Baarìa 
di Giuseppe Tornatore
Italia 2009
Tornatore è un regista ormai affermato. Nei suoi film, molto apprezzati dalla critica, egli descrive la Sicilia nella quale è nato, tracciandone personaggi, modi di vita e ambientazioni con accenti che richiamano i toni dei veristi italiani di fine ’800.
Baarìa, il suo ultimo film, narra la storia di un bambino siciliano che cresce scaltro e senza troppa voglia di studiare sino al matrimonio e alla militanza politica negli anni ’60 come iscritto al PCI.
La fotografia è magnifica: paesaggi mozzafiato, riproduzioni fedeli degli ambienti casalinghi e del clima di paese, delle atmosfere calde, afose, domenicali. Altrettanto ben descritta è la superficie dei rapporti tra paesani, allegra e generosa, per un verso, ma anche violenta, manesca, velatamente ipocrita nel quotidiano. Il tutto è filtrato dalla memoria del regista, troppo innamorato della propria terra per non cedere alla dolcezza dei ricordi. Per le musiche, Tornatore si è affidato a un grande esperto quale è Ennio Morricone e il risultato non delude. L’amalgama di musica e paesaggio è ben dosata, al punto da risultare avvolgente.
Decisamente meno incisivo è l’intreccio narrativo, impastato di un sentimentalismo lirico che si sforza di apparire realista. I personaggi sono opachi e sfuggenti, travolti da una trama che pretende di raccontare sessant’anni di storia nostrana tutti d’un fiato. Ne risulta un affastellamento di epoche diverse, sulla cui superficie nuotano personaggi ai quali ci si affeziona poco e a fatica. Lo spettatore rivive le numerose e rapide trasformazioni che hanno attraversato mezzo secolo di storia italiana, ma in una successione tanto serrata da confondere lo spettatore.
Di realista, dunque, alla fine della fiera, non resta granché: tolte le riproduzioni fedeli dei luoghi e il recupero del dialetto siciliano parlato a Bagheria a inizio anni Trenta (il film è stato prodotto nella doppia versione dialettale e italiana), i personaggi non sono che artefatti letterari che coincidono bene con lo scorrere degli avvenimenti quasi onirici del film, ma che nella Sicilia reale del secondo dopoguerra probabilmente non si sarebbero mossi con tanta agilità. Il grande amore che il regista prova per la propria terra natale e per i suoi abitanti probabilmente si trasforma in un forte desiderio di farla apprezzare anche allo spettatore, di mostrargliela così come lui la vede e la ricorda, senza un approfondimento sociologico necessario laddove è presente un intento descrittivo realista.
La struttura narrativa ha preso la mano all’autore e lo ha portato a fare, sotto le mentite spoglie di un film ispirato al neorealismo italiano, un film, per dirla con Umberto Eco, “di consumo e di pacificazione psicologica” (in Opera aperta, Bompiani, 1962, p. 278)
Alcune scene sono inoltre decisamente eliminabili, anche per dare più vivacità a una trama che si prolunga lenta per ben due ore e mezzo. Eliminabili per il loro autentico scostamento dall’intento realista dell’autore, o perché del tutto astruse rispetto alla trama. Me ne viene in mente una in cui il protagonista, ormai padre di famiglia, rimprovera la propria bambina per aver gettato dei soldi in terra anziché darglieli in mano. Dopo averle intimato più e più volte di raccoglierli, vola uno schiaffone ben assestato sul volto della bambina che perde il suo orecchino. Anziché scoppiare in lacrime per il dolore (come farebbe ogni bambino di questa terra), la figlia, con uno sguardo alla Rocky Balboa, dice gelida: “l’orecchino ho perso”. Il padre, con gli occhi scossi e contriti, si aggiusta la cravatta. Cambio di scena.
Il finale, poi, non lo anticipo, ma lascia davvero perplessi: si riallaccia alle immagini iniziali nel tentativo sciapo e malriuscito di chiudere il cerchio, di stupire lo spettatore, sortendo l’unico effetto di abbandonarlo ad uno sforzo interpretativo davvero eroico per mettere insieme i pezzi.