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Libri - Recensioni e Profili
"Lettere a Mauro Boni": un tuffo nell’erudizione settecentesca Stampa E-mail
Il profilo di Luigi Lanzi ricostruito dal suo epistolario
      Scritto da Andrea Sabatini
17/05/10
Luigi Lanzi
Luigi Lanzi

Luigi Lanzi
Lettere a Mauro Boni 1791-1809
(a cura di Paolo Pastres)
Forum Editrice, Udine 2009 - 487 pagine, brossura


“… Sinceramente io non gradisco tener carteggi”
.
(Lanzi a Boni, Udine 19 luglio 1801, lettera 120 nell’Epistolario.)


La frase in epigrafe, estrapolata dalla lettera 120 datata 1801, non rispecchia la realtà sociale dell’epoca, nella quale carteggi, perlopiù composti da carte e lettere indirizzate ad altre persone, erano l’unico strumento per mantenere contatti epistolari. Dunque, non si sottrae a questa prassi nemmeno il gesuita Luigi Lanzi (1732-1810), insigne storico dell’arte, filologo, archeologo.

Il libro Lettere a Mauro Boni 1791-1809, a cura di Paolo Pastres, restituisce non solo agli “addetti ai lavori”, ma anche al lettore curioso, uno spaccato, attraverso le epistole, dell’attività culturale e scientifica che il gesuita ebbe tra il 1791 e 1809. L’Autore prende in considerazione questo lasso di tempo, che precede di un anno la morte del Lanzi (31 marzo 1810).

L’interesse per il volume è dato soprattutto dalla statura intellettuale del gesuita, che emerge in tutta la sua grandezza attraverso una serie di lettere intercorse con il confratello - dapprima allievo ed in seguito collaboratore - Mauro Boni, e raccolte con preciso scrupolo filologico dall’Autore.

Il carteggio è preceduto da un limitato regesto (catalogo, ndr) degli epistolari del Lanzi. Le prime cento pagine preparano il lettore all’epistolario vero e proprio, descrivendone l’operato, i libri, perfino gli opuscoli usciti dalla penna del gesuita, nonché l’epoca (napoleonica) nella quale il Lanzi visse e soffrì, tra speranze - e delusioni - di vedere reintegrata la sua persona nell’amato ordine gesuita, soppresso da Napoleone nel 1773.

Il volume è corredato da preziose e approfondite note, che guidano per tutto il libro il lettore, con un consistente uso di fonti bibliografiche consultate: siano esse di argomento etruscologico, (l’etruscheria settecentesca deve il suo passaggio a scienza etruscologica, proprio al Lanzi), siano storico-artistiche, antiquarie o filologiche. Il lettore potrà quindi trarre utili e preziose informazioni dalle dettagliatissime note in margine al carteggio, qualora decidesse di approfondire l’erudita figura dell’abate.

Infine, il libro di Paolo Pastres (non nuovo a studi sul Lanzi) colpisce per la sensibilità dell’Autore, che ha saputo trattare con estremo rigore filologico gli anni  più fecondi (1791-1809) del Lanzi, densi di studi che, in modo oserei dire “trasversale”, affrontano temi all’epoca molto studiati, quali l’archeologia, la filologia, le (ri)scoperte di autori greci e latini e soprattutto la storia dell’arte. L’abate Lanzi, infatti, dopo anni di intensi e faticosi studi (con spostamenti soprattutto nelle regioni del nord Italia, all’epoca non agevolati dalle strade, non confortevoli e, per giunta, infestate dai briganti), diede alle stampe due edizioni bassanesi della sua Storia pittorica, nel 1795 nel 1796 e 1809 per i torchi Remondini. L’Autore, con note documentate, sottolinea egregiamente l’iter, le errata corrige, le frustrazioni e le speranze del gesuita, che ebbe a comporre un testo fondamentale per la storiografia artistica, tutt’ora attuale e consultata come fonte da molti studiosi: la sua celeberrima Storia pittorica della Italia dal risorgimento delle belle arti fin presso al fine del XVIII secolo.



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