioni di aborti nel solo anno di grazia 2003: e un miliardo, secondo Antonio Socci, dalle legalizzazioni che si sono diffuse a macchia di leopardo nel “secolo breve”.

Intanto Umberto Eco – caduto, a differenza di Pasolini e Bobbio, nella consueta contradictio in terminis: pena di morte no, aborto sì - propone: “Se esistono le condanne a morte, devono essere fatte vedere in televisione alle otto di sera, mentre la gente mangia. Dice: «Ma poi vomitiamo». Benissimo. Almeno si vede cosa vuol dire ammazzare una persona” (La Repubblica, 1/11/2010).
Cruento per cruento, trasmettiamo – pazza idea! - anche l’ecografia di un aborto sulle reti televisive di un paese in cui l’opera meritoria di avvelenare i piccioni è reato penale, mentre inserire un aspirapolvere (bensì 20 volte più potente del normale attrezzo casalingo) o un cucchiaino aguzzo ricurvo nell’utero di una donna per estrarvi una creaturina maciullata è – capolavoro orwelliano – un diritto della donna. Anche, logicamente, ingerire sostanze chimiche irritanti che a quella creaturina causino morte lenta e dolorosa ed espulsione similare a quella dei rifiuti biologici rientra nel corpus dei diritti della donna.

D’altronde si chiama “interruzione volontaria di gravidanza”: dove la volontà è solo e soltanto quella della madre che trasforma la bellezza intrinseca del suo corpo, come custode e misterioso affidatario della vita umana, in un brutale mezzo di nietzschiana volontà di potenza su un esserino indifeso, che di suo vorrebbe anche vedere la luce e che ha un sacrosanto diritto a nascere, in quanto vita autonoma e non dépendance o escrescenza materna.

Quel piccolo si muove, ha un cuore che batte e pulsa, percepisce voci e risate, risponde agli stimoli anche dolorosi, comincia a sviluppare gusti alimentari, succhia il dito, piange, ride, stabilisce un tenero contatto coi genitori che accarezzano la parete del pancione (tecnica dell’aptonomia). Con Primo Levi, necessariamente, diciamo: “Considerate se questo è un uomo”.

Se dunque ognuno di noi nei suoi primi tre mesi di vita, grazie alla legge 194, è res disponibile, perché, trascorsi tre mesi ed un giorno, diventa civis indisponibile?

Escludendo il ricorso alla magia, si deve riconoscere, a rigor di logica, quanto disse Romano Guardini nel 1949: “La madre non ha sulla vita in divenire maggiori diritti di quanto ne abbia un qualsiasi essere umano su un altro essere umano” (Il diritto alla vita prima della nascita, Morcelliana, Brescia, 2005). L’unico salto qualitativo nell’organismo umano – il quale, sia esso infante, nell’optimum della sua morfologia o prossimo alla morte, è un organismo in atto e non in potenza - si compie al momento del concepimento senza che sia logicamente possibile pensare altrimenti.

Appurato, dopo la brutalità nazista, che la persona non dipende “da età o condizioni psico-fisiche o doti naturali, bensì dall’anima spirituale che è in ogni uomo”, e che la personalità “può essere inconscia come nel dormiente… o non ancora completamente sviluppata come nel bambino… o latente come nell’embrione” (Guardini) e dunque meritevole di rispetto, si può stabilire con certezza il confine tra diritto e la barbarie a cui stiamo acconsentendo giorno dopo giorno riempiendo i cimiteri di resti ospedalieri?

Se così i feti, perché non così i bambini down e gli anziani e le persone improduttive? Aperta la breccia nel varco della vita, come evitare che tutto vada a rotoli e che si scateni il bellum omnium contra omnes?

La società post-moderna dovrà necessariamente ridarsi un fondamento etico o cesserà di essere, spezzata dal dolore del vuoto della virtualità, dell’incapacità di sacrificarsi, dell’occultamento della sofferenza. In mezzo ad essa una schiera di donne, nel silenzio, patisce il fantasma dell’aborto. Al monadismo contemporaneo dobbiamo contrapporre il prendersi cura, il piegarsi sul male dell’altro, costruendo una solidarietà secondo cui “al forte è affidato l’indifeso”, perché “nel fatto che l’uno usa la sua superiorità per proteggere l’altro, sta la differenza tra forza e prepotenza” (Guardini).



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