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Notizie - Attualità e Costume
Cosa pensa della questione nomadi (o zingari?) chi si dedica ad aiutarli Stampa E-mail
Anche per il presidente dell’Opera Nomadi l’integrazione è una strada senza alternative
      Scritto da Francesco Cassani
04/10/10

Le espulsioni di alcune centinaia di nomadi (zingari) ad opera della Francia di Sarkozy ha riportato all’attenzione della comunità internazionale la questione della convivenza con quelle popolazioni, convivenza che ormai da decenni costituisce un problema rilevante. Ma non insolubile.

Innanzitutto, dovremmo capire che i problemi non si risolvono cambiando loro nome.

In effetti, benché la denominazione corretta per queste popolazioni sarebbe quella di “zingari”, alcuni – rilevando una connotazione spregiativa a volte assunta da quel termine – preferiscono utilizzare sostitutivi come “nomade” o rom.

Si tratta, però, di sostitutivi inappropriati.

Il termine “nomadi” individua una caratteristica marginale, priva di ogni riferimento alla connotazione etnica e culturale. Senza contare che la maggior parte degli zingari sono ormai stanziali.

Il termine Rom è invece impreciso, perché indica solo un ceppo particolare, che si affianca ad altri come i Sinti, i Kalé, i Romnichels.

Il termine “zingari”, invece, che è ovviamente utilizzato nei documenti ufficiali (anche se è evitato da molti giornali), indica con più pertinenza il gruppo etnico migrante proveniente dall’India, ed è utilizzato da secoli senza connotati spregiativi. Aveva anzi una venatura romantica, come le varianti “gitani” o "zigani". Questo perché, fino ad alcuni decenni fa, gli zingari non erano considerati un’emergenza sociale.
Certo, il loro tendenziale nomadismo, il loro forte senso di appartenenza che li induceva a vivere in comunità separate, i loro costumi sgargianti, le loro tradizioni, li rendevano “diversi”. E la diversità è vista spesso con diffidenza.
Ma era una diversità vista anche con simpatia e curiosità. Gli zingari riuscivano a sopravvivere in una sorta di semilegalità, praticando mestieri antichi (artigianato, commercio di animali, giostre, spettacoli circensi) che spesso erano divenuti tipici della loro gente . E non erano molto più “sporchi” di quanto non fossero le altre popolazioni europee…

Le cose sono cambiate con la “modernità” diffusasi in Europa nella seconda metà del Novecento.
Gli antichi mestieri sono stati sostituiti dalla produzione industriale, o hanno acquisito un connotato sempre più specialistico e tecnologico. Il sistema produttivo moderno richiede un’integrazione sociale che gli zingari non hanno accettato, o una capacità di innovazione che non hanno saputo elaborare.
Con la diffusione del benessere tra le popolazioni europee, la differenza degli stili di vita si è fatta sempre più marcata.
La separatezza degli zingari rispetto alle comunità locali ospitanti ha prodotto un progressivo scivolamento verso un’illegalità sempre più vistosa e aggressiva.

La situazione si è evoluta ulteriormente negli ultimi anni, con l’ingresso nell’Unione Europea di Ungheria (2005), Romania e Bulgaria (2007), Paesi con una forte presenza di popolazioni zingare. La possibilità di circolare liberamente tra i Paesi europei ha indotto molti zingari a riversarsi nelle zone più ricche, facendo esplodere il problema dei “campi nomadi” e della sicurezza nelle comunità locali ospitanti.

Come affrontare questo problema?

Innanzitutto, ribadiamo il concetto iniziale: pensare che il problema risieda nel razzismo delle comunità ospitanti, e che sia sufficiente “educare alla tolleranza” e cambiare nome alle cose (ripudiando l’uso del termine zingaro), significa semplicemente nascondere la testa sotto la sabbia, nel solco della più deleteria “correttezza politica”.

Anzi, il ricorso a termini politicamente corretti può essere controproducente, può indurre – sia pure involontariamente - un sentimento che non è certo di rispetto. Il termine nomade, ad esempio, ha un connotato fortemente ‘politico’, suggerisce un senso di estraneità di queste persone (“sono ‘nomadi’, prima o poi se ne devono andare”), spinge ad un approccio alla questione con soluzioni di tipo precario.

Neanche le espulsioni generalizzate possono rappresentare una soluzione.
Non solo per motivi umanitarî, ma anche perché si tratta di una misura concretamente inapplicabile: si cacciano gli zingari – cittadini europei, anche italiani – da una zona per mandarli…. in una città vicina, o in un altro Stato dell’Unione.
Non è che una sorta di gioco dell’oca, in cui si torna sempre alla casella iniziale.

Va detto però che la condanna dei provvedimenti recentemente adottati in Francia è stata spesso superficiale.
Il Governo francese non ha adottato provvedimenti di espulsione generalizzata. Il ministro Besson bersaglio delle polemiche è lo stesso che dieci anni fa veniva lodato per le importanti misure di accoglienza adottate.
Le espulsioni attuali riguardano alcune centinaia di persone che hanno rifiutato le politiche di integrazione; sono legate ad una pur piccola compensazione economica; sono attuate col riaccompagnamento al Paese di provenienza; sono adottate richiamandosi alla direttiva europea 2004/38/CE (che garantisce la libera circolazione dei cittadini dell'Unione nel territorio della stessa, ma prevede la possibilità di allontanare un cittadino di altro Paese dell'Unione se costituisce una minaccia per l'ordine pubblico o la pubblica sicurezza; oppure rappresenta un onere eccessivo per il sistema di assistenza sociale, pur essendo in grado di sostenersi autonomamente).

Le preoccupazioni rispetto alle politiche di espulsione, piuttosto, diventano fondate quando queste non sono mirate a singoli individui o gruppi determinati (di cui sia appurata la pericolosità o l’eccessiva onerosità), ma a gruppi etnici. In tal caso il richiamo alla direttiva europea sarebbe forzato, e il rischio dell’intolleranza dietro l’angolo.

La direttiva europea citata ha però una falla.
Non ammette espulsioni generalizzate di gruppi etnici (e questo è giusto). Ma non contempla i problemi che possono nascere nell'ipotesi di migrazioni di massa all'interno dei confini comunitarî, e che possono rendere il principio della libera circolazione dei cittadini dell'Unione un principo astratto e irrealizzabile: il Paese ospitante non può essere in grado di garantire l'accoglienza a tutti. La questione dei "nomadi" si incrocia in questo caso con quella dei flussi migratorî.

Insomma: se le espulsioni generalizzate degli zingari che da tempo vivono in un Paese non possono essere la regola, sono ammissibili – come eccezione - espulsioni mirate per chi non accetta le politiche di integrazione. E devono essere concordate, in sede europea, misure per contenere i flussi migratorî.

L'esame delle insufficienze delle politiche di espulsione ha fatto emergere la soluzione possibile: l'integrazione.

Integrazione non significa necessariamente assimilazione: bisogna saper elaborare – esistono già esempi – proposte di vita innovative che, al tempo stesso, consentano alle comunità zingare di conservare un legame con le loro traduzioni e siano compatibili con le comunità locali ospitanti.

L’integrazione, quindi, non è una formula magica, ma un percorso che si deve tradurre in una serie di misure ben articolate: educazione, offerta di aiuti mirati (non assistenzialismo), concorso nell’elaborazione di proposte di vita innovative, severità nel pretendere il rispetto delle leggi e del percorso di convivenza definito.

L’importante, dunque, è rifiutare i due eccessi.

Quello dell’intolleranza e della mancanza di solidarietà (“Gli zingari? Vadano a lavorare o si arrangino!”), che pretendendo di eludere il problema finisce con l’aggravarlo.

E, all’opposto, quello della “tolleranza” astratta e retorica, che si traduce – questa sì – in una vuota formula magica. Non si possono “tollerare” l’accattonaggio, lo sfruttamento dei bambini, il ricorso al furto, magari con l’idea ipocrita – e, come visto, storicamente infondata - che si tratti di “usi delle popolazioni nomadi” e che si debba “rispettare la loro cultura”.

Ci si può rimboccare le maniche per elaborare un percorso di integrazione solo se si parte dalla convinzione che non è accettabile un “multiculturalismo” che si traduca in separazione, che ammetta isole di violazione dei diritti umani.

Una conferma a questa linea viene – ci sembra – da chi è in prima linea con i fatti, e non con le chiacchiere, nell’opera di sostegno alle comunità zingare. Parliamo di Massimo Converso, presidente nazionale di Opera Nomadi, associazione senza fini di lucro che opera dal 1965 in varie regioni d’Italia per favorire l’integrazione delle minoranze rom, sinti e kalè nella società, e contrastare i pregiudizi diffusi in particolare sulla popolazione rom.

Senza sottilizzare sul nome dell’associazione (Opera “Nomadi”: a chi svolge attività tanto meritoria perdoniamo un pizzico di correttezza politica), riproponiamo di seguito un estratto dell’intervista concessa da Converso al settimanale Tempi, nel numero del 7 settembre.

 «La Francia – dice Converso – ha messo in atto buone politiche sociali rivolte alle fasce deboli, in cui trovano spazio anche i fenomeni di migrazione e quindi le richieste sia dei rom autoctoni sia dei rom migrati in seguito in suolo francese. Negli ultimi anni, però, l’afflusso consistente di gruppi provenienti dalla Romania ha evidentemente cambiato le cose, causando contestualmente un problema di sicurezza, vera o apparente. È ovvio che lo spostamento di migliaia di rom verso i paesi circostanti ricada sulle politiche abitative di questi ultimi, che complessivamente non possono far fronte al problema, se non in minima parte».

(…) «A fronte di questo secondo flusso migratorio, difficile da gestire, la Francia ha scelto la strada pericolosa e suicida dei campi come forma di passaggio. Ma concentrarli è un errore madornale: i campi sono scuole di devianza e soprattutto di emarginazione. Finché ci saranno campi nomadi continuerà questo peregrinare, da parte dei rom romeni e bulgari (che sono in aumento costante), verso la Spagna, la Francia e l’Italia, senza che si trovino soluzioni serie e durature».

Quanto alla risonanza mediatica concessa alle misure di Sarkozy, per Converso da un lato fa il gioco del presidente rafforzando la sensazione della sua “virata a destra”, dall’altro si nutre di una indignazione che è in buona fede ma «che purtroppo spesso è prodotta dalla scarsa conoscenza del tema. Francamente non vedo lo scandalo: i cosiddetti rimpatri hanno coinvolto in realtà poche centinaia di persone, mentre la maggioranza dei rom francesi, e parliamo di decine di migliaia di famiglie, si è sistemata da tempo. Come del resto accade in Spagna, in Germania e nei Paesi Bassi. Vivono in casa, pagano un affitto, e ritrovano l’habitat che hanno lasciato in Romania, dove certo non ci sono campi nomadi. Si tratta di una falsa emergenza. Il cosiddetto movimento antirazzista italiano spreca energie. Basta con le idee romantiche che vorrebbero i rom “figli del vento” in eterno».



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