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Architettura contemporanea. Obsolescenza tecnologica e professionale Stampa E-mail
Cambiare il processo ideativo e costruttivo per ottenere qualitą, economicitą, personalizzazione
      Scritto da Mariopaolo Fadda
01/11/10

Perché la produzione di massa (intendiamo, principalmente, la prefabbricazione) non ha mai avuto successo in architettura?

Perché la qualità non è mai stata un obiettivo concreto e perché la personalizzazione non è mai stata presa in seria considerazione da chi profetizzava la collettivizzazione. L'ideologia marxista, sin dagli anni Trenta, usando la produzione di massa in funzione anti-mercato, ha spianato la strada alla costruzione di squallidi, alienanti, spersonalizzati edifici, a prezzi neanche poi così stracciati, visto che l'intervento pubblico si faceva spesso carico di coprire diseconomie e sprechi di ogni genere.

Il recente sviluppo tecnologico, che ha completamente sovvertito l’approccio metodologico e i processi costruttivi di molti settori industriali, non ha scalfito la rocciosa obsolescenza di quello architettonico-edilizio.

Un’alta qualità, per qualsiasi prodotto, è ottenibile abbassando il costo, riducendo il tempo di produzione e incrementando le possibilità di personalizzazione. L’architettura non può sfuggire a questa semplice legge economica, se non quando realizza singolarità architettoniche – quelle che una volta chiamavamo monumenti – per cui sono stoltamente giustificate spese faraoniche, tempi di costruzione biblici e sprechi di ogni genere. Poche, pochissime opere di valore non bastano a controbilanciare gli orrori di una produzione di massa sempre più incivile o a frenare il degrado della professione.

È ciò che tentò di fare, nel Primo e Secondo Dopoguerra, un incompreso Richard Buckminster Fuller, che si fece in quattro - senza grossi risultati, purtroppo - per un’abitazione a basso costo e a basso consumo di energia servendosi della tecnologia d’avanguardia, sia civile sia militare, dei suoi tempi. Egli usava il principio, ispiratogli dalle formazioni cristalline, delle grandi strutture realizzate attraverso piccole strutture di base (triangoli, esagoni, ottagoni).

La sua opera più nota è la cupola geodetica del padiglione americano all’esposizione di Montreal del 1967, ma ricordiamo qui la Dimaxion House, un’abitazione di 92 metri quadrati e 11 metri di diametro, costruita in alluminio leggero che consentiva di tenere il suo peso al di sotto delle 3 tonnellate. Con interni completamente flessibili, poteva essere spedita in qualsiasi località e montata da 10 operai e una gru in due giorni. Con un costo leggermente superiore a quello di un’automobile di lusso dell’epoca (1928). La casa aveva un sistema idrico e fognario ridotto ed era dotata di un filtro che depurava parte delle acque bianche di scarico. La forma aerodinamica favoriva la conservazione del calore in inverno e un ventilatore sul tetto provvedeva alla circolazione dell’aria. Grazie al sistema ispirato da una ruota di bicicletta coricata, incideva ben poco sulla geografia del terreno, su cui poggiava solo attraverso il “mozzo”.

Fuller confidava troppo nel potere demiurgico della tecnologia e più avanti negli anni si convinse sempre di più che il mondo artificiale avrebbe dovuto essere nettamente contrapposto a quello naturale. E sognava di coprire Manhattan con una grande, gigantesca cupola geodetica.

Tra esaltazione acritica e pregiudizio c’è però una terza via: “Ci sono lezioni [dalle industrie automobilistica, navale, aereonautica] – scrivono Stephen Kieran, James Timberlake in Refabricating Architecture - che possono essere esaminate e trasferite da queste industrie sorelle all’architettura. Queste lezioni non consistono in forma, stile, apparenza; esse hanno a che fare con processi e materiali sviluppati nel passato decennio...”

Per una produzione architettonica di qualità generalizzata - sostengono i già citati Kieran e Timberlake - bisogna rivolgere lo sguardo a quei settori che hanno raggiunto lo scopo: le industrie automobilistica, navale e aeronautica che sono passate dalla catena di montaggio all’assemblaggio di moduli integrati (chunks).

Altri settori produttivi si sono rapidamente adeguati: aziende come Dell, Nike, Swatch “hanno organizzato le loro società in modo da soddisfare il mandato di provvedere scelte, in tempo reale, a basso costo e alta qualità... Scomponendo i loro prodotti in piccole parti queste aziende possono assemblare le parti che soddisfano la domanda di scelta... La produzione di massa era tutta basata... sulla quantità, ma la personalizzazione di massa non dipende dalla quantità per essere redditizia” (Kieran e Timberlake).

E l’architettura? Ferma, inchiodata al sistema gerarchico lineare della realizzazione in situ – secondo lo schema fondazioni, struttura, rivestimento, impianti, finiture - e a processi costruttivi ormai anacronistici. Gli architetti preferiscono le infatuazioni per un nuovo materiale, per una nuova “tendenza”, alle problematiche concernenti la richiesta di personalizzazione in poco tempo, a basso costo e ad alta qualità, della produzione architettonica. Preferiscono rifugiarsi nell’ermetismo intellettuale, invece che sfidare le imprese ad adeguarsi ai nuovi scenari o gli amministratori pubblici ad adeguare norme e regolamenti. Preferiscono i fatui successi mondani invece di tornare ad essere agenti del cambiamento.

“Dovuto in larga misura all’arroganza dei suoi visionari architetti - scrivono sempre Kieran e Timberlake -, il secolo scorso è stato un fallimento di visione dopo visione di un mondo migliore e di una più accessibile architettura… Invece di imporre una visione architettonica sui modi odierni di costruzione, il processo deve essere un’ampia fusione di tutte le possibilità e capacità che comprenda l’intero spettro di quelli che fanno architettura. Abbiamo bisogno di una nuova visione del processo, non giusto un prodotto. Insieme con gli architetti, la visione deve includere i proprietari e quelli che usano l’architettura, quelli che assemblano l’edificio e quelli che sviluppano i materiali… La visione di un progetto integrato, in cui un’intelligenza collettiva rimpiazzi la singolare e imposta intelligenza dell’architetto…”

Nel quattrocento Brunelleschi sommava in sé la figura dell’architetto, dell’ingegnere, del costruttore e del tecnico dei materiali. Il processo costruttivo era un processo lineare e facilmente gestibile da parte del singolo artista. Egli non solo sovrintendeva alla qualità artistica, ma anche agli aspetti tecnico-organizzativi di un lavoro cosi innovativo. Si avventurava in ardite soluzioni tecnico-formali, tali che solo un capomastro del suo talento è in grado di padroneggiare e portare a compimento. I ritardi nell’edificazione della cupola saranno in gran parte da addebitare alle difficoltà da parte del committente, dell’industria dell’epoca e delle maestranze di adeguarsi ai nuovi scenari imposti dal “mastro costruttore”.

Oggi l'architetto quale singolo individuo non esiste praticamente più, soppiantato da studi che sono ormai un mix di architetti, esperti finanziari, costruttori, managers; il progresso tecnologico si porta appresso uno stuolo di consulenti, tecnici, ingegneri, specialisti; l’organizzazione del cantiere ha a che fare con decine, centinaia di sub-appaltatori. Al momento della progettazione non c’è nessun contatto tra tutte queste figure separate e slegate tra loro; solo durante la costruzione dell’edificio, utilizzato come modello in scala reale, avviene l’incontro (molto spesso scontro) ed è lì che sorgono e devono essere risolti i problemi, con grande dispendio di energie, tempo e denaro.

In questo caos è l'impresa, attenta quasi esclusivamente al proprio tornaconto, che ne approfitta per costruire l’edificio come le pare; sono gli uffici tecnici delle case produttrici che decidono, in base ad esigenze di fatturato, i prodotti da imporre e sono gli esperti di ogni genere, ognuno attento alla propria bottega, che decidono sugli aspetti tecnici e tecnologici della costruzione. All'architetto non resta che barricarsi, pateticamente, nell'ultima roccaforte rimastagli: l'apparenza.

A fronte di queste problematiche che attanagliano la disciplina, i tecnocrati sono tutti impegnati a codificare figure e processi di stampo burocratico-corporativi e a trasformare l'architetto in un anonimo ingranaggio dell’inarrestabile macchina edilizia. Dalla famigerata legge Merloni, alle proposte per la (contro)riforma delle professioni, è una corsa sfrenata verso il peggio. Mancanza di visione? Macché! Calcolato cedimento alle lusinghe delle oligarchie professionali parassitarie che mirano a rafforzare il loro ruolo di sentinelle dello statu quo. Costoro, non a caso, si ergono a supremi tutori della qualità progettuale, postulando la selezione dell’architetto, per gli incarichi pubblici, in base al conto in banca, ai metri quadrati di disegni prodotti, alla quantità di metri cubi realizzati, al numero di ragionieri impiegati nello studio e al grado di entratura nei potentati economico-finanziari. In questo contesto, l'ufficio tecnico di una qualsiasi grossa società immobiliare è in grado di sbaragliare, con irrisoria facilità, la concorrenza di qualsiasi studio professionale. Ma l’impresa ha bisogno di farsi una verginità, diciamo culturale, ed allora ingaggia una superstar (o presunta tale) per griffare il prodotto e ottenere così il consenso della nomenclatura della disciplina.

Uno immaginerebbe organizzazioni professionali, degne di questo nome, impegnate a riportare al centro dell’attenzione del ciclo produttivo architettonico la figura dell’architetto, invece che cosa succede? Che accettano senza colpo ferire la frantumazione della responsabilità progettuale in più figure – una per la progettazione preliminare, un’altra per quella definitiva, una per quella esecutiva, un’altra per la direzione dei lavori e un’altra ancora per il coordinamento - in modo tale che l’opera sia figlia di tutti e di nessuno. Neanche Gesù Cristo, al suo meglio, sarebbe stato capace di una moltiplicazione degli incarichi di questa portata.

Uno si aspetterebbe di vederli impegnati a mettere a frutto le trasformazioni “dell’industria delle costruzioni come inizio dello sradicamento della divisione tra architetto concettuale e pratico costruttore, che ha tormentato teoria e pratica sin dal Rinascimento” (Anthony Vidler); invece li vediamo tutti intenti a puntellare anacronistici privilegi di casta, a ipotecare un miserabile posto nelle giurie dei concorsi, a mettere paletti all'ingresso dei giovani nell'arena professionale. Come se non bastasse, vogliono aggiungere, al danno, la beffa. Si sono inventati, infatti, una creatura nuova di zecca: l’aggiornamento professionale obbligatorio gestito dagli ordini (a pagamento, si intende). E si capisce perché se la stropiccino con tanta eccitazione: in questo modo il controllo della concorrenza è assicurato. In una società non drogata dalla corporazione, il mercato (il cliente), è in grado di sbarazzarsi da solo di incapaci, mestieranti e ciarlatani.

C’è l’urgenza di adeguare la figura dell'architetto agli scenari sociali, culturali ed intellettuali contemporanei? Bene, le organizzazioni professionali non hanno di meglio da fare che sponsorizzare le più repellenti proposte di controriforma. Ci chiediamo quindi perché mai la stragrande maggioranza degli architetti, a fronte di un attacco così feroce alla loro integrità, tace e non muove un dito? Perché non alzano la loro voce per contrastare questa scandalosa escalation tecno-corporativa? Difficile trovare giustificazioni plausibili ad un simile atto di indifferenza e di resa senza dignità che non ha precedenti.

Non ci sono giustificazioni ma possiamo facilmente capire il perché. La disciplina architettonica sconta, in Italia in maniera ben più soffocante che in altri paesi, i devastanti effetti della dicotomia tra élitarismo e produzione di massa, innescata dall'irresponsabilità intellettuale del mondo dorato dello star-system e accademico e del codazzo di critici compiacenti (che sono, in definitiva, una sola cosa). Una dicotomia che è alla base del generale scadimento della qualità architettonica e del declassamento della professione.

Due mondi ormai sempre più estranei e sempre più contrapposti, dove le superstars (o presunte tali) sono impegnate a dare sfogo alle loro idiosincrasie, alle smanie di onnipotenza dei direttori dei musei o ad asservire i sogni megalomani dei potenti, mentre la stragrande maggioranza degli architetti deve battersi con il coltello tra i denti per sopravvivere nel caos della giungla edilizia. E, nella giungla, tutto è lecito, persino addebitare a sprovveduti diplomati, alle imprese, alle amministrazioni pubbliche – che pure dovrebbero recitare la loro parte di mea culpa – l'intera responsabilità di questo stato di cose.

La qualità architettonica non è scaduta solo ed esclusivamente per colpa di scaltri geometri, di famelici speculatori edilizi o di amministratori senza scrupoli, ma anche, e soprattutto, perché gli architetti si sono estraniati completamente dal processo costruttivo rinunciando a quel ruolo di “mastro costruttore” che per secoli ne ha contrassegnato la figura. La segregazione tra progettista e costruttore è uno dei più sciagurati lasciti dell'ideologia modernista del XX secolo.

Brunelleschi, posto di fronte ad un problema, era in grado di affrontarlo immediatamente da tutti i punti di vista, fosse esso un problema formale, tecnico o tecnologico. Per la cupola di S. Maria del Fiore si era servito di un plastico per anticipare tutti gli aspetti inerenti alla costruzione pratica. Un modello su cui si era innescata una lunga discussione durante il concorso e che venne conservato gelosamente nel cantiere per tutta la durata dei lavori.

Oggi i plastici, o i loro surrogati computerizzati, sono semplici estensioni dei disegni bidimensionali e servono solo ad illustrare gli aspetti formali, a convincere la giuria di un concorso o a stregare il critico di turno. Alla sua realizzazione non concorrono né l’impresa costruttrice né l’ingegnere calcolatore né il tecnico dei materiali. Con il risultato che quale modello sperimentale viene usato l’edificio reale in fase di costruzione.

In campo architettonico, l'anacronistica rappresentazione bidimensionale continua a spadroneggiare (anche quando è in 3D); mentre nel campo aeronautico, automobilistico e navale è la simulazione alla base del processo ideativo e costruttivo. "La rappresentazione, nella produzione, fornisce le informazioni necessarie per costruire, ma è incompleta, segregata e prona all'inconsistenza... L'architettura affida alle piatte proiezioni la resa una costruzione: piante, sezioni, prospetti e dettagli... La simulazione [invece] è una struttura tridimensionale di controllo completa. La simulazione rende possibile la frammentazione di grossi artefatti - quali gli aerei - in ampi, integrati componenti che possono essere costruiti in qualsiasi parte del mondo e messi insieme per l'assemblaggio finale... Tutte le parti sono note, tutti gli angoli e tutte le connessioni sono illustrate. Tutto può essere visto da ogni punto di vista..." (S. Kieran e J. Timberlake).

Questo procedimento di realizzazione off-site appare promettente: "L'impresa di domani lavorerà... per accumulare le parti e cercare di minimizzare l'ammontare dell'assemblaggio sul posto, impiegando con la maggior estensione possibile la costruzione off-site in fabbriche dedicate allo sviluppo di componenti integrati per l'assemblaggio" (S. Kieran e J. Timberlake) .

Alcuni dei più interessanti indirizzi di sviluppo della ricerca architettonica negli USA provengono da workshops e da piccoli studi professionali dove, grazie alle moderne tecnologie, si sperimenta su modelli fino alla scala 1:1, che consentono di “vedere rapidamente i limiti del progetto e la complessità della sua realizzazione”, come afferma Sean Tracy di FACE. Questo metodo consente il test del prototipo, e la riprogettazione, in modo rapido ed economico; consente altresì la valutazione di un ampio raggio di possibili alternative, in cui il cliente ha la possibilità di essere attivamente e creativamente coinvolto. Un innovativo processo di interazione tra pensiero e azione, progetto e costruzione, prototipo e edificio, che mira veramente a riportare la figura dell'architetto al centro della produzione architettonica.

Il cantiere non scompare, ma si adegua agli scenari contemporanei e si trasferisce nello workshop dell’architetto, dove vengono ideati, realizzati e testati, con l’apporto di tutte le intelligente coinvolte nel processo architettonico, i moduli integrati che saranno assemblati in situ. “Dall’80 al 90% del lavoro necessario per costruire strutture personalizzate può ora essere svolto in una fabbrica off-site” (S. Kieran e J. Timberlake). Senza per questo sminuire, e tanto meno castrare, la libertà creativa dell'architetto o la qualità singolare dell'opera.

Queste esperienze dimostrano che la spina che alimenta l’accanimento terapeutico sull’edificio reale, fatto di errori progettuali e costruttivi, di costi esorbitanti, di ritardi e sprechi, può essere staccata. Non certo in Italia, dove lo impediscono il gap culturale-tecnologico, l’arretratezza normativa, gli interessi corporativi e, perché no?, l'ignavia degli architetti.



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