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Notizie - In Europa
Il peso delle scelte passate. E di quelle presenti Stampa E-mail
La Germania porta avanti una politica egoista?
      Scritto da Giuseppe Matteo Vaccaro Incisa
20/09/10

Le piazze tedesche stracolme di una folla entusiasta e potente, nei giorni dei mondiali e della Germania del pallone che faceva sognare (prima dell’eliminazione in semifinale ad opera della Spagna), hanno destato, in me, sensazioni lungi dalla dinamica sportiva – anche da quella un po’ baraccona dei mondiali di calcio.
Fuori la scomoda verità: nel momento del successo, il tifo di massa in salsa tedesca inquieta.
La cinematografia in fasce ci ha tramandato troppe testimonianze, perché uno spettacolo tutto sommato innocente non riporti gli altri europei al disagio che centinaia di migliaia di tedeschi generano nell’inneggiare tutti - nel loro idioma così poco duttile - ad una stessa cosa.

Negli ultimi anni, la Repubblica Federale molto ha fatto per liberarsi dai gioghi del passato, ansiosa di riconfermare – e vedersi riconosciuto – il proprio ruolo di testa di serie del Vecchio Continente.

In questa chiave, la politica estera era l’ultimo dei bastioni che, a neanche sessant’anni dalla demolizione – per la seconda volta – dell’Europa, il paese dei teutoni non sentiva ancora di poter manovrare in autonomia. Eppure, la sempre più accentuata connotazione economica che caratterizza la politica estera del terzo millennio – complice anche l’espansione della visione cinese delle cose nel mondo – ha reso tutto più facile. Così, sostituita all’arma bellica quella economica – nella quale, certo, ancora eccelle –, la Germania ha iniziato di nuovo a tessere alcune importanti trame della politica mondiale.

Al di là delle impossibili battaglie per un seggio permanente alle Nazioni Unite, il primo colpaccio lo ha segnato, in ambito europeo, imponendosi a inizio degli anni Novanta come principale sponsor dell’implosione iugoslava (insieme col Vaticano: quando si parla di diavolo e acquasanta). Così, la Slovenia ha conosciuto l’indipendenza senza colpo ferire (cosa piuttosto rara). Con la Croazia, purtroppo, il gioco non ha funzionato altrettanto bene (e l’Europa si è ritrovata – di nuovo – con una guerra in casa; e gli Stati Uniti – ancora una volta – alle prese con questioni che gli europei non sapevano risolvere da soli).

Sarà solo nella decade successiva, però, che il gigante economico europeo si presenterà sul palcoscenico mondiale, scortato – e sdoganato – da Francia (che cerca di salvare il proprio ruolo mondiale) e Russia (sempre molto suscettibile quando si tratta della ‘sua’ Asia), nell’opposizione agli Stati Uniti di George W. Bush e della loro invasione dell’Iraq di Saddam Hussein. Un’opposizione per molti aspetti innaturale ed impensabile fino a poco tempo prima, ma tant’è: non solo c’è stata, ma è stato anche il primo momento di irrimediabile lacerazione dell’unità europea, con l’Unione paralizzata da due blocchi contrapposti (Gran Bretagna, Italia, Spagna e Paesi dell’est dell’Unione sostenevano gli USA).

A ben vedere, è questa ‘incapacità ad unire’ il filo rosso della politica estera tedesca. Politica estera caratterizzata, infatti, dal motto ‘Allgemeine über alles’. A differenza delle politiche internazionali ‘blasonate’, nelle quali è possibile distinguere alcune tradizionali linee-guida storico-politiche (come per Cina, Francia, Stati Uniti e Regno Unito), la Germania, che siano interessi economici da promuovere o da difendere, sembra essere guidata solo dalla logica del portafoglio. Il suo (e l'incredibile gaffe del Presidente della Repubblica Federale Horst Köhler - costretto alle dimissioni per aver dichiarato che l’impegno militare della Germania in Afghanistan era necessario ‘per proteggere gli interessi commerciali del Paese’ - è un esempio lampante di questo modo di pensare).

Politiche di questo tipo sono di corto respiro e non prive di prevedibili e pesanti contraccolpi nel medio termine. Gli esempi più recenti sono eclatanti.

La rigidità con la quale la Germania ha accettato di impegnarsi per ‘salvare’ la Grecia – il cui debito complessivo non raggiunge un decimo della ricchezza prodotta in un anno dalla Repubblica Federale – è un caso di scuola di ottusità.

La Grecia può aver mentito in modo spudorato pur di entrare e rimanere in Europa, riceverne i fondi ed avere una moneta stabile, e per questo può essersi meritata le indelicate bacchettate del ministro delle finanze tedesco circa il ‘dover fare bene i compiti’.
Eppure, va anche detto che l’irrecuperabile disavanzo commerciale greco è determinato per la maggior parte proprio dalla Germania. In questi anni l’Ellade, mentre i suoi indicatori economici si gonfiavano a dismisura in modo artificiale a causa dei flussi di investimenti esteri (vedi articolo dello stesso autore Quando i maiali volano. Male), è stata invasa da automobili, lavatrici e frigoriferi tedeschi, che la Germania esportava approfittando dello spazio unico europeo, senza tema di dazi doganali o svalutazioni ‘competitive’ della dracma. La Grecia, paese (come Spagna e Portogallo), da un punto di vista manifatturiero ed industriale, primitivo, non ha potuto reagire se non continuando ad importare e finanziando il buco nero che si andava a creare tra importazioni ed esportazioni con emissioni di debito pubblico(1), puntualmente acquistato da …banche tedesche (per la maggior parte). Appesa per i piedi e con un cappio al collo, insomma.

Suona un campanello?

È la ricetta che ha già portato alla débâcle degli Stati Uniti nei confronti della Cina. In estrema sintesi: gli Stati Uniti importano a dismisura dalla Cina, la quale finanzia il suo stesso compratore acquistando enormi tranches di debito pubblico americano. Gli effetti di questa politica sono sotto gli occhi di tutti (vedi articolo dello stesso autore Se il Cespuglio fosse stato nero).

Il sillogismo però è imperfetto, ché la Germania non è la Cina e, soprattutto, la Grecia non è gli Stati Uniti (ad esempio, parte dell’espansione cinese è - o comunque è stata - guidata proprio dalla delocalizzazione industriale degli USA; i quali, quindi, ancora oggi recuperano in profitti parte del differenziale di competitività con la Cina; nulla del genere è possibile vedere nella relazione tra Germania e Grecia). Il risultato, perciò, non può essere che ancor peggiore.
Non solo: Germania e Grecia fanno parte della stessa (rigida) Unione monetaria, per cui se la prima basa la sua competitività sulle esportazioni – magari proprio in territori meno sviluppati e privi di industria propria –, la seconda non potrà che risultare sempre più svantaggiata. Per questo motivo il pacchetto di misure per la competitività da 80 miliardi in 4 anni che Frau Merkel ha messo in piedi dal nulla, lasciando a bocca aperta partners europei e stampa internazionale, è destinato a fare più danni che altro ad Eurolandia.

La sindrome del ‘primo della classe’ sembra non permettere alla Germania di capire che ‘la classe’ ora non è solo la federazione tedesca, ma l’Unione Europea nel suo insieme. Fregarsene del collega che rimane indietro – per non dire ostacolarne la crescita – alla lunga fa danni a tutti. Al di là della correttezza di un comportamento simile in una Unione fondata non più sulla sola cooperazione economica, ma anche su princìpi di solidarietà tra i paesi aderenti. Eppure, a politiche (tedesche) invariate, il crack greco è stato solo posposto di qualche anno.

In sintesi, la Germania tratta l’Europa – soprattutto quella meridionale – come la Cina tratta gli Stati Uniti. Poiché, tuttavia, la Germania è parte dell’Europa e non dispone della potenza né demografica né economica né diplomatica della Cina, la strategia assomiglia più a quella del serpente che si morde la coda che non al dragone che azzanna l’elefante.


____________

(1). La correlazione tra bilancia commerciale e nuove emissioni di debito pubblico non è diretta, ma quasi. Per un’idea preliminare sulla materia, vedi i dati disponibili sul sito http://www.bea.gov/international/#trade



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