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Cultura - Storia
L’Uomo della Sindone, tra (pseudo)scienza e archeologia Stampa E-mail
Nuova luce su un antico dilemma: falso medievale o autentico telo funebre che attesta la Passione?
      Scritto da Andrea Sabatini*
06/09/10

Il volto della Sindone*archeologo


“L’ uomo della Sindone è un crocifisso morto. Il nome sulla Sindone non è scritto. Non è scritto nemmeno ‘perché’ è stato crocifisso; né ‘quando’ è accaduto questo. Ma per me è abbastanza spontaneo dire: Mio Signore Gesù!”
(Mons. Giuseppe Ghiberti, appartenente alla Commissione Diocesana di Torino per la Sindone)


L’ostensione della Sindone, iniziata il 10 aprile 2010 nel Duomo di Torino e conclusasi il 23 maggio, ha visto la partecipazione di due milioni di persone.

La curiosità mediatica scatenatasi ha suscitato la comparsa di studi a tema: libri (e conseguente business editoriale...), documentari e congressi di “sindonologi” (che branca della scienza sia questa, ancora non è dato sapere).

Unico quesito per tutti: la Sindone è autentica o falsa?

Sarebbe stata “confezionata” da un uomo medievale, come la datazione radiometrica del C14 suggerirebbe?
L’analisi col metodo del carbonio 14 fu effettuata oltre vent’anni fa in tre laboratori diversi, analizzando frammenti di tessuto sindonico, i cui risultati – ai quali media di tutto il mondo diedero grande eco - vennero resi noti il 13 ottobre 1988 dal cardinale Ballestrero: datano il telo tra il 1260 ed il 1390.
Falso medievale, dunque (anche se su questo punto dovremo tornare più avanti, per illustrare seri dubbi sull’attendibilità “scientifica” dell’analisi).

Oppure la Sindone sarebbe veramente il telo che avvolse il corpo di Cristo dopo la sua morte?

L’unica data certa in cui il telo risulta documentabile risale al 20 giugno 1353, quando compare in Europa: Goffredo di Charmy ne è il possessore.

Le date anteriori al 1353 relative gli “avvistamenti” del lenzuolo sono costruite su supposizioni non suffragate da documenti storici, dunque inverificabili. Recenti pubblicazioni ne ipotizzano la custodia presso i Templari. Teorie accolte con favore da un pubblico talora addirittura fanatico, sempre più interessato alla storia dell’ordine dei Pauperes commilitones Christi Templique Salomonis, meglio conosciuti come Templari.

Libri come I Templari e la Sindone di Cristo e La Sindone di Gesù Nazareno, della scrittrice Barbara Frale, appagano le speranze di coloro che vogliono la Sindone autentica, sia dal profilo storico, sia da quello epigrafico-archeologico.
Vi è però più di una falla nell’operato della Frale, che - pur pervenendo a tesi che condivido riguardo l’autenticità del manufatto sindonico - parte da interpretazioni errate, sostenute da una serie di apporti epigrafici ed archeologici manipolati da altri studiosi, e da lei reinterpretati in modo errato per giungere ad una conclusione forzatamente giusta.

Un altro caso in cui l’autenticità della Sindone viene sostenuta con argomenti discutibili ha come protagonista Max Frei Sulzer. Ex direttore della Polizia di Zurigo, contribuì - causa una perizia errata - a condannare all’ergastolo un uomo innocente. Autenticò inoltre i diari di Hitler, scopertisi poi falsi.
Dopo queste prove poco edificanti, venne incaricato di lavorare sulla Sindone.
Il lavoro di Sulzer è criticabile. Ritenne di avere rintracciato pollini provenienti dalle zone della Gerusalemme del tempo di Gesù. Con l’ausilio di adesivi, trovò su una superficie di telo assai esigua una notevole quantità di pollini. Ne elencò (circa) 60 specie: un’enormità, visto l’esiguo tessuto preso in esame. Secondo il suo parere, la maggiore parte provenivano dalla Palestina o dall’Anatolia, altri dall’Europa. Vorrei sottolineare che gli elenchi dei pollini compilati da Frei contengono molti nomi di pollini estratti dal lago di Genezaret e citati in elenchi pubblicati dall’Università di Tel Aviv. Coincidenza?
Tra l’altro, Frei non considerò (come anche l’esame del C14, che prenderemo più avanti in considerazione) le contaminazioni avvenute per contatto con le mani dei pellegrini, o con gli aghi delle suore che nel 1532, a seguito di un incendio, rammendarono il lenzuolo.

Nel corso di secoli (almeno a partire dal 1357) la Sindone fu toccata da mani devote, esposta a contatto di agenti batteriologici di ogni tipo durante ostensioni, cerimonie, riti, feste e Messe, in condizioni igieniche inesistenti, persino immersa in olio bollente a dimostrazione che non fosse “operato pittorico d’humana mano”.

Portati ad esempio alcuni casi in cui la questione dell’autenticità della Sindone è stata affrontata con scarso rigore scientifico, vediamo se può venirci in aiuto l’archeologia, per verificare se la tesi del falso medievale abbia fondamento.

Partendo dal presupposto che considero la Sindone un reperto archeologico, dunque analizzabile da questo punto di vista, vorrei focalizzare l’attenzione su quattro punti cardine della mia tesi:

I. La Sindone avvolse un cadavere, crocifisso secondo prassi romana.

II. La Sindone non avvolse un bassorilievo atto a riprodurre, scaldato, le sembianze di Cristo. E non è un dipinto.

III. Il telo sindonico non riporta traccia di pigmenti, ma sangue umano, siero e bilirubina, non riproducibili artificialmente.

IV. Da addetto ai lavori, ritengo poco affidabile l’esame del C14.

Vediamo  in modo dettagliato i singoli punti.


I. La Sindone avvolse un cadavere, crocifisso secondo prassi romana.

L’immagine impressa sulla Sindone presenta l’iter che la crocifissione romana imponeva.

Le fonti concordano nel sostenere che i Romani applicavano la crocifissione a schiavi rei di gravi colpe verso i loro padroni, o a cospiratori contro Roma. Marco Licinio Crasso, dopo la vittoria su Spartaco (71 a.C.), crocifisse seimila schiavi sulla via Appia, che da Capua conduceva a Roma. La crocifissione era considerata un efficace deterrente contro il crimine: l’atroce scena che si presentava agli occhi del viandante doveva imprimersi in modo indelebile nella mente e allontanarlo da propositi delittuosi. La prassi, in effetti, prevedeva che la sentenza venisse eseguita vicino alle porte delle città o nei luoghi di maggiore transito.

Flagellazione e percosse facevano parte del corollario giuridico che Roma infliggeva con questa pena. La legge romana prevedeva, prima dell’esecuzione, una flagellazione, che non superasse un numero di colpi, affinché il condannato giungesse vivo sulla croce.

Lo stipes era il palo verticale della croce. Il patibulum la trave orizzontale ove veniva legato il condannato a braccia aperte, il quale - indebolito dalla flagellazione subìta - veniva condotto sul luogo dell’esecuzione tra la folla che lo spintonava.

Giunto sul luogo dell’esecuzione, il condannato - dopo avere bevuto una mistura di mirra e vino per intorpidirne i sensi- veniva gettato a terra, inchiodato per i polsi e issato sullo stipes, dove era fissato una sorta di sellino in legno o osso (sedercula in latino). Tertulliano, autore cristiano del II sec. d.C., ne paragona la forma a quella di un corno di rinoceronte. Questo supporto offriva al condannato la - pur faticosissima - alternativa tra sedere e alzarsi, nella spasmodica ricerca di incamerare quanta più aria fosse possibile per sfuggire all’asfissia indotta dal peso del corpo che comprimeva i polmoni.

La Sindone presenta fori di chiodi ai polsi, chiodi lunghi circa dieci cm e larghi sotto la capocchia due, al massimo tre cm. Sarei propenso a considerare l’ipotesi che i chiodi venissero battuti su tasselli di legno, inseriti tra chiodi e polsi, allo scopo di stabilizzare meglio il peso dello sventurato.
Dopo i polsi, venivano inchiodate caviglie o piedi.

Tutti questi passaggi, ripetiamolo, sono stati inflitti anche all’uomo che fu avvolto nel telo sindonico.
 
Si può ipotizzare che la Sindone abbia avvolto un uomo realmente crocifisso, ma non al tempo di Cristo, bensì nel Medioevo?

La crocifissione era completamente caduta nell’oblio in epoca medievale.

Le narrazioni dei Vangeli e le fonti storiche, per comprensibile pudore, non descrivono in modo dettagliato le modalità adottate dagli antichi nel porre in atto questa esecuzione ideata, oltreché per uccidere lentamente, per umiliare il condannato.

Un uomo medievale avrebbe dovuto conoscere storici latini o latinizzati. La maggiore parte dei codici classici greci e latini vengono riscoperti nel periodo che va dal 1374 al Rinascimento: caso non isolato quello di Giuseppe Flavio, giudeo divenuto filo-romano, che scrive le sue Antichità Giudaiche in greco.

Solo in età contemporanea si sono poi avuti ritrovamenti archeologici collegati alla pratica della crocifissione.

Nel 1940 fu rinvenuta a Pozzuoli la cosiddetta Tabula Puteolana, risalente al I sec. a. C. Un bombardamento mise in luce tre frammenti che danno un’idea abbastanza chiara delle norme che regolarizzavano la crocifissione di schiavi: l’esecuzione era affidata ad un impresario con circa 20 operai al seguito, provvisti di berretti colorati per farsi riconoscere. Essi abitavano fuori le mura cittadine e potevano entrarvi solo per la crocifissione del condannato.
È da notare che, se l’esecuzione era ordinata da un magistrato, l’impresario doveva prestare la sua “opera” gratuitamente; se invece era chiesta da un “privato”, questi doveva pagare la cifra di circa 4 sesterzi agli “operai”, reclutati per compiere il triste lavoro. Questa regola viene ripresa più tardi e aggiornata nella Tabula Cumana, posteriore di circa un secolo a quella Puteolana.

Unicum di uomo crocifisso ci viene da una scoperta archeologica avvenuta nel 1968 a Gerusalemme Est, presso Giv’at Ha-mivtar, ove vennero alla luce diversi sepolcreti: qui si trovò anche un ossuario con inciso il nome Yehohanan ben-Hazkul.
Quest’uomo fu crocifisso ad un’età compresa tra i venti e i trenta anni.
Il calcagno destro presentava un chiodo (10 cm. circa) ancora infisso nell’osso. Frammisti a ossa umane si rinvennero rimasugli di legno, appartenenti alla croce o alle rudimentali placchette.
Le ossa erano in condizioni deteriorate, ma gli antropologi hanno accertato che morì nel I sec. d.C., epoca di conflitti religiosi in Palestina, dove i Romani intervennero con inaudita ferocia: Flavio Giuseppe, nelle Antichità Giudaiche, narra come i Romani nel 68 d.C., sotto Tito, crocifiggessero attorno Gerusalemme i ribelli contro Roma ad un ritmo di 500 al giorno.

Un uomo medievale avrebbe dovuto conoscere casi simili, per eseguire una crocifissione quantomeno credibile.
E poi su chi? Un cadavere o un soggetto vivo alla ricerca di martirio?

Un falsario non avrebbe potuto crocifiggere con la procedura rappresentata nella Sindone. Sicuramente, non conficcando i chiodi nei polsi: se si riflette sulla pittura medievale, le rappresentazioni di Cristo sulla croce presentano tutte chiodi nel palmo delle mani, mai nei polsi.
Un chiodo fissato nel palmo della mano, però, non reggerebbe il peso di un corpo crocifisso. Studi effettuati negli anni trenta del secolo scorso dal chirurgo Pierre Barbet hanno dimostrato che l’unico modo per inchiodare alla croce un essere umano, evitando che si strappi il tessuto, è quello di far passare il chiodo nel polso.


II. La Sindone non avvolse un bassorilievo. E non è un dipinto.

Recentemente si è proposto che la Sindone altro non sia che l’impronta lasciata da un bassorilievo scaldato posto a contatto con il lino.

Sono state effettuate prove che, secondo coloro i quali asseriscono l’origine medievale del manufatto, darebbero risultati apprezzabili.

Sorvolando sul fatto che, a quanto mi consti, non esistono testimonianze della tecnica del “bassorilievo riscaldato” in epoca medievale, a questa teoria si possono opporre innanzitutto le stesse obiezioni poste a quella precedente (la reale crocifissione di un uomo medievale): non sarebbe stato possibile replicare i segni di una crocefissione romana da parte di un falsario medievale che non ne conosceva le procedure.

Ad ogni modo, il risultato di una simulazione con un bassorilievo scaldato non è assimilabile alla Sindone.
In effetti, l’impronta lasciata da un bassorilievo produce sì un effetto tridimensionale, analogo alla Sindone, ma non rispetta assolutamente le caratteristiche che rendono originale, un unicum, la Sindone stessa: questa appare superficiale, sfocata, quasi eterea direi, non visibile  se non da una certa distanza, che permetta alla vista di mettere a fuoco l’immagine del telo. Un bassorilievo scaldato, invece, “brucia” il telo da parte a parte, arrivando ad imprimersi sul retro, con il caratteristico alone bruciato nerastro-marrone, lasciando una traccia marcata, visibile da qualsiasi distanza e angolazione. Qualunque opera scultorea scaldata brucerebbe più fibre di tessuto. Nella Sindone questo non accade.

Sul telo, poi, sono state trovate tracce di materiale terroso, grosso modo all’altezza dei piedi: il terriccio contiene stronzio e ferro, comune nelle grotte di Gerusalemme.
Potrebbe essere una casualità, non dovuta però alla mano di un falsario medievale, il quale avrebbe dovuto usare un microscopio per inserire campioni infinitesimali di terriccio anche in altri punti strategici, naso e ginocchio, cioè proprio quelli esposti alle cadute che accompagnavano il cammino del condannato verso il luogo dell’esecuzione. Il condannato, legato al patibulum, era impossibilitato a ripararsi quelle parti del corpo.
In epoca medievale, come erano sconosciute le procedure della crocifissione romana, era sconosciuto il microscopio.

Ancora: le macchie trovate sul telo sarebbero dovute venire prima a contatto con il bassorilievo, poi “assorbite” dal telo. Per quanto possa essere poroso, un bassorilievo non potrebbe assorbire e quindi ridistribuire, in modo così omogeneo lungo il telo, tutto quello che il falsario aveva preventivamente scelto come “ingredienti” per il suo operato: non solo il terriccio, ma anche sangue, siero, bilirubina.
In concreto: a parte la difficoltà di “impregnare” un bassorilievo con tali materiali, rimane il problema ottico, difficile da superare. Ammessa la datazione medievale, sappiamo che per evidenziare i contorni della Sindone l’occhio deve essere ad una distanza minima di due metri: se ci si avvicina, non si vede nulla.
Come avrebbe potuto operare un falsario per eludere il problema? E a quale scopo, poi?
Probabilmente avrebbe dovuto lavorare da una distanza di 3 o 4 metri, “lanciando” materiale sul bassorilievo e confidando che tutto colasse sul telo uniformemente, tanto da avere un’impronta perfetta. Tutto questo avrebbe richiesto non solo un genio al di fuori del comune, ma anche una serie di fortunatissime coincidenze e circostanze nell’applicare da un distanza così considerevole sangue, forature di chiodi, particelle (infinitesimali) di terriccio, esattamente nei punti chiave, senza una sbavatura, una colatura fuori posto.

C’è inoltre la questione del materiale con cui è tessuto il telo.
L’ipotetico bassorilievo sarebbe dovuto venire a contatto con un telo antico, trovato e utilizzato in epoca medievale da un uomo con cognizioni di archeologia classica orientale e di anatomia, esperto in tessitura antica e in religione ebraica: la Sindone, infatti, è tessuta interamente in lino (Gossypium herbaceum), senza tracce di commistione con materiale di derivazione animale, ritenuto impuro dalla legge ebraica basata direttamente sulle prescrizioni di Mosè.

Un’ultima osservazione: la “tecnica” del bassorilievo, sostenuta dai fautori della falsificazione medievale, ha dato risultati soddisfacenti per quanto riguarda la riproduzione del volto, ma è molto più complessa quando si tratta di estendere il procedimento su tutto il corpo.

Esistono anche sostenitori della teoria del falso medievale che hanno avanzato un’ipotesi diversa da quella del bassorilievo, cioè quella che la Sindone sia un “dipinto” ottenuto utilizzando l’ocra, direttamente sfregata sul telo.
Ma il telo sindonico, dai risultati delle analisi, risulta privo di pigmenti, spesso confusi con le macchie ematiche - queste sì - presenti. Senza contare che i contorni di un dipinto sarebbero visibili anche a distanza ravvicinata, e non alla distanza minima di due metri.

Il grande realismo della Sindone ha indotto i sostenitori di questa tesi a ipotizzare – in libri divenuti best sellers - che autore del “dipinto” (o del bassorilievo) potesse essere solo un genio come Leonardo da Vinci. Il quale però – dettaglio non trascurabile - è nato nel 1452, esattamente quasi cento anni dopo la prima documentata apparizione del telo (!)


III. Il telo sindonico non riporta traccia di pigmenti, ma sangue umano, siero e bilirubina non riproducibili artificialmente.

Studi effettuati sul finire degli anni ’70 del secolo scorso hanno individuato tracce di emoglobina, sangue di gruppo AB maschile.

Recentemente si sono evidenziati sullo stesso tessuto altri composti di sangue, quali la bilirubina. Senza addentrarsi in ricostruzioni medico-legali complesse, la bilirubina concentrata nel sangue si spiega con i numerosi maltrattamenti ai quali venne sottoposto l’uomo della Sindone durante il supplizio e la successiva crocifissione: difatti la bilirubina è capace di modificare in rosso acceso il colore del sangue, quando il fisico di un uomo è sottoposto a stress fisico violento, in questo caso a forti traumatizzazioni dovute a sevizie e torture. I colpi inferti non hanno solo straziato le carni, ma hanno anche agito sul sangue.
Mi sembra ‘improbabile’ che un uomo medievale avesse conoscenze così approfondite in campo medico.

Attorno alle macchie ematiche sono presenti aloni di siero. Anche questo costituisce un ostacolo per i sostenitori del falso medievale.

La presenza di siero è perfettamente compatibile con il racconto della crocifissione fatto dai Vangeli (o con una morte avvenuta con identiche modalità).
Il colpo di lancia che raggiunse Gesù tra la quinta e sesta costola, vibrato (secondo la tradizione dal centurione Longino) per verificarne l’avvenuta morte, provocò la fuoriuscita oltre che di sangue anche di siero, chiamato “acqua” dai testimoni di quella terribile giornata di venti secoli fa. Giovanni nel suo Vangelo dice testualmente: “Uscì sangue e acqua” (Gv 19, 32-34).
Dalla ferita prodotta non uscì una piccola quantità di sangue ormai quasi raggrumato, ma un fiotto consistente: la cosa è sorprendente su un uomo morto. Un’emissione così sostanziosa di sangue e siero è spiegabile solo con la rottura del cuore (dovuta a infarto ortostatico). Quando questa avviene, il sangue fuoriesce dal pericardio: quindi l’uomo della Sindone, crocifisso (e dunque in posizione verticale), ebbe un versamento della parte più pesante del sangue (globuli rossi e bianchi, per intenderci), nella parte bassa del corpo, con sopra del siero.

Perché tutto ciò risulta in contraddizione con la teoria del falso medievale?
Le macchie ematiche sulla Sindone evidenziano differenze tra sangue venoso ed arterioso, scoperte in medicina solo nel 1593.
Si distinguono, infatti, due “colate” di sangue diverse sulla fronte (sangue venoso e arterioso), emorragie di sangue vivo, emorragie sangue post-mortale su piedi e costato. Ammettendo la falsificazione della Sindone, si dovrebbe dare per assodata la conoscenza da parte del falsario di nozioni mediche anni luce avanti il suo tempo. In sostanza, se partiamo da una datazione riconducibile tra il 1260 e il 1390, anni indicati come di probabile “fabbricazione” del telo, l’uomo che lo impregnò con sangue umano avrebbe dovuto conoscere le differenze tra sangue venoso e arterioso, riuscendo poi a far “deviare” i due tipi di sangue in canali diversi e macchiare il telo nei punti strategici per raggiungere lo scopo. Inconcepibile.


IV. Da addetto ai lavori, ritengo poco affidabile l’esame del C14.

L’esame del Carbonio 14 (serve per datare l’epoca di un reperto antico) è invocato con forza da coloro i quali sostengono la falsità della Sindone, o meglio la sua datazione in epoca medievale. Infatti, abbiamo già detto che le analisi effettuate sul telo nel 1988 lo datavano tra il 1260 e il 1390.

Molti scienziati e tecnici – citiamo Garza Valdéz (medico), Maurizio Bettinelli (chimico) e Francesco Barbesino (ingegnere industriale-chimico) - non sono d’accordo sulla validità del C14, soprattutto per la datazione di taluni manufatti.
Specialmente Valdez dimostrò in modo incontestabile che la tecnica del C14 non può essere presa in considerazione se applicata in modo indiscriminato. Egli, nella metà degli anni Novanta del secolo scorso, effettuò esperimenti sulla mummia di un ibis (animale sacro per gli antichi egizi). I risultati ottenuti furono completamente errati: risultò che le bende appartenevano al periodo tolemaico (330-30 a.C.), mentre il corpo avviluppato in esse di ben sei secoli più antico! (Valdez formulò anche una contestata teoria sulle cause di questi errori di datazione. Ciò che qui preme sottolineare è la fallibilità del metodo, se non vengono applicate le opportune calibrazioni).
Un altro esame ‘indicativo’ riguardo l’attendibilità del C14 venne effettuato su una mummia conservata al Museo di Manchester: le ossa risultarono circa mille anni più vecchie delle bende, mentre entrambe erano coeve!

Tornando al telo sindonico, anche il “padre” dei metodi di radiodatazione, Willard Frank Libby, nutriva dubbi sulle misurazioni spettrometriche di massa effettuate su materiale tessile, come la Sindone: la pianta di lino, infatti, quando è trattata per ottenere filato, subisce la perdita dei suoi componenti lipidi e proteici, più poveri di carbonio 14 rispetto al resto, che servirà per la filatura: quando filato e tessuto vengono sottoposti a loro volta a radiodatazione (C14), risultano molto più recenti della loro vera età, perché in proporzione hanno più C14 della pianta. In parole povere, per avere una datazione più precisa, bisognerebbe lavorare non sul prodotto tessile, ma paradossalmente sulla pianta di lino.

Il metodo del C14 è fallibile non solo in funzione della natura del materiale da datare, ma anche in funzione dello stato di conservazione dello stesso: eventi di “inquinamento” ambientale possono contaminare il materiale, accrescendone la percentuale di C14 e – quindi - “ringiovanendolo”. Ebbene, se esiste un reperto fortemente “inquinato” è proprio il telo sindonico, che, come ricordato inizialmente, anche solo durante l’arco temporale conosciuto di circa seicento anni, è stato sottoposto a incendi, rammendi e ostensioni.

Ciò nonostante, nell’immaginario collettivo resta impressa l’idea che gli esami del 1988 abbiano detto una parola conclusiva sull’età del telo.
Ciò è dovuto al fatto che all’epoca i dubbi sull’efficacia del metodo del C14 non erano ancora stati oggetto di riscontri probanti. Ed anche ad una certa ingenuità della diocesi torinese, che si prestò a dare eccessiva pubblicità all’evento (dirette televisive, conferenze stampa), come se davvero si fosse in procinto di eseguire un esame infallibile e definitivo.

I passi avanti fatti dal metodo della radiodatazione C14, rispetto a quel 13 ottobre 1988, ancora oggi non possono mettere la parola fine ad una sicura datazione di materiale (organico) antico.


In conclusione: i dati “scientifici” ad oggi in nostro possesso, condotti secondo la prospettiva di diverse discipline e innanzitutto dell’archeologia (come abbiamo cercato di riassumere in questo articolo), sembrano piuttosto indurre a ritenere il telo sindonico come reperto del I sec. d.C., che avvolse un uomo crocifisso secondo la prassi romana e – più in particolare – secondo i dettagli del racconto evangelico della Passione.
Che quell’uomo fosse Gesù di Nazaret non è ovviamente dimostrabile; anche se appare altamente probabile, senza bisogno di fare appello alla fede religiosa.



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