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Fecondazione artificiale
Il Far West della provetta prima della legge 40 Stampa E-mail
Alcuni dei casi pił abnormi dovuti all'uso irresponsabile delle tecniche di procreazione assistita
      Scritto da Francesco Agnoli
27/01/05

laboratorio_inseminazioneartificiale.jpg

Pubblichiamo un ampio estratto di due articoli apparsi su
Il Foglio del 18-11-2004 e del 27-1-2005.

Per tranquillizzare gli ansiosi, il professor Carlo Flamigni ha sostenuto recentemente (su “Io donna”, il femminile del Corriere della Sera), che in Italia “non c’è mai stato nessun far west” procreativo. Tranquilli, dice l’esimio professore, che, senza timore alcuno di conflitto di interessi, è contemporaneamente membro del Comitato nazionale di bioetica, in cui si dovrebbe decidere cosa è lecito fare e cosa no, e consulente scientifico del centro di fecondazione artificiale Tecnobios di Bologna. Tranquilli, dice Flamigni, al centro di un affare economico che frutta fior di miliardi. Ma a fare i noiosi, a frugare tra i vecchi ritagli di giornale, si scopre che il far west esisteva eccome.

Si potrebbe farne un breve bestiario medievale.

Per esempio, il dottor Antinori portava al punto giusto gli spermatozoi immaturi nei testicoli dei topi; sempre lui ha fatto partorire, sotto i flash dei fotografi cui erano stati venduti i diritti, Rosanna Della Corte, di anni 63; una donna siciliana ha portato in grembo e partorito il figlio genetico di sua figlia. In più occasioni sono stati concepiti con fecondazione in vitro, non unici, ma in serie, quasi prodotti artificiali, spesso per l’impianto di troppi embrioni, cinque, sei, addirittura otto gemelli, in gran parte morti, o con gravi menomazioni fisiche e mentali (otto: a Napoli nel 1979, a Palermo nel 1989, a Trapani nel 2000…).

Conosciamo altri fatti, avvenuti altrove, ma che in assenza di una legge potrebbero accadere (e probabilmente sono accaduti, senza venire scoperti, ndr) anche in Italia.

In Gran Bretagna “un centinaio di donne sono rimaste incinte di un figlio non loro, per uno scambio a catena di embrioni”: alcune hanno chiesto l’aborto, altre hanno visto loro figlio, quello vero, che continuava a vivere nell’utero di un’altra, o che veniva eliminato (F. Del Noce, “Non uccidere”, Mondadori; lo stesso, in piccolo, è successo più volte anche in Italia, e purtroppo può continuare a succedere).

A Los Angeles una donna di 62 anni ha ottenuto un bimbo con seme del fratello; nella stessa città dei medici hanno fuso il contenuto degli ovuli di due donne, una giovane e una più stagionata, ottenendo un “superovulo”, poi fecondato. Al riguardo il dottore ha spiegato: “Devo sottolineare che la nostra tecnica è sperimentale: non abbiamo sufficienti prove che funzioni” (Il Giornale, 15.6.1998; la tecnica è stata utilizzata anche a Torino, secondo Antinori “con risultati sconfortanti”, la Repubblica, 4.2.1999).

Negli Stati Uniti una coppia di lesbiche ha ottenuto un figlio programmandolo sordo come loro tramite la diagnosi preimpianto (Quotidiano Nazionale, 10.4.2002).

Nato in Scozia, con eterologa, bambino ermafrodito, causa fusione di due embrioni di sesso diverso: ha un testicolo e un’ovaia. Per i medici “è uno dei rischi collegati alla fecondazione in provetta” (Il Giornale, 16.1.1998).

Creati embrioni ermafroditi, a scopo di ricerca, a New York, e uomini-coniglio in Cina, mescolando Dna umano e animale (“Sì alla vita”, ottobre 2003)…

Buona parte di queste sperimentazioni, oggi, in Italia, con la legge 40, sono finalmente vietate. (…)

***

Il dottor Carl Wood, il primo medico a far nascere un bambino da un embrione crioconservato, in Australia nel 1984, proponeva “la possibilità di influenzare geneticamente le caratteristiche psicofisiche dei neonati, eliminando ad esempio l’istinto maschile dell’aggressività mediante iniezioni di ormoni femminili negli embrioni maschili”. Altre istruttive notizie sono quelle sui tentativi (effettivamente compiuti! ndr) di “innestare embrioni umani in animali per evitare di pagare donne portatrici” o sugli “esperimenti di gravidanze addominali ottenute artificialmente con l’inserimento di embrioni fecondati in vitro nell’addome di transessuali, collegati a un’arteria ed estratti dopo alcuni mesi per proseguire lo sviluppo in incubatrice”.



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